Vincitore del Critics’ Week Ami Paris Grand Prize al Festival di Cannes 2026, La Gradiva arriva ora nel circuito romano attraverso la rassegna Alice nella città, prima di approdare nelle sale italiane: un percorso che racconta non solo la traiettoria di un film, ma la capacità del cinema d’autore di costruire ponti tra i grandi festival internazionali e il pubblico più giovane. Il film di Marine Atlan — regista francese al suo esordio alla regia — ha già attirato l’attenzione della critica internazionale per la sua capacità di intrecciare il racconto dell’adolescenza con la potenza silenziosa e soffocante delle rovine pompeiane.
Un esordio dietro la macchina da presa e dietro l’obiettivo
Ciò che rende La Gradiva un caso cinematografico già in questa fase della sua vita distributiva è la natura straordinariamente accentrata del progetto: Marine Atlan firma il film non soltanto come regista, ma anche come sceneggiatrice e direttrice della fotografia. Un triplice controllo creativo che, per un’opera prima, rappresenta una scelta tanto coraggiosa quanto rivelatrice di una visione autoriale precisa e coerente.
La decisione di girare in 16mm non è un dettaglio tecnico marginale: è una dichiarazione estetica. La pellicola a sedici millimetri porta con sé una grana, una texture, una qualità quasi tattile dell’immagine che si sposa in modo organico con il soggetto del film — le rovine, i calchi dei corpi pietrificati dall’eruzione del Vesuvio, la materia stessa del tempo che si fa visibile. In un’epoca dominata dalla nitidezza digitale, scegliere il 16mm significa scegliere la memoria, l’imperfezione, la fragilità: tutto ciò che Pompei, paradossalmente, conserva nella sua forma più assoluta.
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Pompei come palcoscenico dell’adolescenza
La trama di La Gradiva — il film su Pompei che ha conquistato Cannes — è apparentemente semplice: una classe di liceo francese in gita scolastica visita i siti archeologici di Pompei e Napoli. Ma è nell’esplorazione di questo scenario che Atlan costruisce qualcosa di più complesso. Gli studenti si muovono tra le rovine, si confrontano con i calchi dei corpi pietrificati dall’eruzione del Vesuvio, e in quel contatto con la morte cristallizzata — con corpi fermati per sempre in un istante di terrore e quotidianità — emerge un racconto sull’adolescenza, sul tempo, sulla tragedia e sulla soglia fragile tra l’essere giovani e il diventare adulti.
La scelta di Pompei come ambientazione non è casuale né puramente scenografica. Il sito archeologico è, per sua natura, un luogo in cui il tempo si è spezzato: una città intera bloccata in un momento del 79 d.C., con le sue strade, le sue botteghe, i suoi abitanti trasformati in calchi di cenere. Per dei ragazzi che stanno attraversando la propria metamorfosi identitaria, confrontarsi con questa eternità sospesa diventa un’esperienza quasi filosofica. Atlan sfrutta questa tensione con intelligenza, lasciando che il paesaggio parli e che i silenzi pesino quanto i dialoghi.
Da Cannes ad Alice nella città: il percorso festivaliero

Il riconoscimento alla Semaine de la Critique di Cannes — la sezione storica dedicata agli esordi e alle opere prime e seconde — ha consacrato La Gradiva come uno dei titoli più interessanti del panorama cinematografico europeo del 2026. Il Critics’ Week Ami Paris Grand Prize non è un premio minore: la Settimana della Critica è da decenni il luogo in cui il cinema d’autore internazionale individua i propri talenti emergenti, e aver vinto il premio principale in quella sezione significa aver convinto una giuria di professionisti del settore con uno sguardo critico tra i più esigenti del mondo.
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Il passaggio successivo attraverso Alice nella città, la rassegna romana dedicata al cinema per ragazzi e famiglie che si svolge in parallelo alla Festa del Cinema di Roma, è coerente con la natura del film: La Gradiva parla di giovani, a giovani, attraverso un linguaggio cinematografico che non semplifica ma che rispetta l’intelligenza del pubblico adolescente. La rassegna rappresenta un’occasione preziosa per il film di incontrare il proprio pubblico naturale prima dell’uscita nelle sale italiane, costruendo un rapporto diretto tra opera e spettatori in un contesto festivaliero che favorisce la scoperta e il dialogo.
Il cinema dell’esordio e la questione del controllo creativo
Nel panorama del cinema contemporaneo, la figura del filmmaker totale — colui che scrive, dirige e filma — è sempre più presente, soprattutto tra le nuove generazioni di cineasti formati in un contesto in cui le barriere tra i ruoli si sono assottigliate. Ma la scelta di Atlan va oltre la praticità produttiva: è una questione di coerenza visiva. Quando la stessa persona decide cosa raccontare, come raccontarlo e come illuminarlo, il risultato può essere un’opera di rara unità stilistica.
Il fatto che La Gradiva — il film che ha portato la firma di Atlan al grande pubblico internazionale — sia girato in 16mm suggerisce anche una precisa genealogia cinematografica: quella del cinema europeo d’autore degli anni Settanta e Ottanta, di una certa tradizione francese legata al realismo poetico e all’osservazione del corpo in movimento nello spazio. Secondo ANSA, il film mette al centro proprio il confronto tra gli studenti e i corpi pietrificati dal Vesuvio, un dialogo visivo tra la vita in divenire e la morte fermata per sempre.
Con il suo esordio alla regia già premiato a Cannes e in arrivo nei festival italiani, Marine Atlan si afferma come una delle voci più originali del cinema europeo di questa stagione: La Gradiva non è soltanto un film su Pompei o sull’adolescenza, ma un’opera che usa l’eternità delle rovine per interrogare il senso del tempo che passa, e che lo fa con la precisione di chi sa esattamente quale storia vuole raccontare e come vuole farlo vedere.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.






