Musica
di Simone Stefanini 3 maggio 2018

Compie 29 anni Disintegration, il disco della vita dei Cure

Disintegration dei Cure è un album diventato per molti il disco della vita, quello da mettere sul piatto quando torna la malinconia, per perdercisi dentro e lasciare che tutte le maschere e i freni inibitori cadano. Una disintegrazione necessaria per rinascere

 

Maggio è un mese propizio per The Cure, la band inglese capitanata da Robert Smith. L’8 maggio 1979 è uscito Three Imaginary Boys, l’album d’esordio, il 4 maggio 1982 è uscito Pornography, la definitiva consacrazione nell’ambito goth wave e il 25 maggio 1987 è stata la volta di Kiss Me Kiss Me Kiss Me, uno dei più grandi successi commerciali della band, ma oggi parliamo di Disintegration, il capolavoro inarrivabile che mette d’accordo i fan della prima e della seconda ora, uscito il 2 maggio 1989.

In quel periodo la band aveva trovato la formazione perfetta, dopo mille cambi prima e mille dopo. Oltre a Robert Smith alla chitarra e voce, insieme al fido Simon Gallup al basso c’erano anche Porl Thompson alla chitarra, Roger O’Donnell alle tastiere, Boris Williams che è stato il miglior batterista dei Cure e il vecchio Lol Tolhurst, co-fondatore della band con Smith ma sempre meno attivo per limiti tecnici e di vizi vari. Quest’ultimo lascerà alla fine dell’album e non contribuirà effettivamente ad alcuna delle canzoni.

 

 

I Cure (vi dispiace se togliamo il The davanti? Suona sempre strano quando si scrive in italiano) alla fine degli anni ’80 avevano già una gloriosa carriera alle spalle: un esordio di pura new wave seguito da tre album che più neri non si può, e non si parla di soul o black music, ma di suoni sintetici, tetri e sognanti, accompagnati da testi criptici e spesso deprimenti. Dopo aver toccato il fondo dell’abisso con il già citato Pornography, la band si regala un po’ di leggerezza alla sua maniera, con altri tre album pieni di singoli felici che entrano in classifica e in heavy rotation nelle tv musicali grazie ai video claustrofobici di Tim Pope, Close To Me su tutti.

Nel 1989 la band ha molte identità, ma i fan più affezionati sperano sempre in un ritorno alle sonorità dark di Charlotte Sometimes, Funeral Party o One Hundred Years. I fan, che durante i concerti copiano l’abbigliamento e il make up di Robert Smith, vengono accontentati con Disintegration, un album il cui titolo non potrebbe essere più attinente.

È la fine di un’era, sia dal punto di vista sociale che da quello emotivo, interiore. Robert Smith si trova alla fine dei vent’anni e ha una paura matta d’invecchiare, quindi si mette a scrivere canzoni di getto, come se il tempo fosse una pedana che gli sta sfuggendo sotto i piedi. Ne compone tantissime e le fa ascoltare alla band a un patto: se non fossero piaciute a tutti, le avrebbe usate per un album solista. La band amò i pezzi proposti, mica scemi i ragazzi.

 

 

L’album ha come concept la fine di qualcosa, la band torna a suoni più grevi e a testi più esistenzialisti. Va da sé che l’etichetta discografica battezzò l’album come un insuccesso commerciale per via dei suoi contenuti, in netta contrapposizione con gli ultimi singoli della band, la dolce Just Like Heaven e la funky Why Can’t I Be You?, ma fu smentita dai fatti e Disintegration diventò l’album più venduto dei Cure. In Italia si piazzò al 7° posto della classifica. Nel 1989 finivano gli anni del disimpegno e la gente aveva una gran voglia di farsi un bel pianto.

Le canzoni, beh, se non avete mai ascoltato Disintegration dei Cure per noi non siete neanche umani. Al suo interno ci sono Plainsong, un pezzo talmente struggente e cristallino che ti viene voglia di morire di bellezza e poi, citando a memoria, Pictures of You che diteci voi come si fa ad ascoltarla ricordando un amore che non c’è più e non prendersi male (e bene insieme). È questo il leitmotif di Disintegration: nella tristezza ci si sguazza, come fosse una piscina calda e accogliente nel mezzo di una notte gelida. Lovesong, il pezzo dedicato e regalato da Robert Smith alla moglie Mary, l’amore con le scale minori e ancora Lullaby, il singolo che conoscono tutti, un pezzo un po’ macabro e sinistro ma tanto tanto carino. Fascination Street, con la sua rabbiosa malinconia apre il secondo lato del disco o, se preferite, il lato b della cassetta che contiene in sequenza due capolavori di spleen emotivo, tanto lunghi quanto splendidi, necessari: Prayers for Rain e la più bella di tutte: The Same Deep Water as You. Fermiamoci un attimo qui.

 

 

Dopo la preghiera per la pioggia, quella arriva davvero, coi lampi e i tuoni e le parole in piena. Robert Smith descrive la fine di un amore e l’incomunicabilità che arriva quando due persone che si sono amate non sanno più cosa dirsi, non condividono più niente ma non vorrebbero separarsi mai. Se qualcuno l’ha ascoltata durante l’esplosione ormonale dell’adolescenza, conoscerà di sicuro quella sensazione di struggimento tutta nuova e misteriosa che arriva non appena Robert Smith canta “Kiss me goodbye…”, quel nodo in gola che racchiude tutti i sentimenti in una botta sola, troppo grande per affrontarlo razionalmente.

Disintegration è questo: un album diventato per molti il disco della vita, quello da mettere sul piatto quando torna la malinconia, per perdercisi dentro e lasciare che tutte le maschere e i freni inibitori cadano. Una disintegrazione necessaria per rinascere, che inizia dalla sinfonia celestiale di Plainsong fino alla rottura di Disintegration, alla nostalgia di Homesick e alla ripartenza di Untitled, senza titolo,  senza sovrastrutture. Meglio di una terapia.

 

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