Tre coreografi, tre epoche, un’unica radice: il programma che il Teatro dell’Opera di Roma presenta dal 27 ottobre all’8 novembre 2026 è uno di quei rari appuntamenti capaci di mettere in dialogo decenni di storia della danza attraverso un filo rosso preciso e potente. Il balletto Opera Roma si ritrova al centro di un trittico che riunisce Jerome Robbins, Marco Goecke e Pina Bausch in un omaggio dichiarato a Sergei Diaghilev e alla sua leggendaria compagnia, i Ballets Russes, che proprio al Teatro Costanzi — la sede storica dell’Opera di Roma — portarono i loro spettacoli per la prima volta in Italia nel lontano 1911. Un cerchio che si chiude, a oltre un secolo di distanza, con la stessa intensità visionaria.
Un omaggio a Diaghilev nel teatro che lo accolse
La scelta del Teatro Costanzi come palcoscenico di questo tributo non è casuale né puramente logistica: è una dichiarazione di continuità storica. Nel 1911, i Ballets Russes di Diaghilev calcarono per la prima volta il palcoscenico romano, portando con sé una rivoluzione estetica che avrebbe cambiato per sempre il linguaggio della danza, della musica e delle arti visive. Quella stagione segnò l’inizio di un rapporto privilegiato tra Roma e la modernità coreutica, un legame che il programma attuale intende rievocare con rigore e ambizione.
Diaghilev fu il grande catalizzatore del Novecento artistico: collaborò con Igor Stravinsky, Claude Debussy, Picasso, Matisse, Nijinsky. La sua capacità di mettere insieme talenti diversi sotto un’unica visione è esattamente ciò che questo trittico contemporaneo tenta di replicare, accostando tre sensibilità coreografiche distanti per stile e generazione ma unite dall’eredità dei Ballets Russes.
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Le tre opere in scena: Robbins, Goecke, Bausch
Il programma è costruito su tre pilastri di peso uguale ma natura molto diversa. Si apre con Afternoon of a Faun di Jerome Robbins, un’opera che torna al Teatro dell’Opera di Roma dopo 22 anni di assenza: un dato che da solo giustifica l’attesa. Creato nel 1953, il pezzo di Robbins è una reinterpretazione radicale del celebre balletto di Nijinsky su musica di Debussy, spostato da un paesaggio mitico a una sala prove, con due danzatori che si scoprono attraverso il riflesso immaginario di uno specchio. La sua eleganza minimalista e la tensione psicologica tra i due interpreti lo rendono uno dei capolavori più citati del balletto americano del dopoguerra.
Al centro della serata si colloca Petruschka di Marco Goecke, il coreografo tedesco contemporaneo noto per il suo linguaggio nervoso, frammentato, quasi convulso, che trasforma il corpo del danzatore in un sistema di segnali emotivi ad alta intensità. Goecke si confronta con uno dei titoli più iconici del repertorio diaghileviano — Petruschka fu creato da Fokine nel 1911 su musica di Stravinsky — portandolo dentro una visione del tutto personale, tesa e soffocante come i suoi lavori più riconoscibili.
Chiude il trittico Le Sacre du printemps di Pina Bausch, la grande sacerdotessa del Tanztheater tedesco scomparsa nel 2009, la cui versione del capolavoro stravinskiano — creata nel 1975 per il Tanztheater Wuppertal — è considerata una delle interpretazioni più potenti e fisicamente devastanti mai concepite per questo titolo. La terra rossa sparsa sul palcoscenico, i corpi che vi si gettano, il rituale collettivo che si trasforma in sacrificio: la Bausch non illustra la partitura, la abita, la fa esplodere dall’interno.

La musica: Litton sul podio con Debussy e Stravinsky
A tenere insieme le tre coreografie sul piano sonoro è il direttore Andrew Litton, che guida l’orchestra del Teatro dell’Opera nelle partiture di Claude Debussy — per il pezzo di Robbins — e di Igor Stravinsky, autore delle musiche sia di Petruschka sia de Le Sacre du printemps. La scelta di affidare l’intera serata a un unico direttore garantisce una coerenza interpretativa che in un trittico così articolato è tutt’altro che scontata.
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Litton si trova a misurarsi con due delle partiture più impegnative del Novecento musicale: il Sacre stravinskiano, che alla sua prima parigina del 1913 scatenò uno scandalo leggendario, resta ancora oggi un banco di prova tecnico ed espressivo di primissimo livello per qualsiasi orchestra. Debussy, con il suo Prélude à l’après-midi d’un faune, richiede invece una sensibilità timbrica rarefatta, quasi impressionistica, che la bacchetta di Litton dovrà tradurre in atmosfera senza appesantire la leggerezza del gesto coreografico di Robbins.
Il balletto all’Opera di Roma nella stagione 2025/26
Questo appuntamento rappresenta il secondo trittico contemporaneo della stagione 2025/26 del Teatro dell’Opera di Roma, confermando una linea programmatica che punta a valorizzare la danza non come appendice della lirica ma come linguaggio autonomo e di pari dignità artistica. In un panorama italiano in cui la programmazione coreutica di alto livello resta concentrata in pochi teatri, la scelta di proporre un balletto Opera Roma di questa portata — con nomi come Bausch, Robbins e Goecke affiancati da un direttore internazionale — segnala un’ambizione precisa.
Il confronto con il 1911 non è retorico: allora i Ballets Russes portarono a Roma qualcosa di radicalmente nuovo, destabilizzante, capace di rompere le convenzioni. Oggi, a più di un secolo di distanza, il Teatro Costanzi prova a ripetere quell’operazione con strumenti diversi ma con la stessa intenzione: mettere il pubblico di fronte a una danza che non consola, ma interroga. Chi vuole approfondire il contesto storico dei Ballets Russes e del loro rapporto con l’Italia può consultare il sito ufficiale dell’Opera di Roma, dove sono disponibili ulteriori informazioni sul programma.
Da qui al 8 novembre 2026, il Costanzi diventa il luogo in cui passato e presente della danza si misurano senza filtri: tre coreografi, tre visioni, una sola domanda sul corpo, sul rito e sulla memoria collettiva che la grande danza continua a porre con una forza che nessun altro linguaggio artistico riesce a eguagliare.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.





