Alessandro Murdaca: il regista social del nuovo rap italiano

A neanche 18 anni ha già diretto video di Ghali, Sfera Ebbasta e Marracash: ma soprattutto creato un’estetica. Sogni, storia, pensieri, tecnica e metodo di un ragazzo prodigio, che vuole andare verso il pop

Musica
di Valentina Barzaghi 6 giugno 2016 12:13
Alessandro Murdaca: il regista social del nuovo rap italiano

Alessandro Murdaca ha 18 anni, gira videoclip ed è il ragazzino più chiacchierato del momento. Perché? Lavorando con nomi della scena rap come Ghali, Sfera Ebbasta e Marracash, è arrivato in poco più di un anno a una notorietà che pochi registi di video musicali possono dire di aver raggiunto nel corso di un’intera carriera.

“Ok, com’è possibile?” vi starete chiedendo. L’età ha giocato di sicuro la sua parte: essere appena maggiorenne e avere le idee così chiare su quello che si vuole fare, anzi farlo e già a livelli discreti, non è da tutti. Poi c’è la tecnica, da affinare certo, ma se lavorando a zero budget Alessandro riesce a confezionare video che, anche girati solo nel cortile di una palazzina, non ti annoiano grazie al lavoro sui movimenti di macchina e al montaggio dinamico, immaginiamo già cosa potrebbe fare con attrezzatura, staff e fondi extra.

Più di tutto però, c’è un pensiero e un metodo: Alessandro, figlio del proprio tempo, sa che oggi essere solo un bravo regista purtroppo non basta più per farsi conoscere e, nonostante la sua indole timida, ha deciso di buttarsi. Instagram, Facebook, YouTube sono alcuni dei canali che utilizza sapientemente per raccontare il suo lavoro raccontandosi, mettendosi in primo piano, facendoci affezionare a lui, che quindi attendiamo curiosi l’uscita dei suoi video.

Alessandro parla ai suoi coetanei con il loro stesso linguaggio e regala loro un messaggio e un’ispirazione: bisogna lavorare e impegnarsi per ottenere ciò che si vuole. Murdaca è il primo vero “social director” italiano: riprende la filosofia delle video stars anni Novanta (come Spike Jonze, anche se non lo conosce), che vuole il regista come perno della costruzione dell’immaginario legato all’artista musicale, e la riadatta in salsa 2.0.

Prendere un appuntamento con Alessandro Murdaca oggi ha i tempi d’attesa della Mutua tanto è impegnato. Ci piace quando ci racconta, come se ci stesse svelando un segreto, come sono nati i suoi lavori, le sue idee sul videoclip o i suoi progetti per il futuro: la volontà di mettersi alla prova con nuovi generi come il pop, il pensiero davvero internazionale di aprire una sua casa di produzione, la voglia di scrivere una web serie.

 

DSC_9507modtest  Foto: Gabriele Ferraresi

 

Il fatto che Alessandro, nella sua totale leggerezza e (forse) inconsapevolezza, stia provando a cambiare le carte in tavola nel mondo del videoclip italiano, andando anche a diffondere il suo messaggio attraverso la rete alle prossime generazioni di registi, ci rende davvero curiosi di quello che potrà essere il futuro, sia suo sia del formato.

Trafficato come periodo?
Già… sto lavorando davvero tantissimo. A parte il discorso della produzione effettiva dei video, sto cercando di costruire il mio team di lavoro, che non è solo quello che mi segue sul set, per farci capire. Vorrei fondare una vera casa di produzione per giovani talenti che vogliono fare video.

Dimmi qualcosa di più: sono registi che ti piacciono a prescindere o devono essere affini al tuo lavoro?
L’obiettivo principale di questa struttura sarebbe quello di nobilitare la figura del videomaker, cambiando la percezione che si ha verso il regista di videoclip oggi, soprattutto in Italia. La mia fortuna di adesso è che sembra io stia riuscendo da solo in questa impresa, quindi trovo giusto approfittarne, aprendo anche ad altri giovani talentuosi la strada. È il momento. Certo, questi ragazzi devono avere una loro storia, un loro stile, qualcosa che io trovi interessante.

Quindi usciranno sotto “Murdaca Produzioni” o come deciderai di chiamare la tua casa produzione, video di altri giovani, un po’ come hanno fatto i CANADA con il loro marchio “Producido por Canada” in Spagna…
Ah sì? Non li conosco.

Non so se sia proprio il tuo stile, ma ti consiglio comunque vivamente i loro video. Una cosa che ho notato facendo ricerca su di te prima di fare questa intervista (ride) è che il tuo personal brand, soprattutto sui social, non viene curato come quello di un regista, ma è più simile a quello di una pop star. Mi spiego: i tuoi lavori non ci sono in pratica mai, ci sei tu, un’immagine precisa anche fotograficamente di te, del tuo personaggio pubblico. Hai anche del merchandising…
In tutto quello che faccio cerco di adattarmi al mio tempo usando i mezzi che mi offre. Come ti spiegavo prima, il mio obiettivo è quello di cambiare la percezione che il pubblico ha nei confronti del regista di videoclip. Non so se questo approccio funzionerà davvero, ma credo che le persone oggi, oltre a vedere i tuoi lavori, vogliano anche scoprire chi c’è dietro, chi sei. Non è sminuire il proprio lavoro, ma cercare di dargli un volto. Comunque se ti riferivi alla t-shirt, al momento ne ho solo una, ma presto vorrei produrle davvero.

Un adattamento per la Social Network Era del regista di videoclip anni Novanta, insomma. Non è un caso che tu stia diventando un marchio di fabbrica, il plusvalore per un artista che deve realizzare un video. Vuoi che le persone dicano “lo guardo perché è di Murdaca”
Esatto. Ad oggi siamo convinti che il regista debba sempre stare dietro le quinte, mentre il suo lavoro è davvero importante, anche e soprattutto in relazione alla figura del musicista: è lui, d’altronde, che lo aiuta a costruirsi un’immagine e un immaginario, è lui che deve mostrarlo come questi vuole. È difficile. Ogni mio lavoro nasce metà per una mia idea e l’altra metà per quella del musicista, anche per questo accetto di lavorare con persone con cui sento affinità. Solo così riusciremo ad avere un progetto che soddisfa entrambi. Un regista degli anni novanta di cui parli che stimo per questo è Chris Cunningham: aldilà dello stile visivo che può piacere o meno, credo che il lavoro fatto con Aphex Twin abbia influenzato molto la percezione che il pubblico ha del musicista. Di lui mi piacciono anche i lavori più sperimentali a livello di video arte. Devi sapere che, nel videoclip, alla fine mi sono trovato catapultato, ma avevo iniziato sperimentando più che altro.

 

DSC_9674modtest  Foto: Gabriele Ferraresi

 

Ho letto su un’altra intervista infatti, che non ascoltavi rap prima di iniziare a girare video…
No, per niente. Ascoltavo rock, blues, jazz. Il tutto è successo perché avevo appena creato il mio canale YouTube e iniziato a pubblicare dei video ‘comici’, quando sono stato contatto da Still Drake che mi ha chiesto se gli giravo un video. Visto che non lo avevo mai fatto, ho registrato una strofa a caso sul computer, ho provato a filmarmi e poi a mettere in sync audio e video. Ho visto che funzionava e quindi gli ho detto ok (il video era Sai Com’è).

 

 

Quando hai lasciato la scuola, sapevi che avresti voluto fare esattamente questo?
Ho smesso di andare a scuola perché mi trovavo in una condizione in cui non riuscivo più a studiare. Frequentavo il Liceo Artistico Olivieri di Brescia, avevo appena iniziato a fare video: se avessi continuato sarei stato bocciato ancora di sicuro – ero già stato rimandato in seconda media e in prima superiore – quindi ho deciso che era meglio interrompere. Dopo le vacanze di Natale non sono più andato. Dico così perché comunque l’idea è, appena sistemate le cose, magari di riprendere (ride). Il mio obiettivo era: fare video, rendermi indipendente e trasferirmi a Milano. Nel giro di un anno ci sono riuscito e ne sono molto felice. Ora devo continuare per rendermi sempre più autonomo.

Perché Milano?
Perché è una città ricca di opportunità. Inoltre già lavoravo con gente di Milano facendo avanti e indietro da Brescia, fermandomi anche a dormire qui. Dopo un po’ ho avvertito l’esigenza di avere una base mia. Ora abito a Lambrate con un coinquilino (Antonio Dikele Distefano, ndr: noi lo avevamo intervistato qualche mese fa). Nonostante si pensi il contrario, Milano non è molto presente nei miei video perché cerco sempre di spostarmi fuori dall’Italia a girare, anche per non riprendere contesti che sembrino prettamente del nostro paese e quindi rendere tutto più internazionale. Detto questo: non è che non ho mai girato nulla qui. Ad esempio sono stato diverse volte in ghetti come quello di Melara a Trieste. Fra l’altro lì ho avuto una delle poche esperienze un po’ pericolose ad oggi: stavamo girando quando è arrivato un gruppo di quarantenni ubriachi che mi ha preso la camera e non me la voleva più ridare. Una situazione un po’ agitata da cui però ne siamo usciti.

Ho visto che sei spesso in Svizzera, a Zurigo.
Sì, ho diversi clienti lì.

Sfera, Ghali e Marracash. Tutti appartenenti a una stessa scena musicale. Tutti maschi. Ti piacerebbe esplorare altre scene?
Mi piacerebbe iniziare a lavorare con artisti pop.

Tra i nomi ho letto Jovanotti, perché?
Perché credo che il pop abbia molte più possibilità d’espressione in fatto di video e che Jovanotti sia molto attento a tutto ciò che è attuale. Non nego poi che ci sia anche un motivo commerciale: non che il rap non lo sia, soprattutto in questi anni, ma lo è ovviamente di meno rispetto al genere per eccellenza in tal senso. Questo ovunque, in Italia come all’estero.

Come credi di avvicinarti al pop?
Vorrei lavorare su un’immagine più pulita rispetto a quella dei miei video attuali e più cinematografica, anche dal punto di vista della narrazione. Vorrei poter raccontare delle storie, al posto di limitarmi ad unire scene efficaci, ma che insieme non hanno un senso. Lo so, gli artisti fino ad oggi hanno usato il video solo per raccontarsi e mostrarsi, ma credo che le cose possano cambiare. Agli artisti serve il video per la canzone e se anche l’artista qualche volta non ci fosse, il regista riuscirebbe a concentrarsi meglio sugli aspetti più creativi. Ovviamente non sempre, questa è una delle strade: se c’è l’artista in playback ti concentri su di lui, se vuoi raccontare una storia non serve obbligatoriamente che ci sia.

In bocca al lupo, se ci riesci qui in Italia ti vengo ad abbracciare. Tornando a quello che ti stavo chiedendo prima: con qualche artista femminile non ti piacerebbe lavorare?
Non ci ho mai pensato.

Ti sto provocando, scusa (ridiamo). Come ben sai il mondo rap/hip-hop è stato spesso etichettato come misogino per il modo in cui rappresenta la figura femminile, soprattutto nei video di artisti maschi. I tuoi video non sono da meno: le ragazze sono un accessorio “di presenza”, come ti poni a riguardo?
È un cliché e sì, nei video che ho fatto ad oggi è comunque una figura in secondo piano rispetto a quella del protagonista, che al momento è maschile e mi chiede queste cose.

Che tipo di regista sei? Metodico, che improvvisa…
Improvviso molto. Lo story-board lo preparo anche, ma poi spesso mi trovo a fare tutt’altro. Succede spesso che quello che ti sei immaginato alla fine sia irrealizzabile con quello che hai e quindi ti devi saper arrangiare, farti venire un’idea, che poi magari si rivela anche più efficace. Ti faccio un esempio: in Dende (di Ghali, ndr) ci eravamo detti che avremmo girato al luna-park e nel bosco, mentre poi strada facendo si è aggiunta anche l’idea dei cani. Al luna-park siamo entrati che era quasi in chiusura, avevamo in mente delle cose, ma in venti minuti poi siamo riusciti a fare solo il play-back sull’autopista e poco altro.

Con che budget lavori?
Molto bassi, ma al momento non è un problema. Mi spiego meglio: vorrei avere sì più budget, ma da investire in attrezzatura migliore, che mi consenta di avere risultati più alti. Non è vero quello che dicono in molti che “il low budget stimola la creatività” perché ti devi comunque ingegnare in base alle possibilità che hai e se sono nulle, sono nulle: non puoi affittare camere e attrezzatura costose, sperimentare.

Che camera usi?
Una Panasonic GH4. Mi trovo benissimo.

 

 

Riprese contestualizzanti da drone, colori, fliccheraggio in post-produzione sono un po’ il tuo marchio di fabbrica, trovi anche tu?
Non so ancora dire cosa sia davvero il mio marchio di fabbrica, molte cose mi ingegno a farle per differenziarmi dagli altri registi e spesso anche per necessità, come il fliccheraggio nel montaggio. Vorrei comunque non fermarmi qui, ma provare a rinnovarmi di anno in anno, rimanendo fedele a me stesso, al mio stile. Il ragazzo del drone, Danilo Marzo, lo conosco bene e mi ha aiutato dall’inizio, quindi adesso quando ho bisogno di fare qualche “dronata” chiamo lui.

Come deve essere un buon video, secondo Murdaca, nell’era di YouTube?
Conta che fino a 11-12 anni, non sapevo nemmeno cosa fosse YouTube: ascoltavo i cd, la musica che ci passavamo tra amici. Una volta scoperto ho iniziato ad esplorarlo: oggi qualsiasi messaggio pubblicitario, di promozione, è legato al video. La musica si ascolta su YouTube, quindi per un artista che esce con un pezzo, anche slegato da un album, è indispensabile avere un video. Come farebbe un musicista ad attirare attenzione su di sé solo con un brano senza video? È inoltre grazie a questo che l’artista può definire al meglio il suo immaginario.

A proposito di YouTube, ti ci sei lanciato a capofitto, realizzando anche i Murdaca Tricks, delle lezioni-consiglio per i giovani che vogliono intraprendere la tua strada come videomaker. Come da programma, ti sei procurato i tuoi primi haters. Visto che sei così giovane, come ti rapporti alla critica brutale?
Diciamo che il problema è davvero recente perché prima non ne avevo o semplicemente non si occupavano di me (ride). Questo vuole anche dire che le persone mi stanno iniziando a conoscere. Con la fan base è cambiato tutto: ora so per certo che ci sono anche registi che si creano profili falsi per commentare negativamente. In generale penso che se qualcuno ti ‘hatera’, vuol dire che ha interesse nei tuoi confronti e quindi va bene così. Nel frattempo, io provo a rimanere il più freddo e distaccato possibile.

Con i Murdaca Tricks, cosa vuoi comunicare ai più giovani?
L’idea è quella, oltre alla casa di produzione di cui ti parlavo prima, di fondare anche una sorta di scuola per fare video, che però non è esattamente istituzionale. I Murdaca Tricks sono il primo passo: quello che vorrei fare è lavorare a un nuovo modo di realizzare videoclip. Mi ero prefissato di pubblicarne uno alla settimana, ma in questo ultimo periodo con tutto il lavoro che sta entrando sono davvero in difficoltà. Vorrei creare questa “struttura” per dare la possibilità ai videomaker che ne escono meglio di incominciare subito a lavorare, affiancandomi, per poi andare a sviluppare la propria immagine. Ovviamente, per iniziare, parliamo di workshop separati. Devo ancora trovare uno spazio, ma credo che sarà su Milano. Lo faccio perché ci sono diversi ragazzi giovanissimi, di 14 o 15 anni, che mi scrivono sulla pagina Facebook per avere consigli su come muoversi, su come riuscire a farsi conoscere e a far conoscere il proprio lavoro.

 

Foto: Gabriele Ferraresi  Foto: Gabriele Ferraresi

 

Ma sei davvero tu che rispondi su Facebook?
Sì, fino alla settimana scorsa (ride) ero io che rispondevo a tutto. Da questa settimana sono davvero in balia delle cose da fare: settimana prossima dovrei avere quattro produzioni in partenza per delle major e sta diventando difficile gestire così tante cose contemporaneamente. Credo sia importante avere un contatto diretto con la propria fan base, quindi adesso sto cercando di capire come organizzarmi.

Mi racconti una tua giornata tipo? Ad esempio, oggi cosa hai fatto?
Come tutti i giorni, mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere d’acqua e mi sono messo al computer. Ho interrotto per andare dal panettiere a prendere una focaccia, poi sono partito di corsa per venire qui. Io lavoro da casa: c’è una stanza dove sta il mio coinquilino e il salotto che ho trasformato in camera mia. Qui ci ho messo una scrivania, due monitor ed è lì che passo le mie giornate. Montando anche i miei video, sono spesso in casa. L’obiettivo è che in futuro ci sia gente più brava di me a cui delegare alcune delle cose che faccio oggi.

 

 

Eh sì, altrimenti rischi di smettere di vivere. A proposito: cosa ti piace fare nel tempo libero? Chi sono i tuoi amici qui a Milano? Dove vi piace andare?
Il 99% del tempo lo dedico al lavoro oggi. Non esco, non ho praticamente tempo libero. I miei amici sono sul web quasi tutti, a parte quelli più stretti che sono sparsi tra Brescia e Pavia.

Non ti chiedo fidanzate allora…
(ride) Niente, non ho tempo.

Te lo dicevo che devi inserire più ragazze nei video e lavorare per loro. Visto che non vuoi farti mancare nulla, hai più volte dichiarato di non volerti certo fermare al videoclip…
Il primo ulteriore passo che vorrei davvero fare è quello di una web serie, che andrebbe ad anticipare il mio primo film.

Idee?
Sì, vorrei realizzare un film a zero budget. Vorrei avere solo una camera e la disponibilità di persone che vogliono collaborare all’impresa. La cosa non mi spaventa: ad oggi ho realizzato davvero tanti video a zero budget. Devo vedere solo come me la caverò con la sceneggiatura.

Più continuo a parlare con te e più credo che il tuo successo dipenda anche dal fatto che tu non sia un semplice regista, nella chiave più artistica del termine, ma anche e soprattutto un bravo ragazzo di marketing. Sei permaloso?
No.

Ok, testiamo: quanto il successo che stai avendo dipende dai tuoi video e quanto dal fatto che i tuoi video siano realizzati da un ragazzo di diciotto anni in Italia?
Beh, è servito tantissimo: è stata la chiave delle mia notorietà. Quando ho iniziato fra l’altro ne avevo 17, ero pure minorenne. Molti rapper all’inizio si stupivano: mi chiamavano pensando che avessi 25 anni e invece si trovavano un ragazzino. Credo però che più sei giovane e meno limiti hai: hai meno bagaglio, meno esperienza e quindi sei più spontaneo, più fresco. Quando inizi hai un approccio che è solo tuo, mentre col tempo poi devi fare i conti con le idee e i pensieri di altre persone: inizi a vedere le cose in modo diverso, allontanandoti sempre di più dalla tua ‘purezza’ iniziale. Essere così giovane vuole dire anche usare i mezzi del proprio tempo. Pensa: i registi degli anni Novanta che camere usavano? Costosissime. Oggi non è più così e i giovani sanno come si possono aggirare certe questioni, anche perché solo a certi livelli musicali ti puoi permettere di finanziarti una grossa produzione.

 

 

Uno dei tuoi video che preferisco infatti è Mercedes Nero di Sfera Ebbasta: l’avrai girato in un cortile, senza budget, solo movimenti di camera e ritmo in montaggio
Sì, è giusto. Ho provato a fare anche dei piani sequenza. Molte cose, come ti dicevo le decidiamo anche al momento. Pensa che quando sono arrivato sul set di Ciny non sapevo nemmeno che ci fosse il ragazzo con il drone: lo aveva chiamato Sfera perché credeva fosse un buono spunto. Sempre in quell’occasione, l’idea era quella che girassi tutto il video su un hoverboard, per creare dei movimenti particolari: sono caduto dopo un minuto e quindi abbiamo dovuto cambiare un po’ di cose.

Non te l’ho ancora chiesto, ma visti alcuni video mi sembra d’obbligo: ti droghi mai?
No (ride). Non mi piace nemmeno bere. Credo si percepisca anche dai miei video.

Qualche tuo collega italiano che stimi?
Alex Coppola, con cui ho iniziato a collaborare, e Salmo. Anche con lui sarebbe divertente fare qualcosa.

Da piccolo cosa avresti voluto diventare?
Mi ricordo che in prima elementare mi avevano fatto un test in cui ce lo chiedevano e avevo risposto il muratore. Ero fissato. Più avanti avevo iniziato a pensare che avrei lavorato nel mercato delle auto. Poi mi sono trasferito a Brescia e lì ho iniziato con i video.

C’è un momento che leghi alla decisione di iniziare a fare video, quello che pensi abbia dato il via a tutto?
Stavo girando un trailer del mio server Minecraft. Con un programmino registravo lo schermo del computer e intanto, grazie all’aiuto di due amici che sentivo contemporaneamente in Skype, animavo gli attori. Ho fatto le riprese, montato tutto e poi caricato su YouTube. Quello è stato il mio primo video.

Ma hai anche un background familiare artistico?
Diciamo di sì. All’età di 10 anni mi sono trasferito a Brescia da Pavia: è qui che mia mamma ha iniziato a frequentare il mio professore d’arte delle scuole medie. Da quel momento ho sempre vissuto in un contesto artistico: mia mamma è pittrice e il suo compagno è scultore e pianista. Lui si chiama Gual Truzzi ed è molto attivo artisticamente, ad esempio ora sta organizzando il ritorno a Brescia del Banco del Mutuo Soccorso. Anch’io suonavo la chitarra, sia elettrica sia classica: con il discorso dei video, mi è dispiaciuto, ma l’ho abbandonata da circa due anni. Saper suonare uno strumento credo che mi abbia avvantaggiato nell’approccio creativo ai video perché è come se riuscissi ad afferrare meglio la musica. Gli stimoli artistici che mi sono arrivati dalla mia famiglia, mi hanno aiutato a vedere le cose in modo diverso: me ne accorgevo soprattutto a scuola. Rimango a lungo ad osservare le cose, anche in mezzo alla strada, vado in fissa se qualcosa attira la mia curiosità.

Ma i tuoi come avevano preso l’abbandono della scuola? E il tuo attuale successo?
Mia mamma è sempre stata d’accordo con qualsiasi mia scelta, mentre Gual alla mia decisione di abbandonare la scuola si era scioccato, ma poi mi ha lasciato fare. Mia mamma è anche insegnante di yoga: lei mi aiuta ancora a lavorare un po’ sugli aspetti più spirituali della mia persona.

In bocca al lupo per le tue quattro produzioni: non ci sveli proprio nulla?
No dai. Posso dirti solo che qualcosa è sempre rap, ma per etichette più grosse, mentre altro è pop.

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