Memorie del sottosuolo: la folle passione anni Novanta per le creature sotterranee

Perché 20 anni fa c’era questa insana mania di fare film con le creature che vivono sotto terra?

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di Mattia Nesto facebook 31 marzo 2017 08:33
Memorie del sottosuolo: la folle passione anni Novanta per le creature sotterranee

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È uno di quei misteri difficilmente spiegabili come la comparsa delle statue dei camerieri fuori dai bar, dell’utilizzo di termini come “apericena” e “giropizza” e dell’uso spregiudicato dei pantaloni a pinocchietto. Sta di fatto che ad un certo punto degli anni Novanta praticamente in ogni dove non si faceva altro che trattare e parlare di creature sotterranee. Se gli anni Settanta furono l’epoca d’oro dei cieli solcati da titanici robottoni e gli anni Ottanta quelli del “sole, whisky e sei in pole position” la dimensione underground in tutti i sensi (parola non a caso diventata di moda proprio in quella decade) dominava in lungo e in largo i 90’s.

 

 

 

 

Non si può non citare ad esempio Tremors ovvero quella serie cinematografica con protagonisti dei colossali vermoni che uscivano letteralmente dal sottosuolo. Nonostante ad oggi siano stati prodotti cinque film ed una serie televisiva (anche se pare che un nuovo reboot sia ormai in dirittura d’arrivo) l’episodio più famoso è senza dubbio il primo, datato 1990, ricordato dai più anche per la partecipazione di Kevin Bacon. Tremors 1 ha una trama semplice ed elementare che pare scritta da un bambino: nel deserto del Nevada, senza un apparente perché, sono apparse delle misteriose creature che mietono vittime a tutto spiano.

 

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Un gruppo di audaci tuttofare, tra cui ovviamente Kevin Bacon, decidono di mettersi sulle tracce di questi mostri e, dopo una serie di peripezie varie, con la classica super-esplosione li fanno secchi tutti (o così pare). Nonostante diciamo non brillasse per la trama la solenne paura che pigliava i ragazzi degli anni Novanta era fortissima e si citavano per giorni e giorni a scuola le scene più truculenti. Tanto che la riproposizione in televisione, di solito su Italia 1, di uno qualsiasi dei vari episodi destava sempre un interesse quasi morboso (anche ad età più tarde). Visti oggi fanno meno paura dei Looney Tunes però all’epoca vi assicuriamo che causavano un sacco di strizza.

 

 

 

 

 

 

Altro esempio classico è il cartone animato “Le Tartarughe Ninja” che, seppur tratto da un fumetto del 1984 (molto più violento delle trasposizione come cartone), negli anni Novanta registrava un larghissimo successo di pubblico. Protagonisti erano quattro tartarughe risultato di una mutazione provocato da una misteriosa sostanza tossica/radioattiva che trasformava semplici animali in creature umanoidi. In questo senso a farne, diciamo così, le spese è anche un topolino che diviene una ributtante creatura, metà uomo e metà pantegana, nel ruolo del maestro di arti marziali Splinter. La chicca è che le quattro tartarughe sono ghiottissime di pizza e, forse proprio per questo motivo in una ovvia connessione con l’Italia, con i nomi dei quattro grandi pittori del Rinascimento, ovvero Donatello, Raffaello, Leonardo e Michelangelo.

 

 

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Ma in questa carrellata di creature delle fogne e/o del sottosuolo non si possono non citare gli Street Sharks e i Biker Mice. Anche se per un Millenial questi nomi non dicono nulla, queste serie sono state di gran lungo due tra quelle di maggiore successo di tutti gli anni Novanta. Gli Street Sharks, sulla falsa riga delle Tartarughe Ninja, erano il risultato di una mutazione/esperimento genetico condotto dal più classico e trito dei cattivoni: quattro (ancora una volta quattro) ragazzi medi americani che diventano quattro squali umanoidi che per spostarsi letteralmente “nuotano” nel cemento. La sigla di questo cartone era qualcosa di epico e tutte le volte che andavano in onda nessuno si chiedeva se questi impavidi eroi fossero più una risorsa che un danno vivente per la città che difendevano: infatti tutte le volte che si spostavano il manto stradale era completamente da rifare.

 

 

Invece i Biker Mice erano tre topoloni che, direttamente da Marte, arrivavano sulla terra per combattere il nemico di turno, il diabolico Lawrence Limburger, il classico alieno da film di serie z degli anni Cinquanta (con il nome di un formaggio belga dall’odore fetido e pungente) che cela la sua natura mostruosa nei panni di un ancor più mostruoso palazzinaro corrotto. La cosa curiosa è che, al contrario delle Tartarughe Ninja, i tre Biker Mice sono molto ghiotti di hamburger che consumano in quantità industriale. Fighissime erano le motociclette, veri e propri pezzi unici di ingegneria aliena su cui tutti i ragazzi di quegli anni sbavavano come cani pavloviani.

 

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Ancora oggi ci si chiede questa passione, va detto smodata, per tutto quello che proveniva dalle fogne, topi, vermi e pesci umanoidi che fossero. Il motivo potrebbe risiedere nel grande successo che avevano le leggende metropolitane, come quella dei coccodrilli che affollavano il sottosuolo di New York, ma forse la vera ragione è un’altra. E per spiegarla bisogna citare It, la super famosa mini serie televisiva diretta da Tommy Lee e tratta dall’omonimo (e stupendo) romanzo di Stephen King di cui tra l’altro, proprio in questi giorni, è stato rilasciato il trailer di un film in programma a fine 2017 (qui la puntuale analisi di Simone Stefanini).

La scena della barchetta, ovvero quando il diabolico pagliaccio attira, proprio sporgendo da un tombino, un bambino (con un tenerissimo impermeabile giallo che tutti quanti avevamo in casa) e poi lo uccide brutalmente, ha segnato l’infanzia e la prima-adolescenza di molti. Compresa la nostra che, ancora al giorno d’oggi, tremiamo come delle foglie a rivederla. Forse proprio da lì, dal baratro senza fine delle nostre paure più profonde, nasce(va) quella passione per tutto ciò che proveniva dal sottosuolo. Dostoevskij  permettendo.

 

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