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Society
di Mattia Nesto 15 Maggio 2017

La vita e le tante orribili morti del Tamagotchi, il primo animaletto da compagnia digitale

Negli anni ’90 siamo diventati tutti genitori snaturati di un esserino fatto di pixel, a cui dovevamo dare da mangiare altrimenti faceva una brutta fine

 

Nel 1996, quasi in contemporaneo in tutto il mondo, viene commercializzato dalla Namco Bandai un videogioco portatile molto particolare: il suo nome è Tamagotchi (il cui nome deriva da tamago, in giapponese “uovo” e l’inglese “watch”, orologio-uovo insomma). Il successo del dispositivo elettronico è pazzesco e giornali e sociologici iniziano ad occuparsi di quello che, senza ombra di dubbio, diventa molto rapidamente un vero e proprio fenomeno di massa.

 

Nella seconda metà degli anni Novanta i videogiochi erano ancora visti da certa intellighenzia come il fumo negli occhi, simbolo stesso della decadenza morale dei costumi e degli ideali dei giovani. Ma in realtà il Tamagotchi (di cui negli ultimi tempi si è tentato un più o meno fallimentare rilancio) è stato un fenomeno sociale interessante per un motivo molto semplice: per molte bambine e bambini di tutto il mondo rappresentò il primo contatto con la morte.

 

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Fondamentalmente avere un Tamagotchi voleva dire prendersi cura di un piccolo animaletto (il più delle volte un pulcino) che aveva bisogni ed esigenze di una creatura veramente in vita: ovvero mangiare, bere, svagarsi e dormire. Proprio questo fatto era lo scarto fondamentale che faceva risplendere questo videogioco di grandissimo fascino: era come avere a che fare di una creatura in vita eppure non lo era, era sì un videogioco ma basato su regole più o meno fedeli alla vita reale. E come la canzone di Ivana Spagna ci insegna, colonna sonora de Il re Leone film Disney di due anni prima, “Il cerchio della vita” può essere crudele. Infatti l’esserino, se non debitamente curato ed allevato, poteva morire ma, al contrario di tutti le eroine ed eroi dei videogiochi, da Mario a Lara Croft, il Tamagotchi non tornava in vita: moriva e andava dritto dritto al cimitero, con la sua “brava” tomba.

 

 

Per un bambino medio degli anni Novanta, dopo lo sconvolgimento della morte della madre di Bambi nei primi minuti del cartone, questo rappresentava uno dei momenti fondamentali della propria esistenza e della, un po’ in senso lato, formazione alla vita. La scoperta della morte quindi poteva essere appresa, talvolta in modo molto brusco, tramite un oscuro essere in 8 bit. Ma cosa provocava la morte del Tamagotchi? Ecco su questo si è molto discusso, sia in quel periodo sia dopo (tanto è vero che molte wiki di appassionati ancora oggi si scannano su consigli, regole di comportamento e manuali di sopravvivenza).

 

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La causa più comune era quella di essersi scordati, per un tot di tempo, di dare da mangiare all’animaletto che dopo un po’ che rimaneva all’asciutto, letteralmente, moriva di inedia. Oppure di non averlo fatto addormentare nel modo corretto: ore di sonno perso erano la strada più breve verso il camposanto. Ma non era raro che il Tamagotchi si ammalasse di più o meno misteriosi morbi e, se non veniva curato, poteva passare all’oltretomba in un battibaleno. Molti di quelli che sono stati giovani o anche genitori in quel periodo ricordano pianti disperati di bimbe e bimbi che avevano dovuto dire addio anzitempo al loro amico elettronico.

 

 

 

 

Però non sempre le cause della morte erano comprensibili/spiegabili e questo rischio aumentava se si acquistavano dei “tamagotchi contraffatti”. Infatti erano molto diffuse delle versioni pirata, magari con protagonista o un globo informe, oppure un draghetto o anche, addirittura, un simil-Pikachu. Queste versioni non ufficiali erano affette da gravissimi bug che comportavano morti improvvise dei protagonisti. Anche se non è mai stato confermato, da più parti gira voce che fosse stata commercializzata una versione con una patch “zombie”. In questo specifico caso la morte dell’animaletto rappresentava non la fine ma, di fatto, l’inizio dell’avventura con una nuova ambientazione tra tombe e lapidi.

 

 

Già nella gestione del tamagotchi si potevano intuire i futuri destini dei bambini anni Novanta: la donna o l’uomo di successo del domani tenevano splendidamente il loro animaletto che via via cresceva sino a diventare un dolcissimo e pingue pennuto. I più scapestrati invece riducevano il loro amichetto ad un ammasso di piuma ed ossa, il più delle volte malaticcio e con una zampa, anzi due, nella fossa. In fondo sempre meglio che accanirsi su qualche animale vivo per davvero: con il Tamagotchi si sono salvati da “morte certa” una cifra incalcolabile di pesci rossi, tartarughine, cocorite e criceti o roditori in generale.

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