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di Mattia Nesto 5 settembre 2018

Metal Gear Solid: compie 20 anni il più bel gioco per PlayStation

A distanza di due decenni, il capolavoro di Hideo Kojima si conferma come uno dei vertici assoluti dell’arte videoludica. Anzi dell’arte in generale

Era il 1998 e chi possedeva una Sony PlayStation grigio-topo con il controller dualshock integrato ha ben scolpito il ricordo di quella boss-fight. Siamo in una stanza elegantemente arredata, siamo una spia armata di tutto punto, furba, scaltra, che non ama sprecare le pallottole e non uccide tanto per uccidere, che sa dosare ogni sforzo: nella guerra sono le energie di riserva a contare giusto? Eppure questa volta ci sentiamo persi, senza speranza, in balia di un nemico così strano e difficile da inquadrare da parere difficili da battere: lui è PsychoMantis e non brandisce mitragliatori, bazooka o katane. No, lui combatte, letteralmente, con la mente ed è in grado di anticipare ogni mossa di Solid Snake, cioè di noi stessi.

Mantis ci conosce, sa cosa stiamo pensando e cosa faremo: Mantis fa cagare in mano, dice il poeta.  Ci muoviamo a destra e lui si sposta nella stessa direzione, facciamo per sparare e lui si scansa un secondo prima, ricarichiamo e lui si avventa su di noi. E poi la voce, la sua voce che ci rimbomba nelle orecchie, un recitato un po’ retorico da villain dei cartoni animati che però fa presa in noi: non abbiamo scampo. Come fare quando siamo in sui pieno controllo, quando il nostro controller (sì il gioco di parole è voluto) è in suo potere? Semplice, bisogna sfondare la quarta parete: scollegare il controller dal primo alloggiamento, quello del “giocatore uno” ed inserirlo in quello del giocatore due. Così il controllo cesserà e noi potremo sconfiggere l’avversario.

 

 

Se questa intro vi ha ricordato qualcosa o vi ha fatto riaffiorare un fiotto di emozioni questa è cosa buona e giusta: già perché anche voi avete giocato, amato (e forse sbriciolato) Metal Gear Solid, il tactical espionage action firmato da quel geniaccio di Hideo Kojima uscito proprio vent’anni fa in Giappone e quindi in tutto il mondo. Ma perché a distanza di due decenni si continua a parlare di questo gioco, per altro il terzo episodio di una serie iniziata nel 1987 con il primo Metal Gear uscito prima per computer e poi per Snes? Beh perché è ancora un cazzo di capolavoro.Metal Gear Solid è un capolavoro perché, all’altezza temporale del 1998, soltanto il contemporaneo Half-Life (che anno quell’anno del Mondiale di Francia) aveva raggiunto vertici tecnici e atmosferici così elevati. Già perché il gioco con protagonista la spia Solid Snake è farcito di citazioni filmiche, di riprese mozzafiato degne di una grande produzione Hollywoodiana e con una profondità di scrittura e sceneggiatura che rivaleggiano, se non superano, i migliori romanzi di Ian Fleming (che da quando li ripubblica Adelphi possono essere tranquillamente presi a paragone di altissima qualità).

 

 

Eppure, nonostante questi dettagli, di per sé l’avventura di Snake è piuttosto semplice: bisogna infiltrarsi in una base nemica, Shadow Moses, situata in un isolotto del Mare di Bering, per stanare e, possibilmente, neutralizzare il gruppo di terroristi facenti parte della squadra FOX-HOUND, i quali minacciano l’America di un attacco nucleare. Questa storia si innesta direttamente alla fine del capitolo precedente della serie, il numero due, dove il “nostro” Solid Snake ha “definitivamente” neutralizzato Big Boss, il capo indiscusso dei terroristi, mitico soldato veterano dello spionaggio anni Sessanta nonché padre biologico dello stesso Snake, nato in provetta assieme ad altri due fratelli.

 

 Via

Sì tutto questo è complesso e non ci siamo neppure avvicinati alla vera natura e della missione e al vero senso della storia, che ruota attorno, almeno per quanto riguarda Metal Gear Solid, alle questioni relative ai geni. Ma questo non importa. Infatti non soltanto per il plot ci ricordiamo di questo gioco ma per la tensione che abbiamo provato nel districarci in quei livelli realizzati ad arte dalla squadra di Kojima. Un gioco dove non si poteva, alla DOOM, correre all’impazzata da una stanza all’altra maciullando i nemici. No, Solid Snake non si comporta così, potrebbe anche farlo ma a suo rischio (e assicurato) pericolo. Infatti il gameplay di Metal Gear Solid è tattico, con uno stealth molto avanzato per l’epoca e con anche quei piccoli bug o quelle défaillance dell’intelligenza artificiale (chi non si ricorda i mitici “Eh” delle guardie quando sentono le nostre nocche picchettare sui muri) che ce lo fanno adorare.

 

 

Tuttavia Kojima non si accontenta di realizzare un personaggio iconico come Solid Snake ma lo circonda di tutta una serie di comprimari, diciamo così, di alto, altissimo livello e che poi vedremo e rivedremo nelle successive riproposizioni sulle varie console. Da Revolver Ocelot a Naomi Hunter, passando per il colonnello Campbell e l’adorabile Otacon, sono decine i personaggi indimenticabili e del titolo e dell’intera serie.Tutto questo viene narrato con un ritmo serrato dove ad un gameplay sopraffino, grazie a moltissime armi a disposizione tutto con un uso consone e realistico, si affiancano grandi serie cinematografiche, che lasciano il giocatore stupefatto e portato a farsi più di una domanda sul vero senso e fine di quanto sta avvenendo su schermo.

 

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Insomma in quel 1998 Metal Gear Solid ha alzato, una volta per sempre, l’asticella della qualità dei videogiochi, rendendo quel dischetto per la Playstation grigio-topo un capolavoro al pari di “Intrigo internazionale” di Hitchcock o paragonabile a “L’educazione sentimentale” di Flaubert. Inutile dire che da quel giorno Kojima-san è entrato di diritto nell’olimpo dei grandi artisti contemporanei. E l’amicizia con il regista Premio Oscar Guillermo del Toro, sì esatto quello de La Forma dell’Acqua, non può che fan sperare per la prossima “creatura” del direttore nipponico: quel Death Stranding che pare volere rivoluzionare, ancora una volta, i nostri pomeriggi e le nostre serate di gioco. E forse non solo.

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