Libri
di Mattia Nesto 12 Aprile 2017

Il mangaka di Porta Nuova: intervista al disegnatore torinese Capitan Artiglio

 

Quando i primi lavori di Capitan Artiglio sono iniziati a circolare su Instagram e su Facebook hanno subito catturato l’attenzione di molti. Uno strano miscuglio di cultura pop,  manga da Italia 1 e citazioni di dinosauri vari ed eventuali fanno di Julien Cittadino aka Capitan Artiglio uno dei disegnatori più interessanti d’Italia. Per questo motivo l’abbiamo raggiunto nel suo studio/laboratorio/casa di Torino per farci spiegare meglio la sua arte e anche per batterlo al suo videogioco preferito. (SPOILER: non ci siamo riusciti).

 

Quando hai capito di essere portato per il disegno?
I miei genitori mi hanno detto che all’età di tre anni facevo un sacco di capricci perché dicevo di non sapere disegnare. Poi evidentemente col tempo ci ho preso gusto e sono cresciuto con la consapevolezza di essere portato per il disegno, di essere bravo a disegnare. Questa, un po’ assurda, consapevolezza da primo della classe si è via via sgretolata quando ho cominciato a frequentare l’Accademia e quindi ad interfacciarmi con altri compagni disegnatori. Lì ho compreso meglio tutti i miei limiti, le mie lacune e le cose che dovevo e devo migliore. Quest’operazione di affinamento comunque non è che sia finita: continua e continua sempre, ogni giorno.

Cosa guardavi in televisione da piccolo?
Principalmente Dragon Ball, nel senso che da quando ho quattro anni o poco più ho sempre seguito Goku e compagnia, sin dalla prima serie. Poi naturalmente alle elementari Pokemon e Digimon erano appuntamenti fissi. In seguito mi sono anche avvicinato a Naruto ed ad altri cartoni però quelli a cui più sono legato sono la triade sopracitata. E penso che questo dai miei disegni traspaia chiaramente.

 

Niente cose un po’ underground tipo Street Sharks?
Oh beh sì, tantissimo loro, come i Biker Mice o le Tartarughe Ninja (per saperne di più vi rimandiamo a questo articolo). Anzi il mio studio è letteralmente pieno zeppo di giocattoli ed action figures di questi personaggi. Li adoro!

 

La tua opera è caratterizzata da una specie di unione tra il mondo dei manga e quello di certi cartoni anni Novanta con protagonisti dinosauri e/o creature antropomorfe: come mai questa scelta?
Guarda credo che vi siano varie motivazioni. Se mi guardo indietro, se guardo i miei disegni anche solo di due o tre anni fa non mi riconosco quasi più, non mi piacciono, ci trovo un sacco di difetti. Il mio segno è in costante evoluzione e modificazione. Le prime cose che ho fatto, ma lo posso dire oggi col senno del poi, sono molto più simili al fumetto underground americano che alla forma attuale, più vicina ai manga che mi hanno formato. Cerco, facendo molte illustrazioni, di migliorare sempre, magari eliminando i segni superflui sul foglio, frutto di una certa insicurezza, di evolvermi e di cambiare. Anzi ho anche un po’ timore che queste influenze, soprattutto a livello di autori, si facciano sentire troppo. Ad esempio per la Bao ho ridisegnato tutte le tavole di “Kids with Guns“: anche se le avevo fatte solo un anno, a riguardarle oggi, mi sembrano passati secoli!

 

Sappiamo che tra qualche tempo uscirà una tua storia per la Bao, Kids with Guns: ci sapresti dire qualcosa di più?
Beh sarà una storia piena di cowboy con una ragazza che, suo malgrado, diventerà abbastanza centrale anche se, essendo una serie, i protagonisti saranno molti. Il primo capitolo avrà un’ambientazione western e sarà molto clichettoso, ovvero con tutti i cliché del genere. Poi arriveranno i dinosauri e allora lì le cose diventeranno davvero serie.

Quali sono gli autori che, italiano o non, principalmente segui?
Potrei farti tanti nomi ma, a parte le ultime uscite, fondamentale per la mia formazione è stato Akira Toriyama e tutto il suo immaginario. Per quanto riguarda l’Italia, senza fare torto a nessuno, seguo molto Zerocalcare.

Sei di Torino e negli anni come giudichi l’evoluzione di questa città, sia dal punto di vista delle arti grafiche che da quello culturale in genere?
Potrei rispondere se uscissi di casa ogni tanto (risate). La vita del disegnatore comporta certi sacrifici, tipo lavorare anche per dodici ore al giorno di fila su un paio di tavole. Detto questo disegnare è la cosa che mi piace più fare in assoluto: quindi non mi posso lamentare. Detto questo qui a Torino si respira una bell’aria e con AlbHey Longo e Oscar (altri due disegnatori) ci vediamo spesso. Chissà che non si faccia qualcosa anche assieme!

 

Come è fatto il tuo studio?
Beh è pieno zeppo di giocattoli e action-figure. Certi sono riuscito a recuperarli da casa dei miei, quindi sono proprio quelli di quando ero piccolo. Altri li compro, per una manciata di euro, al Baloon di Torino, un grosso mercato vintage di quartiere.

E queste action-figures rientrano nel tuo processo creativo?
Moltissimo. Nel senso che per inventarmi le storie non è che sto a farmi venire in testa chissà quali elucubrazioni: come quando ero bambino immagino di fare scontrare uno Street Shark con un Extreme Dinosaurs e poi il resto viene da sé!

Hai realizzato la bellissima copertina dell’ultimo album di Murubutu “L’uomo che viaggiava nel vento” (qui la recensione): come è andata questa commissione?
Anni fa ho fatto parte di un collettivo e lì ho realizzato un sacco di locandine di concerti, ovviamente il tutto a gratis. Un giorno per caso ho disegnato la locandina del live di Murubutu qui a Torino, quando ancora erano in pochi a conoscerlo. La locandina era piaciuta tanto che lo stesso Alessio Mariani/Murubutu mi ha contattato e mi ha chiesto se avevo voglia di realizzare la copertina del suo nuovo disco, “Gli ammutinati del Bouncin’ ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari”. La collaborazione è poi continuata con questo altro disco, un disco che oltre ad essere bellissimo mi ha anche molto soddisfatto per quanto riguarda la copertina.

 

Che musica ascolti?
Non sono un fissato con l’hip-hop e quando disegno amo ascoltare vaporwave e ambient-music ma anche post-rock. Svario molto nei generi, passando dai Nirvana a cosette più nascoste.

Magari qualcuno può averlo già immaginato ma non puoi sfuggire a questa domanda di rito: come mai Capitan Artiglio?
Merito (o colpa?) di un gioco anni Novanta della Monolith Productions, Capitan Artiglio appunto, con il quale io e mio fratello stavamo proprio in fissa. Certo se avessi saputo che avrei pubblicato un albo con la Bao con questo nome forse ci avrei pensato una settimana prima di decidermi: però le cose sono andate così e alla fine dai ci sta. Da quel tocco di anonimato e mistero, e un po’ di patina vintage ’90, che ha sempre il suo perché!

 

 

 

 

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