Perché Ti prendo e ti porto via di Ammaniti ha colpito al cuore un’intera generazione

Il romanzo di formazione più importante degli anni ’90, che usa un linguaggio al quale ancora oggi siamo debitori

Libri
di Simone Stefanini facebook 26 ottobre 2016 15:45
Perché Ti prendo e ti porto via di Ammaniti ha colpito al cuore un’intera generazione

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È il 1999 quando Mondadori porta nelle librerie Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti, scrittore romano al suo secondo romanzo. Il suo stile, prima di questa storia, era stato decisamente pulp, provocatorio e sinistro. Quelli della sua generazione (Aldo Nove, Luisa Brancaccio, Massimiliano Governi e tanti altri), ai tempi li chiamavano gioventù cannibale, a causa di un’antologia di racconti curata da Daniele Brolli e uscita nel 1996, tutta a base di sangue e merda, i due punti di riferimento del genere.

Ma che succede quando un cannibale cresce? Scrive il romanzo di formazione più importante di quel periodo, un libro che il New York Times ha definito “una storia picaresca di provincia che sprofonda nel dramma, è un Amarcord, con carattere”.

Facciamo un passo indietro nel tempo: anni 90, niente social, pochi telefonini, i giovani leggono ancora molto e di romanzi generazionali ce ne sono proprio tanti, da Due di due di Andrea De Carlo a Tutti giù per terra di Giuseppe Culicchia, passando per il Jack Frusciante di Enrico Brizzi. Libri mandati a memoria da una generazione di giovani curiosi e disillusi, che sentono sulla loro pelle il fallimento del modello anni ’80 e l’inizio della crisi, quella che diventerà il peccato originale con cui nasceranno i bambini nei 2010s.

 

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Ammaniti arriva a capire prima di tanti colleghi ciò che serve per far incollare i lettori alle pagine: un misto di linguaggio colloquiale e sboccato, di brand naming, di trash consapevole, di situazioni assurde trattate con verosimiglianza assoluta, di citazioni di musica pop in mezzo alla tragedia più nera.

Capisce che il nuovo millennio sarà quello della nostalgia canaglia, il sentimento più forte di qualunque altro che coinvolge anche i giovanissimi, che non avendo ricordi propri a cui attingere, sogneranno epoche diverse che non hanno vissuto.

Capisce che per far diventare italiano Stephen King, lo devi trasportare nella provincia, quella dei bar e delle zanzare, quella in cui non c’è niente, tranne il proprio mondo interiore. Lo devi far andare a braccetto con le storie di Vasco Rossi, di Loredana Bertè e di Max Pezzali. Nei posti dove è più facile perdere l’innocenza.

 

Per scrivere un libro così devi parlare delle vacanze, come fossero quelle dei Ragazzi della Terza C andati a male. Devi parlare del bello del paese come fosse il fidanzato dei sogni delle ragazze di Non è la Rai. Devi parlare dei segreti, delle risate, della solitudine, del bullismo, della scuola che non finisce mai, neppure quando suona la campanella. Ci deve scappare il morto e tutto deve crollare, per mostrare le cose come stanno e in tutto questo, un amore infinito, sconfinato e totale come si può provare solo tra le medie e le superiori.

“È finita. Vacanze. Vacanze. Vacanze. Per tre mesi. Come dire sempre. La spiaggia. I bagni. Le gite in bicicletta con Gloria. E i fiumiciattoli di acqua calda e salmastra, tra le canne, immerso fino alle ginocchia, alla ricerca di avannotti, girini, tritoni e larve d’insetti. Pietro Moroni appoggia la bici contro il muro e si guarda in giro. Ha dodici anni compiuti, ma sembra più piccolo della sua età. È magro. Abbronzato. Una bolla di zanzara in fronte. I capelli neri, tagliati corti, alla meno peggio, da sua madre. Un naso all’insù e due occhi, grandi, color nocciola. Indossa una maglietta bianca dei mondiali di calcio, un paio di pantaloncini jeans sfrangiati e i sandali di gomma trasparente, quelli che fanno la pappetta nera tra le dita.”

 

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Pietro è timido e ha pochi soldi in tasca, Gloria Celani invece è ricca, ed è la sua migliore amica, della quale lui è innamorato cotto. Una storia come tante a Ischiano Scalo, immaginario paesino maremmano in cui c’è il mare ma non si vede. Lui è molto timido e viene da una famiglia che è meglio perderla che trovarla. Fortunatamente, viene capito dalla sua professoressa, Flora Palmieri, una donna sola e un po’ strana che si va ad innamorare di un playboy che più tamarro non si può, tale Graziano Biglia. Due storie d’amore immenso e assurdo, la bugia più grande la più vera che ci sia, come direbbe Luca Carboni. Amore mio, che non ho amato mai, non smetterò di amarti mai. Neppure dopo la tragedia, dopo il punto di non ritorno, quello che cambia la vita.

Quando si ride, si ride forte, come dopo aver fumato la prima canna. Quando si piange, non si riesce a fermarsi, perché la storia parla di noi e di quelli che conosciamo. Mette a nudo la vita di provincia in tutte le sue sfaccettature, quella necessità di salvarsi la pelle e di andare via quando non si ha l’età adatta per farlo, tutti i traumi importati dalla famiglia di provenienza, che è quella che è e non te la puoi scegliere, come invece fai con gli amici. Sembrano banalità, vero? Eppure ogni romanzo di formazione deve per forza toccare questi argomenti per essere onesto.

 

ammaniti-1 ilquorum.it - Niccolò Ammaniti

 

Tutti i personaggi sono grotteschi, strani e bizzarri, perché gli esseri umani lo sono, nessuno escluso. In questo contesto l’amore irrompe e devasta, perché è l’unica cosa bella e perché risalta ancora di più, se messa a contrasto con Ischiano Scalo.

È un romanzo che può essere letto a vari livelli, perché i personaggi hanno età diverse e ogni volta che lo si riprende in mano, ci si può immedesimare con Pietro o con Flora, persino con Graziano, se nella vita abbiamo fatto un po’ di cazzate. Meno con Gloria, perché è la musa del protagonista e tale deve rimanere. Che fortuna che nessun regista si sia azzardato a farne un film, così da farci immaginare questi personaggi come vogliamo e farli vivere nella nostra testa tutte le volte che abbiamo bisogno di loro, per sentire ancora una volta la dichiarazione d’amore più struggente, quella che toglie letteralmente il respiro quando la leggi:

“Mia madre mi ha detto anche che sei bellissima e io lo sapevo. Quando eravamo piccoli, ero sicuro che saresti diventata Miss Italia.

Ti Bacio,
Pietro.

P.S. Preparati, perché quando passo da Bologna ti prendo e ti porto via.”

 

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