Non è una trovata per visitatori, e non è neanche una semplice rievocazione di maniera. Quel cannone, ancora oggi, tiene insieme memoria, abitudine cittadina e una certa idea di Roma: quella che sa conservare i suoi riti senza ridurli del tutto a cartolina.
Dal volere di Pio IX al Gianicolo, la storia di un rito nato nel 1847 e sopravvissuto all’Unità d’Italia
Il cannone del Gianicolo nasce il 1° dicembre 1847 per volontà di Pio IX, quando avere un segnale unico dell’ora era una necessità vera. Serviva a questo: sincronizzare le campane delle chiese della Roma pontificia, che fino ad allora non battevano sempre il tempo allo stesso modo. Il colpo di mezzogiorno diventò così una sorta di orologio pubblico, sentito in gran parte della città, in un’epoca in cui telegrafo e telefono erano ancora lontani dalla vita di tutti i giorni.
La tradizione non si fermò con la fine dello Stato pontificio, ed è forse questo l’aspetto più romano di tutti: un’usanza nata sotto il papa e rimasta in piedi anche dopo l’Unità d’Italia. All’inizio il cannone era a Castel Sant’Angelo, poi passò per un breve periodo a Monte Mario e dal 24 gennaio 1904 fu sistemato sul Gianicolo, sotto la statua di Garibaldi. Un luogo che, da solo, racconta la stratificazione politica e simbolica della città. C’è anche un dettaglio tutt’altro che secondario: il primo pezzo usato al Gianicolo era lo stesso che aveva aperto la breccia di Porta Pia nel 1870, quasi a legare in un solo gesto due epoche molto diverse. Solo durante la Seconda guerra mondiale il rito si interruppe, per ragioni di ordine pubblico, e al cannone venne preferita una sirena. Per sentirlo di nuovo bisognerà aspettare il 21 aprile 1959, anniversario della fondazione di Roma.
Come funziona oggi lo sparo delle 12 e perché continua a richiamare romani e turisti
Oggi a sparare è un obice della Seconda guerra mondiale, in uso dal 1991, caricato con un chilo di polvere da sparo. La sua funzione pratica non è più quella di una volta: nessuno regola l’orologio sul colpo del Gianicolo. Eppure il rito è rimasto intatto, con la stessa precisione di sempre. A mezzogiorno in punto il cannone spara, con il sole o con la pioggia, e il rumore rimbalza ancora tra i tetti e le colline di Roma. Nei giorni più silenziosi arriva fino all’Esquilino.
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Prima che la tecnologia cambiasse tutto, il segnale partiva dalla chiesa di Sant’Ignazio: una palla nera issata su un’asta veniva lasciata cadere alle 12, l’ufficiale la seguiva con il binocolo e dava l’ordine di fuoco. Oggi quel sistema appartiene al passato, ma il fascino del cannone sta proprio qui: non serve più, eppure continua a esserci. Per chi vive a Roma è uno di quei gesti che resistono al tempo senza chiedere nulla. Per chi arriva da fuori, invece, è spesso una sorpresa, perché in poche città europee sopravvive un rito quotidiano così semplice e insieme così carico di storia. E forse è proprio questo il motivo per cui continua ad attirare gente: non tanto per lo sparo in sé, quanto perché per un attimo fa sentire Roma come un organismo antico che, nonostante tutto, batte ancora lo stesso tempo.




