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Home Geek

Omori: un gioco può farci stare meglio?

by Mattia Nesto
19 Febbraio 2021
in Geek
Omori: un gioco può farci stare meglio?

Omori, il personaggio dell'omonimo gioco

Lo scorso 25 dicembre il mondo dei giochi indie è stato squassato da un vero e proprio ciclone: stiamo parlando di Omori, un titolo che ha visto la luce dopo una lunghissima campagna Kickstarter di quasi sette anni ed ha raccolto le lodi praticamente unanimi di centinaia di migliaia di giocatori su Steam. La sua autrice Omocat, oltre a avere un profilo Twitter davvero delizioso, è stata molto generosa nel dare informazioni lungo tutte le fasi dello sviluppo. Insomma, il gioco perfetto? Beh per noi la risposta è abbastanza scontata: praticamente sì.

Ok ma che gioco è Omori? Beh Omori, per farla semplice, è un gioco di ruolo con combattimento a turni nei quali si potrà controllare un party composto da quattro personaggi, tra cui lo stesso Omori (co)protagonista del gioco, che avranno abilità, caratteristiche, punti di forza e di debolezza tutti diversi fra di loro.  Ma se state pensando a Omori come il classico titolo “story-driven” in cui è la trama a farla da padrone vi state sbagliando. Omori è un gioco da giocare, dotato di un combat-system profondo e stratificato che -nonostante un livello di difficoltà non troppo impegnativo- fornirà al giocatore una gamma soluzioni tale da rendere le combinazioni fluide e naturali.

Omori nel mondo dei sogni

Inoltre siamo rimasti stregati dalla direzione artistica del gioco che, per stessa ammissione della sviluppatrice, si presenta come un titolo che vuole esplorare la depressione e gli angoli più bui e indifesi dell’animo umano. Omori è un gioco che non ha paura, al di là della patina colorata e cartoonesca dei suoi personaggi, di affrontare tematiche pesanti e distruttive. La prima game session si apre con Omori immerso nel suo “white space”, la cameretta quasi completamente vuota in cui gli unici dettagli a emergere sono un computer, un quaderno, un pacco di fazzoletti “per lavare via la propria disperazione” e un’inquietante lampada dalla luce nera che pende dal soffitto ed introduce la seconda sfaccettatura fondamentale del gioco: quella horror.

Attraverso l’alternanza tra mondo reale e mondo della fantasia, Omori mette in scena una trama complessa composta di mini-giochi ispirati, quest secondarie non banali e dialoghi scritti divinamente che immergeranno il giocatore in un universo sfaccettato e ricolmo di misteri. Misteri che, molto spesso, avranno i già citati risvolti orrorifici. Come giustamente ha sottolineato Cydonia -forse il primo content creator di un certo peso a livello internazionale ad aver portato integralmente il titolo su Twitch- Omori è un’esperienza a tutto tondo che coinvolge il giocatore a 360 gradi, omaggiando per di più titoli forse oggi un po’ dimenticati ma letteralmente seminali per la storia del medium videoludico (ci riferiamo alla saga di Mother/Earthbound citata con la presenza di una mazza da baseball).

Omori presenta numerosi tratti in comune con Mother/Earthbound tra i quali uno stile molto meta-narrativo (spesso i personaggi si rendono perfettamente conto di “essere in un gioco”), situazioni al limite, se non oltre, l’assurdo e un charachter-design totalmente fuori di testa. Ci sono elementi che ricordano molto da vicino la classica impostazione da gioco Pokemon (che in fondo è uno dei figli di EarthBound) e, ovviamente, le vibrazioni à la Undertale sono numerose. Tuttavia in merito alla creatura di Toby Fox ci sentiamo di dirvi che i punti in comune non sono così numerosi. Atmosfera sì, direzione artistica e generale di gioco no insomma.

Il paragone con Pokemon è inevitabile

Sempre a nostro avviso, le criticità del titolo sono solo tre. La prima è che il motore grafico utilizzato, il “glorioso” rpg maker (di cui abbiamo parlato qui), mostra tutti i suoi limiti: tanto è vero che i momenti in cui si zoomma e si vedono i disegni animati da Omocat sono molto più efficaci rispetto alla classica visuale isometrica. Nonostante le ore di gioco siano numerose, più di venti, ci sentiamo di dire che almeno un paio di queste sono di troppo. Ogni tanto ci si accorge di un certo annacquamento della trama, cosa per altro di cui non aveva assolutamente bisogno. Infine, anche se siamo rimasti stregati dalla direzione artistica e dalle ost, avremmo preferito maggiore varietà nelle musiche del mondo “del sogno” che ci sono parse meno ispirate rispetto alle sezioni horror piene di suoni digitali. Tuttavia, come avrete intuito, sono davvero piccoli difettucci: annunciato entro l’anno anche su Nintendo Switch, Omori è la nuova via verso giochi horror e psicologici che non rinunciano a nulla. Viva Omori e viva Omocat.

 

 

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Tags: psicologiavideogiochi
Mattia Nesto

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Fa che la morte mia, Signor, la sia comò 'l score de un fiume in t'el mar grando

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