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di Mattia Nesto 2 maggio 2018

Abbiamo provato Zero Comico, l’introvabile videogioco di Aldo, Giovanni e Giacomo

Compiono 30 anni i primi sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo. In questo clima da festa grande abbiamo deciso di provare il videogioco rarissimo sui loro personaggi

 

Correva l’anno 2001 ed il trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo non ne sbagliava letteralmente una. Dopo le prime apparizioni in RAI, all’inizio degli anni Novanta nell’indimenticabile trasmissione di Paolo Rossi Su la testa, AGeG diventano famosi grazie a Mai Dire Gol attraverso le interpretazioni che, ancora oggi, tutti ricordiamo e riguardiamo a manetta su Youtube: dai Bulgari, a Nico e i suoi Fratelli, dai tre arbitri fino a Rolando e Tafazzi, ovviamente.

Un successo che trova giusto e meritato eco anche al cinema con una triade perfetta di film: dall’esordio con Tre uomini e una gamb” (quanti di voi non l’anno visto almeno quel centinaio di volte, confessate dai) a Così è la vita sino a Chiedimi se sono felice del 2000, per molti l’apice del trio comico al cinema.

Contemporaneamente, tra il ’97 e il’98 la lunghissima tournée teatrale de I corti li ha fatti conoscere in ogni dove. E così arriviamo al 2001, quando i tre comici milanesi decidono di sbarcare nel mondo dei videogiochi: Zero Comico è proprio questo. Sì, avete capito bene, Zero Comico è il videogioco di Aldo, Giovanni e Giacomo.

 

 

Se state pensando che “non è possibile” oppure “sì ok ma sarà stata una cacata” avete ragione: Zero Comico  è un orrido videogioco in cui si può interpretare delle versioni di Aldo, Giovanni e Giacomo in 3D talmente brutte da non parere essere vere. Il videogioco è ambientato in una sorta di futuro distopico in cui un regime totalitario impedisce le minime libertà individuali alle persone, costringendole a vivere in bunker sotterranei. A capo di questo regime è il fantomatico Pdor (personaggio interpretato da Giacomo nello spettacolo teatrale, trasmesso anche su Canale 5, Tel chi el telùn dello stesso anno): AGeG vengono contattati da Tafazzi che li incarica di liberare il mondo.

 

Ecco, grosso modo, questa è la trama e sì e pure peggio di quello che potevate anche solo pensare: il gioco quindi si snoda in svariati livelli nei quali si può prendere il controllo di uno tra AGeG mettendosi, per così dire, alla prova in sfide che ricordano i videogiochi di maggior successo del momento. Da scopiazzature di Pacman (dove però, invece di ingerire le palline, bisogna far fare il ruttino al giallo protagonista), ispirazioni à la Tomb Raider e qualche spunto che ricorda Ape Escape, il videogioco è fondamentalmente questo: un pretesto, realizzato malamente, per far muovere Aldo, Giovanni o Giacomo con un controller.

 

 

Va detto che rigiocarlo oggi  è davvero arduo. Come ha giustamente sottolineato lo youtuber-critic Parliamo di Videgiochi, i legnosissimi movimenti e le animazioni lente e lunghissime obbligano il giocatore a interminabili scene in cui non si può far nulla se non assistere all’ennesimo “Mariaaa” di Aldo. Un paio di volte è pure simpatico ascoltare il caratteristico grido del pelatùn: ma al trentesimo salto sbagliato o lancio di bomba errato, l’imprecazione di Aldo è direttamente proporzionale ai vostri spergiuri in serie.

 

Nonostante queste dannate difficoltà, è stato in fondo bello rigiocare a Zero Comico. Già perché, proprio mentre a teatro si sta preparando il gran compleanno di AGeG per il trentesimo anno di attività, l’effetto nostalgia provocato dal videogioco è stato deflagrante. Infatti Zero Comico fa pensare, come si ricordava ad inizio di questo articolo, ad un periodo nel quale il trio comico non ne sbagliava una.

Dopo Chiedimi se sono felice infatti sono arrivati film meno riusciti (non so voi ma Fuga da Reuma Park è una delle cose più tristi viste in tempi recenti al cinema, Yotobi docet, guardate il filmato qui sotto ) e spettacoli teatrali che hanno tentato, senza mai riuscirvi, di intercettare le mode e gli stili contemporanei. Non si ride più con AGeG, si ride solo del loro ricordo (ma siamo pronti, anzi un po’ ci auguriamo, di venire smentiti).

 

 

Così, con la qualità degli sketch in caduta libera, ritornare al periodo d’oro di AGeG, anche se attraverso un pessimo gioco, fa davvero piacere. Tuttavia un’ inquietante domanda si fa largo nel giocatore dopo la cinquantesima battuta pre-registrata di Giovanni: e se il declino di AGeG non fosse proprio iniziato dalla messa in commercio di questo sciagurato videogioco? Un gioco macchinoso e brutto, con una grafica addirittura peggiore di quella proposta in alcune scene di Tutti gli uomini del deficiente (chi, come me, lo andò a vedere al cinema merita una medaglia al valore immediatamente). Questo noi non lo sappiamo ma il sospetto c’è e bello grosso.

 

 

Fatto sta che, come al solito, l’effetto nostalgia batte sempre l’odio e la bruttura: e allora rituffiamoci in questa putrescente grafica poligonale (con certi rimandi quasi da denuncia a dei capolavori quali Doom, Resident Evil, Monkey Island o Super Mario Bros, solo per citarne alcuni) ripassando a memoria tutte le battute de I Corti, rifacendo i movimenti dei Bulgari e imparando a contare fino a dieci insieme a Nico: Sassare, Pattagarru, Afrurennu, Siffratta, Micalazzu, Omonogizza, Afrattarre, Franco, Utruttu e Meddo.

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