È lì, davanti alla sede di viale Mazzini, dal 1966. Piantato nei giardini come una presenza familiare e, allo stesso tempo, un po’ misteriosa. Quel grande bronzo di Francesco Messina è entrato nell’immaginario della città ben oltre il suo valore artistico: per chi vive o passa nel Quartiere della Vittoria è un punto di riferimento, per generazioni di dipendenti della tv pubblica è stato uno sfondo quotidiano, per molti romani resta un’immagine sospesa tra forza e cedimento.
Dalla Bolivia a Roma, così il cavallo arrivò davanti alla sede RAI
La storia del cavallo parte molto lontano da Roma. E il dettaglio più curioso è proprio questo: non era stato pensato per la Rai. Messina lo aveva immaginato dentro un progetto celebrativo dedicato a Simón Bolívar, protagonista delle guerre d’indipendenza sudamericane e figura centrale anche per la Bolivia, che da lui prende il nome. Quel monumento, però, non fu mai completato. A fermarlo furono i costi troppo alti e le difficoltà economiche del Paese che avrebbe dovuto accoglierlo.
Poi la svolta. Fu Marcello Bernardi, allora vicedirettore generale della Rai, a capire che quel modello non doveva restare incompiuto. Chiese a Messina di realizzarne almeno una parte, il cavallo, da collocare davanti alla sede storica di viale Mazzini, il palazzo in vetro e acciaio progettato da Francesco Berarducci, allievo di Pier Luigi Nervi. Il 5 novembre 1966 la scultura venne installata. E da quel momento cambiò significato: non più il frammento sopravvissuto di un monumento mancato, ma un simbolo urbano, uno di quei segni che finiscono per raccontare un luogo meglio di qualunque targa.
“Cavallo morente”, il nome che ha acceso polemiche e interpretazioni
Il nome con cui è diventato celebre, “Cavallo morente”, in realtà non chiarisce fino in fondo la sua storia. Semmai la rende più ambigua. Basta guardarlo da vicino per capire da dove viene quella definizione: le zampe posteriori piegate, quelle anteriori che sembrano cedere verso terra, il muso sollevato, la bocca aperta come in un nitrito muto. L’immagine richiama la fatica, il dolore, forse l’ultimo slancio prima della caduta. Negli anni Settanta questa lettura prese piede anche sui giornali, dopo un articolo che denunciava i danni provocati dall’inquinamento. Da allora quell’etichetta è rimasta attaccata all’opera.
Eppure Francesco Messina non lasciò mai una definizione definitiva. Durante la lavorazione, alla Fonderia Battaglia di Milano, parlò di un “cavallo ferito come dopo un combattimento”. Ferito, quindi. Non necessariamente vinto. È una differenza tutt’altro che secondaria: un animale morente guarda alla fine, uno ferito può ancora rialzarsi. È proprio qui che sta la forza della scultura, in questo equilibrio tra due immagini opposte: la resa e la resistenza. Forse è anche per questo che il bronzo ha funzionato così bene come simbolo popolare. Ognuno ci ha letto qualcosa di diverso. E in quel cavallo, col tempo, in molti hanno finito per vedere anche un riflesso della Rai e del suo rapporto con il Paese, tra slanci, crisi e cambiamenti.
Nel Quartiere della Vittoria, tra piazza Mazzini, Foro Italico e Novecento romano
Il cavallo, da solo, vale la passeggiata. Ma attorno c’è anche un pezzo di Roma che spesso viene guardato di sfuggita. Il Quartiere della Vittoria non ha il richiamo immediato del centro storico e forse proprio per questo conserva un passo diverso, più tranquillo. Viali larghi, villini, palazzi degli anni Venti e Trenta, edifici pubblici del dopoguerra, alberi grandi, dettagli che spesso sfuggono a chi va di fretta. Da piazza Mazzini al Tevere il quartiere racconta un secolo di trasformazioni urbane, con quel miscuglio tutto romano di eleganza borghese, monumentalità pubblica e interventi moderni non sempre armoniosi, ma quasi mai banali.
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Poco più in là si incontrano la fontana-ninfeo di piazza Mazzini, la Dea Roma di Igor Mitoraj, il Foro Italico con tutto il suo peso architettonico e politico, e poi il Ponte della Musica, che porta lo sguardo verso la città più recente. Nella stessa zona ci sono anche Casa Balla, quando è visitabile, e l’ultima residenza di Alberto Moravia, due tappe che spostano l’attenzione dall’urbanistica alla vita culturale del Novecento romano. Ma il fascino del quartiere sta anche in ciò che non si nota subito: i cortili interni, i giardini nascosti dei palazzi, i tigli in fiore in primavera, i ginkgo che in autunno cambiano colore e trasformano strade normalissime in scorci inattesi. In mezzo a tutto questo, il cavallo di Messina resta fermo dov’è. E continua a fare quello che fanno i veri simboli: tenere insieme la memoria di un luogo e l’idea che quel luogo ha di sé.




