Stranger Things è la perfetta serie tv contemporanea

Stranger Things è fatta su misura per chi è cresciuto negli anni ’80

Serie TV
di Marco Villa facebook 21 luglio 2016 05:46
Stranger Things è la perfetta serie tv contemporanea

I ragazzi protagonisti di Stranger Things, nuova serie originale di Netflix  I ragazzi protagonisti di Stranger Things, nuova serie originale di Netflix

 

Tutto, in Stranger Things c’è semplicemente tutto. Non è un’esagerazione, perché Stranger Things è uno dei primi casi in cui una serie tv sembra tagliata su misura sui millennial, sul loro immaginario e sulla loro ossessione per l’infanzia. È la nuova serie tv di Netflix, rilasciata in tutto il mondo il 15 luglio scorso e accolta con entusiasmi rari, riconducibili a un unico fattore di fondo.

Stranger Things funziona perché poggia sul sentimento che da circa un decennio va per la maggiore in quelli che un tempo erano giovani e ora sono adulti: la nostalgia. Chi è nato nei primi anni ‘80, appartiene a una generazione che ha iniziato a essere nostalgica prima ancora di invecchiare: con la comparsa dei primi siti blog, è iniziata anche la corsa a un amarcord tutto basato su cartoni animati e relative sigle -un business che sta garantendo una serena mezza età a Cristina D’Avena, ma anche sui film di formazione degli anni ‘80. Dove per film di formazione si intendono pellicole nazionalpopolari entrate a pieno diritto nella storia del cinema, da Ritorno al Futuro a E.T., passando per I Goonies, ma anche per Ghostbusters, Stand By Me Gremlins. Film ormai considerabili classici e icone del cinema hollywoodiano di quegli anni, esattamente come i film di Billy Wilder segnarono il proprio tempo un paio di decenni prima.

 

Mike e Eleven in Stranger Things  Mike e Eleven in Stranger Things

 

Quelli citati sono tutti film usciti a distanza di pochi anni, tra il 1982 e il 1986 e hanno formato l’immaginario cinematografico della generazione ipernostalgica citata in precedenza, quella che si è ritrovata improvvisamente in una seconda infanzia pochi minuti dopo aver schiacciato play sulla prima puntata di Stranger Things. Bastano quattro ragazzini sulle bmx per tornare a quei film e a quei mondi e se a questo aggiungete un livello di tenerezza assoluto dato dagli autori ai protagonisti, il gioco è presto fatto e lo spettatore è catturato in un istante. A quel punto, la storia è quasi irrilevante: esperimenti strani del governo, uno dei ragazzini sparisce, compare dal nulla una ragazzina dai capelli rasati, tutti cercano di capire cosa è successo al desaparecido.

La bravura dei fratelli Ross e Matt Duffer, 32enni gemelli creatori della serie, è stata quella di prendere questo punto di partenza – già affascinante di suo – e di aggiungere tutta una sfilza di elementi in grado di potenziare l’effetto bolla sugli spettatori loro coetanei. In primis Winona Ryder come co-protagonista, ovvero un’attrice che negli anni ’90 sarebbe diventata uno dei sogni erotici principali di quella generazione. Ryder ci sposta verso gli anni ‘90, ovvero il periodo in cui tra i titoli più importanti troviamo X Files, altro riferimento fondamentale per Stranger Things. Dieci anni di espressione cinematografica e televisiva pop al suo massimo, condensati in una sola serie tv, con l’apertura a una maggiore presenza di elementi horror, perché nel frattempo il pubblico è cresciuto e cambiato e può sopportare un po’ di paura in più.

 

Quanti link vi accende questa immagine di Stranger Things?  Quanti link vi accende un’immagine come questa?

 

Tutto questo rende Stranger Things semplicemente contemporanea, perché riesce a intercettare il mondo di un’intera generazione, portando a compimento quanto J.J. Abrams -uno sempre un passo avanti- aveva provato a fare con Super8 e, più recentemente, quanto tentato con Piccoli Brividi, tentativo di proporre un film stile Goonies ai ragazzini di oggi.

Può sembrare strano che una serie così retrò e citazionista possa essere considerata un esempio perfetto di produzione contemporanea, ma di fatto questa è la cifra del nostro tempo: una retromania che si mischia al nerdismo e quindi all’elogio di loser e sfigati. Un equilibrio perfetto tra le parti, che poteva essere realizzato solo da autori che fossero a loro volta cresciuti in quel mondo. Dei trentenni insomma, proprio come i fratelli Duffer. In Italia sarebbe possibile qualcosa del genere? In televisione per ora probabilmente no, al cinema qualcosa sta cambiando e Lo chiamavano Jeeg Robot è lì a dimostrare che si-può-fare.

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