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di Mattia Nesto 11 Febbraio 2019

Kingdom Heart 3: uscire dall’infanzia non è mai stato così complicato 

L’ultimo capitolo della saga di Tetsuya Nomura cerca di mettere la parola fine a una storia troppo affascinante per essere così complessa

Quando a bordo della nostra Gummyship sbarchiamo nella camera di Andy, con l’iconica carta da pareti ciano e nuvolette, e venivamo accolti da Woody e Buzz, ovvio che un colpo al cuore arrivi in automatico: ci troviamo nel mondo di Toy Story e ci siamo come protagonisti! Già perché questo Kingdom Heart 3, il capitolo finale della serie ideata da Tetsuya Nomura nel 2002 per Playstation 2, è proprio questo: un continuo momento “tuffo al cuore” intervallato da alcune dinamiche di gioco un po’ vecchie, alcune mosse sgravissime e al limite del kitsch più assoluto e un comparto narrativo che, anno dopo anno, sdoppiamento della personalità in sdoppiamento della personalità, è diventato più complesso e ingarbugliato di un Congresso della DC degli anni Settanta.

Eppure, scusateci il gioco di parole, questo Kingdom Heart 3, pubblicato, ancora una volta da Square Enix, ha un cuore che pulsa bellezza, grazie anche a quel meravigliosa trovata narrativa di Nomura che si può riassumere nell’incontro/amalgama tra i personaggi dei mondi Disney con quelli dell’universo dei vari Final Fantasy. Quando si assommano due tra gli universi che hanno avuto (e ancora hanno, basti pensare al quasi-monopolio Disney sull’entertainment moderno) maggiore influenza nell’immaginario collettivo, è ovvio che si possa assistere a qualcosa di maestoso e imponente. Infatti questo Kingdom Hearts 3 presenta, per dirla come Cesare Cremonini, “qualcosa di grande” ma non sempre in chiave positiva.

Va detto che il protagonista principale della serie, Sora, è sempre il solito Sora allegro e solare, un personaggio ritagliato ad hoc per conquistare i fan più piccoli a cui, fin dal primo capitolo, è sempre mancato quella profondità e quella pesantezza dei contenuti tipica invece dei Final Fantasy di antica data, in particola modo per FF VII e FF IX (senza dimenticare il quasi misconosciuto eppur incredibile sesto capitolo). Ma Sora, proprio per questo suo ruolo da macchietta, alla fine, esplorando i diversi mondi di gioco, conquista anche il giocatore più tignoso perché è il personaggio giusto nel posto giusto: in un universo in cui Zio Paperone apre un bistrot e chiama come cuoco Ratatouille (esatto, l’omonimo topino-chef del film d’animazione della Pixar) è ovvio che un personaggio dotato di una spessore à la House of Cards sarebbe stato un po’ dissonante.

Quindi, sempre accompagnato dai fedeli compagni di party Pippo e Paperino (che impersonano, usando un linguaggio da Gioco di Ruolo, il primo il classico difensore e il secondo il mago nero), Sora viaggi in vari pianeti/mondi tutti molto ispirati a livello artistico anche se non sempre così ben realizzati a livello di level-design. Infatti, quasi sempre, dall’Olimpo passando per il mondo di Frozen, ci troveremo di fronte a dei livelli-corridoio, con pochissimi bivi, una quasi assenza di libertà e le dinamiche dei nemici-basse o dei mini-boss che non brillano quasi mai per originalità.

Certo poi ci sono anche delle eccezioni perché, come vi avevamo detto all’inizio, KH3 rimane un gioco molto bello e impattante a livello visivo. Ad esempio nel già citato livello di Toy Story ad un certo punto ci ritroveremo all’interno di un grande negozio di giocattoli e potremo pilotare dei roboanti robottoni per combattere contro altre action-figure animate dai malefici membri dell’Organizzazione XII, i “nemici” del capitolo finale.

Noi della storia non vi diciamo molto anche perché questo è il grande e reale “boss di fine livello” che per ogni giocatore o curioso che si voglia avvicinare al mondo di KH3. Infatti Nomura dopo diciassette anni di lavoro a questo progetto, ha talmente affastellato la vicenda con turning-point narrativi, colpi di scena, personaggi che muoiono ma che poi ritornano sotto altre spoglie (ma che poi sono sempre gli stessi), mondi paralleli, squarci temporali, nemici che in realtà sono amici e, come se non bastasse, capitoli canonici usciti su telefono e quindi non così semplici da recuperare (e infatti nella collection HD disponibile sul PStore questi episodi sono riassunti da filmati più o meno esplicative).

 

Se vi sentite confusi o spaventati, tranquilli, è un sentimento comune. Ma come quando da piccoli non ci si faceva troppi problemi ad approcciare un manga non dalla prima puntata (voglio dire chi di noi ha visto un cartone sempre a partire dall’inizio? Nessuno!), così bisogna fare per KH3. Anche con un frame-rate troppo ballerino (specialmente se scegliete di optare per la versione cinematografico del gioco e non quella con il frame-rate più stabile, come invece abbiamo scelto noi giocando su una PlayStation 4) l’incanto e la magia delle scene ordite da Nomura rimane, anzi si espande in questo capitolo finale. Per una volta il consiglio che vi diamo è questo: lasciatevi travolgere dalle emozioni e dall’effetto vintage. Per crescere ci sarà sempre tempo: oggi assieme a Sora, Pippo e Paperino l’infanzia (tarda) non è mai stata così bella e complessa.

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