TV e Cinema
di Mattia Nesto 10 Marzo 2020

Volevo nascondermi è un film splendido

Antonio Ligabue era una disperata e materica energia primordiale ed Elio Germano è bravissimo

Quando alla mostra del Cinema di Berlino Elio Germano vince l’Orso d’Argento per la migliore interpretazione, l’attore romano dedica questo premio a tutti gli storti, a tutti gli sbagliati. Storto e sbagliato è stato e si è sentito Antonio Libague, uno dei più importanti pittori e scultori del Novecento italiano: proprio alla vita e all’opera di Ligabue è al centro di Volevo Nascondermi, il film di Giorgio Diritti con Elio Germano.

Volevo Nascondermi, ve lo diciamo subito, è un film tanto bello quanto povero, tanto doloroso quanto crudo, tanto poetico quando anti-agiografico. Infatti Giorgio Diritti, avvalendosi di una fotografia che descrive in maniera perfetta la Svizzera di inizio Novecento e poi le campagne della bassa emiliana, in particolare della zona di Reggio Emilia, dagli anni venti fino all’Italia del Boom Economico, realizza un film che coglie Antonio Ligabue per rapidi schizzi che, similmente alla sua pittura, tutta nervi, tutta istinto, tutta materia su tela. Non quindi una narrazione biografico tout court, ma una sorta di parata di episodi più o meno importanti nella vita e nella carriera del pittore nato in Svizzera ma cresciuto in Emilia che delineano un personaggio tormentato.

Elio Germano, con un’operazione di mimesi incredibilmente ben riuscita (non soltanto a partite dal trucco particolarmente felice), riesce a calarsi perfettamente nei panni del pittore emiliano che, è bene ricordarlo, per lunghi anni è stato considerato quello che allora si definiva un minus habens: infatti tra i venti e i quarant’anni non si contano i ricoveri in ospedali psichiatrici, meglio forse chiamarli però manicomi come si diceva allora. Germano quindi ci dona un essere umano, ancora prima che un artista e un pittore che, praticamente fin dalla nascita, soffre e si dispera per questa sofferenza. Infatti fin dalla più tenera età il giovane Ligabue (conosciuto anche come Laccabue) viene deriso e considerato strano dai compagni di scuola e dalla sua stessa famiglia adottiva.

 

Gli occhi color caldarrosta di Elio Germano diventano sempre più gli occhi di Ligabue. Un uomo non scontroso di natura ma che, proprio per le continue vessazioni, ha un solo e unico desiderio: nascondersi, scomparire, fuggire dal mondo, anzi perdersi entro esso. Infatti, e la sua pittura sarà spia di questo, come una specie di chimera metà uomo e metà animale, Ligabue usa al massimo i suoi sensi, in primis la vista, gli occhi indagatori e poi il tatto e quindi il gusto per conoscere e entrare nel mondo. Ecco allora che la sua curiosità si sposta ben presto sulla descrizione di ciò che ha intorno, attraverso il disegno, in particolare modo degli animali.

I quadri e le sculture di Ligabue sono la materia incandescente del caos primordiale che si raffredda e diventa opera d’arte comprensibile per tutti. Infatti, come lo stesso Ligabue ricorda ad un certo punto, nelle sue continue peregrinazioni tra i manicomi e le fattorie della bassa emiliana, ha patito tanto freddo, ha mangiato così poco e ha conosciuto così nel profondo le miserie della condizione umana che non potrebbe fare arte in altra maniera. E quindi, quando qualcuno mette in dubbio un suo quadro, non capisce una sua scultura o, peggio, lo prende in giro per come ha raffigurato una tigre, Libague impazzisce dalla rabbia. Quel demonio che alberga nella sua testa, come era solita dire la madre adottiva, si impadronisce di lui che viene colto da un’ira funesta.

Elio Germano, supportato da un buon cast di attori locali, parla perfettamente il dialetto romagnolo e ci consegna un Ligabue diverso da quello di Flavio Bucci di cui vi abbiamo parlato qui. Se Bucci si era soffermato sull’epica della follia, Germano ne incarna la sua insondabile umanità. Un uomo pervaso dall’arte e dilaniato dalla vita. Esattamente come le fauci della sua iconica tigre, Antonio Ligabue era una disperata e materica energia primordiale.

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