Pultroppo, apposto e tutti gli errori che ci fanno impazzire sui social

Per non parlare di congiuntivi e acca mancanti

congiuntivo via

 

All’incirca nel 2008 c’è stata la più grande migrazione di italiani verso il social network. Non tutti erano pronti a veicolare i loro pensieri più reconditi attraverso la scrittura e, consciamente o inconsciamente, hanno causato danni irreversibili al sistema nervoso di chi ama scrivere in italiano corretto.

Non siamo Grammar Nazi, intendiamoci. Quando uno scrive veloce, l’errorino ci può stare (e poi subito a dare la colpa al T9 del telefono, all’auto correttore, ai tempi moderni) ma abbiamo la netta sensazione che molte persone scrivano queste parole pensando che siano corrette.

Ma non ci pensate alla vostra povera maestra delle elementari? Errori così le possono far saltare il pacemaker. Ecco dunque una classifica dell’orrore, a vostro uso e consumo.

 

10) Piuttosto che

piussyosno-che via

Ormai sembra una moda usare la locuzione prepositiva Piuttosto che con valore disgiuntivo, cioè al posto della congiunzione “o”. È una cosa che fa uscire il sangue dagli occhi. Si usa solo ed esclusivamente davanti a proposizioni avversative e comparative, per accordare una preferenza a un elemento rispetto a un altro. Un esempio? Piuttosto che scrivere sciocchezze, rimani in silenzio.

 

9) Escilo

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Croce e delizia dei dialetti del sud Italia è il potere di rendere transitivo ciò che non lo sarebbe affatto. Esci i soldi, scendi il cane che lo piscio, frasi così. Un’usanza che viene dal francese e che oggi impazza sui social, a causa dell’hashtag molto poco di classe #escile, dedicato ai seni femminili. Non va bene. La frase giusta è: Chi ha portato fuori il cane?

 

8) A dosso

 via

A meno che non parliate in volgare, nella lingua perfezionata da Francesco D’Assisi intorno al 1200, l’avverbio addosso si scrive tutto attaccato. Altrimenti sembra che parliate di una persona che si è messa nella posizione di un dosso, cosa piuttosto bizzarra in verità.

 

7) Io o, tu ai

naisnk via

Dobbiamo davvero spiegarlo? Io ho, tu hai egli ha. Il presente del verbo avere, nella prima, seconda e terza persona singolare (ma anche nella terza plurale) ha bisogno della mutina davanti, la H. E non provate a dire “scrivo così per fare prima”. Se il mondo fosse giusto, chi non sa scrivere il verbo avere non dovrebbe neppure avere il diritto di voto.

 

6) Aldilà

amlkika via

Se stiamo parlando del Regno dei Morti, di quel luogo misterioso in cui prima o poi tutti approdiamo, allora il lemma Aldilà è corretto. Se invece lo si usa come locuzione avverbiale o preposizionale, la forma corretta è quella con la grafia separata: Al di là.

 

5) Apposto

mannai via

Apposto è il participio passato del verbo apporre, che significa porre accanto (sopra o sotto) oppure attribuire. Se volete usarlo  per dire che va tutto bene, che avete messo la testa a partito, per rassicurare gli altri, si usa la polirematica del sostantivo posto e si scrive “a posto”. Quindi se volete lamentarvi delle tasse, meglio scrivere la frase correttamente: Siamo proprio a posto…

 

4) Avvolte

annaole via

Avvolte è il participio passato femminile del verbo avvolgere. Se vi piace la carne, ad esempio, potreste amare le braciole avvolte. Se invece intendete indicare la condizione temporale di frequenza, come sinonimo di “qualche volta” o “ogni tanto”, allora si scrive a volte, staccato. Esempio: a volte sarebbe meglio controllare il dizionario, prima di scrivere orrori sul social network.

 

3) Infondo

mannao via

Infondo è la prima persona singolare del verbo infondere. Io infondo gioia nel cuore dei miei sudditi, io infondo un senso di pace e di serenità. Solo questo. Laddove intendiate utilizzare la locuzione avverbiale il cui sinonimo potrebbe essere “tutto sommato”, allora dovete scrivere staccato: in fondo. Essa può avere diversi significati: In fondo non sei male ma anche Devi girare in fondo a destraSempre staccato.

 

2) Pultroppo

mansjfkfoe via

Finora abbiamo fatto esempi in cui viene scambiata un parola per un’altra (tranne nel caso del verbo essere senza l’h), oppure viene coniugato un verbo in modo errato. La più grande disgrazia del lessico da social network, in realtà, è la parola scritta sbagliata. Mi dite com’è possibile uscire con un nuovo partner se lui/lei scrive pultroppo invece di purtroppo? La prima parola, semplicemente, non esiste. Non solo: se provate a scriverla su Facebook o sullo smartphone, ve la segna sbagliata, ve la corregge automaticamente. Mi state dicendo che qualcuno l’ha salvata tra le parole accettate perché non si fidava del dizionario? Un errore che in una qualsiasi lettera intima fa scendere la libido così in basso che poi a farla risalire non bastano nemmeno i diamanti.

 

1) Il congiuntivo, questo sconosciuto

mansjkeroek via

Il congiuntivo è un modo dell’italiano, la cui funzione è quella di indicare un evento soggettivo, ipotetico, non sicuro. Poi è arrivato Jovanotti col suo “sono un ragazzo fortunato perché non c’è niente che ho bisogno” e ha scombinato la mente di milioni di italiani, che ormai coniugano tutto al presente. Spero che vieni, Penso che sono ancora lì, credo che è molto contento, è incredibile che nessuno paga subito.  

Fa stare male, nevvero? Eppure sarebbe tanto semplice. Non serve neppure il dizionario fisico, nel dubbio basta andare sulle paginette fatte ad hoc da Treccani, da Zanichelli o addirittura da Wikipedia per capirne il funzionamento. Perché gli stranieri, freschi di scuola, spesso parlano l’italiano meglio di noi.

Presente: Che io arrivi, che io senta che io sia, che io abbia. Imperfetto: che tu sentissi, che tu vincessi. Passato: che io sia arrivato, che io abbia vinto. Trapassato: che io fossi arrivato, che io avessi sentito.

 

BONUS: i punti di sospensione

manskehynbdk via

Sono sempre tre e si usano, come tutti gli altri segni d’interpunzione, senza lo spazio davanti. L’intervallo fonetico è paragonabile a quello di una virgola e se eccedete nel loro uso, poi andrete a rileggere interi periodi con l’ansia, vi verrà la fame d’aria e non potrete proseguire oltre. Di pause ne basta una quando occorre, ricordatevi che non sono segni decorativi.

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Serigrafia a due colori, dimensioni 20×30 cm Edizione limitata di 40 esemplari Alessandro Baronciani Alessandro Baronciani vive a Pesaro e lavora a Milano come Art Director, grafico e illustratore. Ha lavorato per diverse agenzie pubblicitarie come direttore di campagne a cartoni animati. Le sue illustrazioni sono state stampate per molti brand come Martini, Coca Cola, Bacardi, Nestlè, Audi, Poste Italiane e Vodafone. Lavora per libri per bambini pubblicati da Mondadori, Feltrinelli e Rizzoli, quest’ultima ha anche pubblicato il suo primo libro, Mi ricci!, completamente pensato, scritto e illustrato da lui. Alessandro disegna fumetti. Ha pubblicato 3 libri di fumetti intitolati Una storia a fumetti, Quando tutto diventò blu e Le ragazze dello studio Munari. Per molti anni ha disegnato e pubblicato i suoi fumetti da solo, come un esperimento fai-da-te mai provato prima in Italia: i suoi fumetti venivano spediti in abbonamento e gli abbonati diventano parte delle storie che disegnava. Suona inoltre la chitarra e canta nella punk band di culto Altro. Tratto dal catalogo della mostra La bellezza fa 40
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