Libri
di Mattia Nesto 23 Aprile 2018

L’universo che ci gira intorno: intervista a Francesco Guarnaccia autore di Iperurania

Iperurania è un fumetto ambientato all’interno di una stazione spaziale costruita attorno ad un pianeta impossibile da esplorare

 

Uno dei titoli più interessanti usciti in questo periodo nel mondo del fumetto italiano è, senza ombra di dubbio, Iperurania di Francesco Guernaccia, autore che, nonostante la giovane età, è già molto seguito e conosciuto nel mondo dei comics. Ecco perché lo abbiamo raggiunto nella sede di Bao Publishing per un’intervista che ruota attorno ad una domanda fondamentale:  quale superpotere vorresti avere?

Iperurania è un racconto ambientato all’interno di una stazione spaziale costruita attorno ad un pianeta impossibile da esplorare, a causa di un campo di forza che lo rende impenetrabile. Quindi, per gli astronauti, l’unico modo di conoscere è fotografando la sua superficie. Bun, fotografo e protagonista del libro, senza neppure bene sapere il perché, si troverà sempre più vicino all’atmosfera del pianeta sino a vivere la più grande avventura possibile in quella porzione di spazio: senza però poterla raccontare a nessuno. 

 

Dopo qualche anno di oblio, sia nel cinema come nelle serie tv e anche nel mondo dei fumetti, la fantascienza sta tornando/è tornata di gran moda: ma la tua passione per pianeti lontani, tute spaziali e alieni assetati di sangue, ovviamente umano, a quando risale?
Credo che sia tutto merito della fantascienza se mi sono avvicinato così tanto al mondo delle storie. Se ripenso a tutti i primi esperimenti, con qualsiasi declinazione della narrazione, c’è sempre un po’ di fantascienza: i primi romanzi che ho scelto da solo in libreria sono stati racconti di Asimov, romanzi di Douglas Adams e Philip K. Dick. Tra i primi fumetti ai quali mi sono fortemente appassionato c’erano PKNA, l’Eternauta, Moebius. E poi ovviamente i film: da piccolo andavo matto per  Io Robot con Will Smith, Blade Runner, Star Wars, Star Trek e poi più tardi sono arrivati gli anime: Akira, Cowboy Bebop, Ghost in The Shell. La scimmia per la fantascienza ha conosciuto un’amica: la scimmia per il cyberpunk e così via fino ad oggi, passando anche per videogiochi e serie tv. Sarà meglio che mi fermi perchè non la smetterei più. Vediamo se riesco a sintetizzare, penso che l’amore per la fantascienza possa riassumersi in questo: la mia più grande paura infantile sono stati gli alieni, ero convinto che mi avrebbero rapito, però, tra le fessure delle dita, non ho mai smesso di guardare film dove facevano la loro spaventosa comparsa.

 

 

Sei diventato un autore riconosciuto e riconoscibile con il collettivo Mammaiuto: cosa porti con te di quel periodo? Anzi, a proposito, ma ci collabori ancora?
Guarda il periodo con il collettivo Mammaiuto non è mai finito. Per me l’autoproduzione non è una rampa di lancio ma un canale parallelo. Certo, non posso negare che i primi anni con Mammaiuto mi siano stati d’aiuto per essere dove sono ora, ma non ho mai pensato che quando avrei pubblicato con una casa editrice avrei smesso di autoprodurmi. E infatti continuo a essere parte attiva del collettivo, vado ai festival a tenere il banchetto, vado alle riunioni, facciamo caciara e continuiamo a fare i fumetti insieme. Prima di fare Iperurania avevo iniziato un’altra serie con Mammaiuto, Il Cavalier Inservente, poi l’ho interrotta e adesso la riprenderò e la finirò. Le mie produzioni forse si accavalleranno un po’, ma convivono e va bene così. Ho bisogno di tenere sempre aperti questi due canali e so bene cosa incanalare dove. E poi la serie che ho interrotto era sulla procrastinazione, quindi questa pausa enorme è diventata splendidamente metanarrativa. Ma sto divagando: il primo periodo con Mammaiuto è stato esaltante, per me fu come passare da suonare la chitarra da solo nella mia cameretta ad andare in tour con la mia band preferita.  È stato grazie a loro  se sono riuscito a fare il mio primo libro, a conoscere l’ambiente e a capire molte delle cose che oggi ritengo fondamentali per disegnare ma soprattutto scrivere delle storie.

 

 

Mi è molto piaciuta la metafora del viaggio tra i mondi come una partita a ping pong, del tutto dipendente dalla volontà: come ti è nata questa idea?
Per rispondere a questa domanda dovrei svelare un po’ di quello che è scritto tra le righe di Iperurania. Anzi non lo farò, mi limiterò a dirti questo: Iperurania è la metafora di qualcosa, la storia la si può leggere pure senza mai accorgersene, ma nella mia testa ha preso forma così. Ho preso una situazione realmente esistente e l’ho mascherata da fumetto di fantascienza. Adoro fare storie in questo modo perchè quando hai impostato tutta la metafora a priori, se lo hai fatto bene, poi la storia cammina da sola. E quindi, tornando a noi, il potere di Bun è metafora di una cosa che nella realtà funziona proprio come il ping pong: stai sempre in bilico tra due situazioni, salti da una all’altra in base al tuo stato emotivo, e non puoi mai fermarti troppo a lungo in una delle due parti o c’è qualcosa che non va, devi sempre rimbalzare! Capito di cosa si parla?

 

 

Dì la verità: l’hai sempre sognato di poterlo fare anche tu, vero?
Sì, decisamente, ma non è nella mia top 3 dei superpoteri più ambiti.

Mi ha molto incuriosito la dedica: di solito la si fa alla propria ragazza, alla mamma, al papà od a qualche artista che ha particolarmente influenzato il proprio percorso. E invece tu no, tu l’hai dedicata a te stesso: come mai?
La dedica di questo libro è un giochino che mi ha divertito molto: la puoi leggere come qualcosa di esterno alla narrazione, e questo mi farebbe sembrare solo un simpatico egocentrico, oppure la puoi leggere come una cosa che è parte della storia e questo innesca tutta una serie di deduzioni, la storia è autobiografica? Parla di me? E se parla di me, la dedica significa che ho imparato qualcosa? Forse fare questo libro mi ha insegnato qualcosa, esattamente come Bun ha imparato qualcosa vivendo la storia del libro. C’è tanto, in quella dedica, di cosa penso a proposito del rapporto tra un autore e il suo libro. E poi a dire la verità, se avessi scelto anche solo una persona diversa da me, poi, a cascata, avrei dovuto occupare tutto il foglio di nomi.

 

Francesco Guarnaccia – Iperurania

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Volete provare quello che prova un bambino quando sfoglia un libro? Cioè, come ci si sente a guardare un libro e non capire proprio niente? Nel tentativo di farci provare qualcosa di simile, Luigi Serafini negli anni '70 scrisse e disegnò una specie di enciclopedia assurda, che illustra e racconta un mondo fantastico e decisamente impossibile, descritto per filo e per segno con un linguaggio inventato, caratteri incomprensibili che sembrano a prima vista un alfabeto cifrato, ma che in realtà son proprio segni a caso (come più tardi ha chiarito lo stesso autore). Un bel librone assurdo.
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