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TV e Cinema
di Mattia Nesto 27 Marzo 2017

Fleabag e l’insostenibile leggerezza del sesso

Fleabag è la quintessenza della modernità, soprattutto per quanto concerne il femminismo e la narrazione dei sentimenti in una serie televisiva.

 

Avete presente la famigerata lista dei motivi del fascino delle donne dell’Est nel programma Parliamone sabato di Paola Perego (e se non ne avete idea, a parte invidiarvi per la vostra residenza su Marte, invito a leggere quest’articolo)? Bene se la lista in questione rappresenta una certa idea di Medioevo ancora ben presente nella nostra società, la serie britannica Fleabag è la quintessenza della modernità, soprattutto per quanto concerne il femminismo e la narrazione dei sentimenti, alti o bassi non ha importanza, in una serie televisiva.

Protagonista (ed autrice) della serie è Phoebe Waller-Bridge, soprannominata per l’appunto Fleabag, che incarna una ventenne londinese alle prese con, nell’ordine, la fallimentare gestione di un café (a tema “porcellino d’India”), i burrascosi rapporti con il proprio padre e la propria sorella e il difficile rapporto a singhiozzo con un ragazzo più una serie di occasionali incontri con altri uomini. Su tutto questo aleggia l’ingombrante ombra del suicidio fortuito della sua migliore amica Boo.

 

 

Troppa roba direte voi? Neanche per sogno perché la narrazione di  Phoebe Waller-Bridge ha il grande pregio di essere tagliente come un rasoio, non lasciando praticamente mai allo spettatore la possibilità di annoiarsi o anche semplicemente di tirare il fiato per un solo secondo. Fleabag è una brutta persona, che non cura né gli affetti famigliari (padre vedovo con una nuova compagna artista e sorella perfetta che ha grande successo nel lavoro ma è sposata con un tizio abbastanza discutibile), che passa, senza soluzione di continuità, da una relazione all’altra (sesso solo sesso, tanto sesso, inframmezzati da brevi momenti sereni con il suo eterno, e molto ingenuo, ragazzo) e non riesce mai a prendere sul serio le cose, in primis la gestione del café.

 

Ma proprio per queste ragioni Fleabag è un personaggio femminile e femminista convincente, perché non si sforza mai e poi mai di presentare una giovane donna come monumento alla perfezione, magari martire del lavoro, che subisce angherie varie a colpi di facile machismo e neppure si sfiora in alcun modo il tema della madre-coraggio. Phoebe Waller-Bridge è, come abbiamo già detto, una brutta persona, che però non ha paura di mostrarlo in toto. Ed ha pure, come ovvio e giusto che sia, i suoi grandi momenti di malinconia e tristezza, quando, ogni tanto, si ferma un attimo a pensare ed a riflettere sul senso della sua vita e, soprattutto, sulla sua cara amica Boo, tragicamente scomparsa durante un, va detto, buffo incidente “ciclistico”.

 

 

Essere donna al giorno d’oggi vuol dire anche, quando se ne ha voglia, bere vino, parlare male, mettere in imbarazzo le altre persone, fare del buono o cattivo sesso, mangiare biscotti e masturbarsi di fronte ad un discorso di Obama. Insomma tutto (o quasi) è concesso anche, e soprattutto, avere come unico e bruciante desiderio quello di piangere tutto il giorno.

 

 

Menzione d’onore per i momenti nei quali Phoebe Waller-Bridge  guarda direttamente in camera (un po’ come il Woody Allen degli esordi e, perdonate la blasfemia, un certo Pieraccioni d’annata) e interloquisce direttamente con lo spettatore, magari anche solo con una faccia o una smorfia che dice più di mille parole.

Se naturalmente i tempi delle “Eroidi” di Ovidio o “Memorie di una ragazza perbene” di Simone De Beauvoir sono definitivamente tramontati, Fleabag ci insegna che la libertà delle donne oggi è totale, anche di commettere sbagli (“A cosa serve la gomma nelle matite se non per correggere i propri errori?“), essere stronze, senza sentimenti e qualunquiste come gli uomini. Ah, sì gli uomini: beh loro ne escono a pezzi anche se molto simpaticamente. Ma in fondo questo lo sapevamo già no?

 

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