Libri
di Mattia Nesto 8 Dicembre 2021

Il numero trenta di My Hero Academia brucia di ardente bellezza

Con il  volume numero trenta di My Hero Academia Kōhei Horikoshi diventa uno dei mangaka più importanti della sua generazione.

Non riesco a non ammirare questo volume  Non riesco a non ammirare questo volume

Probabilmente molti di voi l’hanno già letto da molto tempo ma credo sia venuto il momento per parlare My Hero Academia e più precisamente del volume numero trenta, recentemente pubblicato da Edizioni Star Comics in un’edizione di pregio (con anche una cover variant molto bella!). Mi sono deciso di trattare di My Hero Academia un po’ perché, ormai da anni, è diventato un vero e proprio fenomeno pop, come confermano i numeri da capogiro delle vendite dei manga in Giappone e nel resto del mondo e come comprovano i lusinghieri dati dell’anime e del merchandising (senza dimenticare gli incassi al botteghino delle varie trasposizioni cinematografiche) un po’ per il fatto che la creatura di Kōhei Horikoshi si è fatta grande, adulta e l’autore si appresta a diventare, anzi lo è già diventato, uno dei più influenti della sua generazione.

Ovviamente, come tutti, inizialmente sono rimasto impressionato dalla quantità di personaggi iconici e incredibilmente narrati di My Hero Academia: raramente infatti ho potuto ammirare un manga così abile nel dare lo giusto screen-time a tutti, non schiacciandosi troppo sul protagonista (mai come in questo caso quasi una specie di deuteragonista) ma anzi abbracciando anche le personalità più secondarie dandogli giusto onore. Ma come vi dicevo questo è stato solo la punta dell’iceberg. Infatti, proseguendo con la lettura e la visione dell’anime, ho potuto davvero rendermi conto di come, al netto di qualche passaggio a vuoto (utile solo ad allungare la conta dei volumi o degli episodi), Kōhei Horikoshi sia stato in grado, via via, di rendere sempre più matura e di fare evolvere sempre in maniera maggiormente netto la sua creatura. Certo, ancora oggi My Hero Academia è, soprattutto, un battle-shonen, e ci mancherebbe altro “tradisse” la sua natura ma il livello di maturità raggiunto con il numero trenta era anche solo impensabile all’altezza solo di dieci numeri fa. La trama di questo volume è un concentrato di adrenalina puro in cui più piani del racconto si tengono perfettamente insieme andando anzi a creare un’opera polifonica.

In questo volume numero trenta infatti, My Hero Academia fa un nuovo salto in avanti, fornendoci, come mai prima ora, una serie, è il caso di dirlo, inedita di legami tra i tutti i personaggi, sia gli heroes che i villain. Anzi proprio il rapporto tra “società dei buoni” e “società dei cattivi”, le ipocrisie della prima e le “giuste rimostranze” della seconda (già splendidamente accennate, in tempi non sospetti, durante l’arco narrativo di Stain/Chizome Akaguro) sarà ancora molto più approfondito portando a uno di quei momenti così rari non solo nei manga ma nel fumetto/narrativa in generale: rendere la lettrice e lettore in dubbio su chi sia, veramente, perseguendo la giusta causa. Ma non finisce qui. Il volume numero trenta di My Hero Academia, inoltre, pure dal punto di vista del tratto si evolve e muta-forma. Ora infatti il disegno è nervoso è scattante: ci sono sempre le linee morbide e gentili per certi personaggi ma altri, specialmente colti in momenti di grande difficoltà o di azioni disperate, diventano iper-cinetici, ricolmi di tratti quasi fatti con il carboncino proprio a trasmettere la folle disperazione di quel preciso istante (ogni riferimento a un certo personaggio è…voluto!). Sono molto curioso di vedere nell’anime come saranno trasposte queste vignette. Troppo spesso ci si fa pigliare da facili entusiasmi e si grida al capolavoro ma a questo giro ci sta dire come “il volume trenta di Boku no Hīrō Akademia sia un capolavoro“!

Comprendo altresì perfettamente come possa suonare un po’ strano parlare del volume trenta di un manga, specialmente per chi non ha mai letto neppure un rigo di My Hero Academia. Al netto di questa giusta e ovvia rimostranza vi voglio dire quanto segue: questo articolo non vuole essere tanto un invito alla lettura o, meglio, non solo. Certo che vi consiglio di leggere le avventure scritte da Kōhei Horikoshi perché meritano tutto l’affetto del mondo ma mi piace anche pensare a questo pezzo come a una sorta di testimonianza di quanto possa essere bello, anche in un titolo così seriale/serializzato come un manga, notare una costante evoluzione, un tendere verso il nuovo e una spinta al futuro che altri artisti e prodotti mediatici più blasonati rispetto a un “semplice” fumetto si scordano. Insomma se non proprio “cento di questi numeri” My Hero Academia (abbiamo già One Piece per questo no?) auguriamo ogni bene a Deku e compagni! Almeno per altri trenta numeri dai, visto che in origine Kōhei Horikoshi aveva dichiarato che la serie avrebbe dovuto concludersi attorno al numero trenta e invece la fine è ancora molto di là da venire. E meno male no?!

 

 

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The Gashlycrumb Tinies

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Volete provare quello che prova un bambino quando sfoglia un libro? Cioè, come ci si sente a guardare un libro e non capire proprio niente? Nel tentativo di farci provare qualcosa di simile, Luigi Serafini negli anni '70 scrisse e disegnò una specie di enciclopedia assurda, che illustra e racconta un mondo fantastico e decisamente impossibile, descritto per filo e per segno con un linguaggio inventato, caratteri incomprensibili che sembrano a prima vista un alfabeto cifrato, ma che in realtà son proprio segni a caso (come più tardi ha chiarito lo stesso autore). Un bel librone assurdo.
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Il fumetto Paper Girls, il primo volume di 144 pagine è uscito il 25 agosto 2016 per BAO Publishing e si candida a essere il perfetto incontro tra Ghostbusters e Stranger Things. Paper Girls è infatti una serie scritta e disegnata da Brian K. Vaughan e Cliff Chiang, che va a collocarsi tra i Goonies, Stand By Me e la Guerra dei mondi, ma con una particolarità non da poco: stavolta le esploratrici in sella alle BMX sono tutte ragazze. Un Sacro Graal per tutti i retromaniaci amanti del vintage, che si candida a diventare un nuovo cult.
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