Servono anche a leggere la città, a capire come nei secoli abbia accolto potere, denaro, arte e mondanità. Non a caso Federalberghi Roma ha riunito molte delle strutture nate prima del 1950 nel Comitato Alberghi Storici: edifici passati attraverso papi, regni, guerre, cinema, diplomazia e turismo di lusso, spesso sempre negli stessi punti chiave della capitale, tra Pantheon, piazza del Popolo, Trinità dei Monti e via Veneto. E il punto, per chi oggi passa davanti a quei portoni senza fermarsi, è proprio questo: in quelle stanze Roma non ha solo ospitato viaggiatori, ha messo in scena se stessa.
Dal Pantheon alla Minerva, dove nasce il lusso romano
Per capire da dove parte l’idea romana di albergo di classe bisogna stare tra il Pantheon e piazza della Minerva. È qui che la città conserva due indirizzi che raccontano epoche diverse, ma legate tra loro. L’Albergo del Sole, un tempo Locanda del Montone, è indicato come il più antico di Roma: la prima testimonianza risale al 1467, quando ospitò le truppe di Federico III d’Asburgo. Già questo basta a chiarire che non si parla di un hotel “storico” nel senso da brochure. Da qui sono passati Ariosto, Mascagni, Cagliostro e, molto più tardi, Sartre e Simone de Beauvoir. Il fascino, però, non sta solo nell’elenco dei nomi. Sta nel fatto che l’albergo è rimasto lì, incastonato in un punto della città dove il passato non fa arredamento: si sente ancora, sulle facciate, nei cortili, nelle lapidi.
Poco distante, il Grand Hotel de la Minerve racconta invece il passaggio dalla dimora aristocratica al grande albergo moderno. Il palazzo, costruito nel 1620 per la famiglia Fonseca, diventa hotel di lusso nel 1835 ed è ricordato come il primo grand hotel italiano. È il momento in cui Roma smette di essere soltanto una meta per pellegrini, diplomatici o corti di passaggio e comincia a prendere la forma di una capitale da vivere con stile. Saloni decorati, suite dedicate agli ospiti illustri, clientela internazionale: non si cercava soltanto un letto, ma prestigio, posizione e racconto. E i nomi bastano a dirlo da soli: Stendhal, Melville, George Sand, Alfieri. Qui l’ospitalità, per molto tempo, è stata anche scena culturale.
Il Tridente delle élite tra nobiltà, arte e diplomazia
Nel tratto che va da piazza del Popolo a via del Corso si capisce bene perché certi alberghi romani siano diventati luoghi di rappresentanza prima ancora che strutture ricettive. Il Grand Hotel Plaza, con il suo impianto monumentale e gli interni liberty, nasce come locanda alla fine della Roma pontificia e poi si trasforma in uno dei riferimenti dell’alta società. Nobili, artisti, politici, sovrani di passaggio. È l’albergo che racconta una città ancora legata ai riti del ricevimento, della carrozza, dell’apparizione pubblica. Non stupisce che, secondo la tradizione, proprio da quelle finestre i futuri Umberto e Margherita di Savoia assistessero al carnevale romano.
L’Hotel de Russie, appena fuori Porta del Popolo, ha invece il profilo del grande albergo internazionale. Jean Cocteau lo definì “un paradiso in terra”, e l’espressione è rimasta perché dice bene che posto è: elegante, appartato, pienamente dentro la città ma quasi nascosto dal suo giardino firmato Valadier che sale verso il Pincio. Qui hanno soggiornato Romanov, Napoleone, sovrani scandinavi e bulgari. Non per caso si guadagnò il nome di “Albergo dei Re”. In queste stanze Roma incrociava la diplomazia europea, le dinastie, i viaggiatori di rango.
Diverso il caso dell’Hotel Locarno, in via della Penna. Più sottile, e per certi versi più romano nel Novecento. Nato nel 1925 da una famiglia svizzera, dagli anni Sessanta diventa rifugio di artisti, attori e intellettuali. Basquiat, Borges, e un mondo culturale che cercava luoghi con un carattere preciso, meno cerimoniali e più vissuti. È il segno di un cambio netto: l’élite non è più soltanto quella del sangue o della diplomazia, ma anche quella della creazione artistica, della reputazione, della vita culturale.
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Le terrazze della capitale, il lusso della vista
A Roma la vista conta quasi quanto l’indirizzo. E gli alberghi che dominano la città questo lo sanno da più di un secolo. L’Hotel Hassler, in cima alla Scalinata di Trinità dei Monti, è il caso più evidente. Fondato nel 1893 dallo svizzero Albert Hassler e poi legato alla famiglia Wirth, ha costruito la sua identità su una posizione che nessun rifacimento potrà mai copiare. Da qui sono passati Kennedy, Ranieri e Grace Kelly, Chaplin, García Márquez. Ma il punto non è solo la lista degli ospiti famosi. È che l’Hassler rappresenta da decenni una Roma che si offre dall’alto, raccolta e spettacolare insieme, perfetta per chi arriva in città e vuole sentirsi subito dentro un’immagine riconoscibile.
Il Sina Bernini Bristol, su piazza Barberini, gioca una partita simile ma con un’altra atmosfera. Nato nel 1874 come Hotel Bristol e poi ricostruito nei primi anni Quaranta, porta nel nome il richiamo a Bernini e alla Fontana del Tritone che si trova proprio di fronte. La sua terrazza, rilanciata anche dal cinema di Sorrentino, ha mostrato bene quello che questi alberghi vendono da sempre senza dirlo troppo: la possibilità di abitare Roma dall’interno del suo panorama. Nella sua storia sono passati imperatori, principi del Galles, famiglie americane dell’alta finanza come Rockefeller e Vanderbilt. In fondo la logica è semplice: l’albergo storico romano continua a funzionare quando tiene insieme memoria e posizione, senza ridursi a un museo fermo nel tempo.
Via Veneto, dagli anni della Belle Époque alla Dolce Vita
Via Veneto è probabilmente il posto dove questa storia si legge meglio, anche per chi non frequenta il mondo degli hotel di lusso. Basta pensare a come quella strada, tra la fine dell’Ottocento e gli anni Sessanta, abbia cambiato faccia insieme alla città. Il Majestic, aperto nel 1889 su progetto di Gaetano Koch, è il primo grande nome della via e si porta dietro tutto il gusto della Belle Époque: facciata elegante, sala da ballo, arazzi, affreschi, un’idea di modernità che allora voleva dire comfort internazionale e mondanità europea. Re, regine, principi e star lo scelsero perché a quel punto via Veneto era già una vetrina.
Il vicino Ambasciatori Palace, progettato da Carlo Busiri Vici in stile neorinascimentale, racconta invece una storia più tormentata. C’è la parentesi del dopoguerra, c’è l’uso come sede della biblioteca dell’ambasciata americana, poi la riapertura negli anni Novanta. È uno di quei casi in cui l’edificio attraversa i cambiamenti della città, cambia funzione, ma non perde del tutto il suo carattere.
Poi c’è il Grand Hotel Palace, inaugurato nel 1927 come Albergo degli Ambasciatori su progetto di Marcello Piacentini. Qui si vede il passaggio dal liberty all’art déco e, in fondo, anche quello da una Roma elegante ma ancora ottocentesca a una capitale più moderna, più esibita, più cinematografica. Stucchi, marmi, lampadari, affreschi di Guido Cadorin: tutto restituisce quel momento in cui l’albergo non era solo un servizio, ma una dichiarazione sociale. Ed è forse questo che colpisce ancora oggi chi attraversa via Veneto senza aver vissuto né la Belle Époque né la Dolce Vita: certi hotel continuano a raccontare un’epoca finita, che però da quella strada non se n’è mai andata davvero.




