TV e Cinema
di Andrea Girolami 21 Ottobre 2015

Perché Ritorno al futuro è un film capolavoro

Ode alla grande storia della nostra giovinezza. E al mio film preferito

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Ad una cena tra amici, con lo sconosciuto seduto nel sedile a fianco in treno e persino ad un primo appuntamento è possibile che esca fuori la domanda: “Qual è il tuo film preferito?“. La mia risposta è sempre la stessa. “Ritorno al futuro“. Spesso, soprattutto giunto alla soglia dei 35 anni, la prima reazione che ricevo sono delle risate. A volte sommesse altre calorose, mi esplodono in faccia neanche avessi detto chissà quale castroneria. La mia espressione orgogliosa e indifferente invece è sempre la medesima.

Sono settimane che l’internet pullula di video, commenti, articoli, operazioni di comunicazione dedicate a Ritorno al futuro. Qualcuno mi ha invitato ad un evento Facebook gigantesco che festeggia l’arrivo di Marty e Doc nel 2015, un marchio di auto ha riunito i due protagonisti per un maldestro spot pubblicitario basato sulla nostalgia e qua a Dailybest dedichiamo l’intera giornata (e il nostro sito) alla trilogia cinematografia. La sensazione è quella di una realtà che sta disperatamente cercando di raggiungere quel futuro di fantasia che ci era stato promesso dal grande schermo: hoverboard e scarpe autoallaccianti compresi.

Siamo di fronte ad un tipo di attenzione e isteria che non accade di frequente neppure al cospetto di blockbuster hollywoodiani, un’attesa spasmodica per un qualche tipo di epifania che può essere contenuta solo nelle grandi opere d’arte: i dipinti rinascimentali, le cattedrali cristiane e appunto la trilogia di Ritorno al futuro. Come ogni seduta psicanalitica che si rispetti l’inizio è sempre il medesimo: chiudiamo gli occhi è torniamo all’episodio traumatico da cui tutto ha avuto inizio…

Il primo ricordo legato al film è quello di un me stesso in età ancora prepuberale seduto davanti al televisore con il telecomando del videoregistratore in mano intento a riavvolgere il nastro della VHS (rigorosamente registrata dalla tv) per l’ennesima volta. Mia madre alle spalle si preoccupa della sanità mentale del figlio perché “Non è normale guardare un film così tante volte“.

E invece sì. Perché Ritorno al futuro e soprattutto il primo episodio di cui stiamo discorrendo, è un riuscito primo esempio di ipertesto cinematografico che si svela solo dedicandogli il giusto tempo. Prova ne sono i riferimenti incrociati, gli inside jokes e easter eggs che hanno dato vita a un’infinita serie di articoli a tema. Non è forse questo il primo indizio della modernità di un film iper-ricco e iper-connesso (nelle sue linee narrative interne ma anche in quanto a riferimenti storici, cinematografici, musicali) e di cui oggi ci ritroviamo a parlare con tanto trasporto. Se è vero, come dicono i Calvino ma anche gli Steve Jobs, che la complessità deve essere nascosta in profondità dalla facilità d’uso ben visibile in superficie allora è anche per questo che Ritorno al futuro è un capolavoro.

 

marty-and-lorraine-mcfly  C’è qualcosa che non va

 

Ma c’è dell’altro. La prima epifania che ho avuto riguardo a questo film, a seguito della millemillesima visione, è quella un po’ inquietante che contiene lo spirito stesso degli anni ’80 e della cultura medio-borghese con cui io e molti dei miei coetanei siamo cresciuti. Pensateci bene: cosa racconta essenzialmente la trama di questo primo episodio? Marty torna indietro nel tempo e si ritrova contemporaneamente a salvare la vita del proprio padre e ad evitare le avance sessuali della giovane madre. Agli amanti delle lettere classiche tutto questo dovrebbe ricordare qualcosa. Il complesso di Edipo, uno dei capisaldi della psichiatria moderna, si basa su uno schema speculare: quello dell’impulso di tutti gli uomini di uccidere il proprio padre e sedurre la propria madre. Una linea narrativa che da Freud in poi in tanti hanno ritrovato in un’infinita di storie e romanzi: dalla cosmogonia classica fino a Guerre Stellari (ok lì c’è di mezzo una sorella invece che la mamma ma ci siamo quasi dai…). Possibile che gli sceneggiatori Robert Zemeckis e Bob Gale (nominati all’Oscar per questo film) si siano imbattuti in una costruzione narrativa così raffinata per puro caso? Difficile ma possibile, in fondo Ritorno al futuro non è certo un film fatto per cervelloni con il Libro Rosso di Jung sottobraccio quanto per una platea di persone più ampia possibile. Il risultato però è una storia che sembra volerci dire che il migliore dei mondi possibili, quello in cui sei persino tornato indietro nel tempo riuscendo a risolvere tutti i conflitti della tua famiglia, è quello della perfetta borghesia americana. Fuoristrada parcheggiato nel vialetto, capello cotonato, libro pubblicato e tutto il resto. Questo finché qualcosa di inaspettato non arriva a turbare la tua tranquillità, ad esempio una macchina del tempo che atterra in giardino come insegna la mirabolante non-conclusione del film.

 

rit1  La famiglia felice degli anni 80

 

Fin qui abbiamo provato a rivelare il mistero di Ritorno al futuro con della semiotica spicciola prima e con la psicanalisi altrettanto spicciola poi. Ci rimane solo un’arma allora: quella dell’emotività. La stessa che aveva portato me, e tanti tra voi, a sedersi davanti a quel videoregistratore continuando a riavvolgere il nastro di una storia che sembra essere stata pensata per andare avanti come in un loop infinito. Un eterno ritorno simile a quello delle GIF animate davanti cui incrociamo gli occhi tutti i giorni.

Il sentimento però è una cosa di cui ciascuno può e deve parlare solo in prima persona. Tutti quelle ore, giorni e mesi davanti lo schermo del televisione a vedere lo stesso film avevano in fondo un solo obiettivo: entrarci dentro. Il sogno di un bambino di diventare protagonista della storia che sta guardando, riuscire nell’impresa che solo Marty/Michael J. Fox è stato in grado di compiere. Conoscere i propri genitori da giovani, toccarne con mano l’umanità, scoprirne il lato fallace, riavvicinarli e scoprirli compagni di giochi. I segreti di uno dei film più adorati, omaggiati e sviscerati di sempre sono dunque nascosti nei capricci di un bambino? Ovvio, in questi come anche nei suoi sogni. Se la sostanza stessa del cinema non è questa, allora cosa?

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Serigrafia a due colori, dimensioni 20×30 cm Edizione limitata di 40 esemplari Martina Merlini Martina Merlini, artista visiva bolognese, classe 1986, vive e lavora a Milano. Il percorso artistico di Martina Merlini si snoda multiformemente nel solco dell’esplorazione, coinvolgendo una pluralità di tecniche, materiali e supporti che convergono nella ricerca di un equilibrio formale delicatamente costruito sull’armonia di elementi astratti e geometrici. Attiva dal 2009, ha esposto in numerose gallerie europee e americane. Dal 2010 al 2013, insieme a Tellas, intraprende il progetto installativo Asylum, che viene presentato a Palermo, Bologna, Milano e Foligno. Nell’estate del 2012 viene invitata a partecipare a Living Walls, primo festival di Street Art al femminile, ad Atlanta. Nel dicembre 2013 inaugura la sua seconda personale, «Wax» all’interno degli spazi di Elastico, Bologna, dove indaga l’utilizzo della cera come medium principale del suo lavoro, ricerca approfondita nella sua prima personale americana, «Starch, Wax, Paper & Wood», presso White Walls & Shooting Gallery, San Francisco. Tratto dal catalogo della mostra La bellezza fa 40  
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