Il centro torna a sembrare un palcoscenico antico dove la città rimette in scena le sue ossessioni di sempre: il potere, il sangue, la colpa, il denaro, la vendetta. Le storie di fantasmi che corrono tra il Colosseo, piazza Navona, Castel Sant’Angelo e Muro Torto non sono solo folklore da passeggio notturno. Spesso partono da fatti veri: processi, esecuzioni, scandali di corte, morti violente che Roma, in fondo, non ha mai davvero sepolto. Ed è questo il punto che colpisce più della leggenda: qui il soprannaturale ha quasi sempre un indirizzo preciso, un palazzo, un ponte, una chiesa, un nome che ancora pesa.
Dal Colosseo a piazza del Popolo, dove Messalina e Nerone non se ne vanno mai
Dalle parti del Colosseo, accanto ai resti del Tempio di Claudio sul Colle Oppio, la tradizione romana piazza una delle apparizioni più antiche e più note: quella di Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, rimasta nell’immaginario come figura di eccesso, desiderio e rovina. La leggenda la vuole di notte, avvolta in un peplo bianco e coperta di gioielli, mentre cerca l’ennesimo amante, come se fosse condannata a ripetere per sempre il ruolo che le cronache antiche, da Tacito a Svetonio, le hanno cucito addosso. Su Messalina, però, si confondono da secoli storia e propaganda, verità e caricatura. Ed è anche per questo che il suo fantasma continua a reggere: non è solo il ritratto di una donna perduta, ma quello di una città che ha sempre trasformato lo scandalo in racconto pubblico. Poco più in là, verso piazza del Popolo, cambia lo scenario ma non il tono. Qui la leggenda tira in ballo Nerone, altro nome che a Roma torna sempre. Si racconta che fosse stato sepolto proprio in quella zona, sotto un noce diventato rifugio di spiriti e presenze maligne. Tanto che papa Pasquale II, nell’XI secolo, avrebbe fatto abbattere l’albero, dissotterrare i resti dell’imperatore e disperderli nel Tevere. Al posto del noce sorsero prima una cappella, poi la basilica di Santa Maria del Popolo: quasi una risposta religiosa a un luogo considerato infestato. A Roma succede spesso così: quando il passato fa paura, la città non lo cancella, gli costruisce sopra. E forse è per questo che quelle zone, soprattutto di sera, conservano un’aria diversa, come se sotto il selciato fosse rimasta sepolta una parte della paura di Roma.
Beatrice Cenci e Mastro Titta, i fantasmi più ostinati attorno a Castel Sant’Angelo
Se c’è un fantasma che a Roma supera tutti gli altri per fama, è quello di Beatrice Cenci. La sua storia continua a colpire perché non ha nulla di lontano o astratto: c’è una ragazza, un padre violento, denunce ignorate, poi un omicidio in famiglia, il processo, la tortura, la condanna a morte. L’esecuzione avvenne nel 1599 e la tradizione racconta che ogni anno, nella notte tra il 10 e l’11 settembre, Beatrice torni sul ponte di Castel Sant’Angelo con la testa recisa tra le mani. Al di là dell’immagine macabra, il motivo per cui questa vicenda resiste è abbastanza chiaro: dentro c’è una giustizia che arriva tardi, o non arriva affatto, e c’è una vittima trasformata in colpevole. Una storia che oggi suona ancora fin troppo vicina. Nella stessa zona si aggira un’altra figura rimasta proverbiale: Mastro Titta, il boia dello Stato pontificio, quello del detto “Mastro Titta passa ponte”, che a Roma bastava a far capire che qualcuno stava per essere giustiziato. Giovanni Battista Bugatti viveva oltre il Tevere e attraversava Ponte Sant’Angelo solo per eseguire le sentenze. Col tempo diventò una presenza familiare e insieme temuta, quasi un ingranaggio normale di una città abituata a trasformare la pena in spettacolo pubblico. Oggi questa è forse la parte della leggenda che sembra più lontana, e invece è una delle più concrete: ricorda che Roma, per secoli, ha convissuto con il patibolo come con un pezzo qualsiasi del paesaggio. Oggi lì si vedono turisti, taxi, bancarelle, foto al tramonto. Ma sotto resta l’eco di processi, esecuzioni, corpi mostrati alla folla. E anche a questo servono i fantasmi: a riportare in superficie quello che la città monumentale tende a coprire.
Tra piazza Navona e Ponte Sisto, il Barocco dei fantasmi: la Pimpaccia e Costanza De Cupis
Il Barocco romano, con tutta la sua teatralità, non poteva che lasciare dietro di sé fantasmi all’altezza della scena. E infatti tra piazza Navona e Ponte Sisto si concentrano alcune delle storie più note. La più famosa è quella di donna Olimpia Maidalchini Pamphilj, per i romani semplicemente la Pimpaccia, donna potentissima alla corte di Innocenzo X, accusata dal popolo di avidità, intrighi e influenze indebite. Secondo la leggenda, nella notte del 7 gennaio il suo fantasma corre su una carrozza nera in fiamme, carica d’oro, tra piazza Navona e il Tevere, fino a sparire nelle acque del fiume.
SEGUICI ANCHE SUL NOSTRO CANALE WHATSAPP
È una scena perfetta per Roma, perché dentro ci sono tutti gli ingredienti giusti: politica, ricchezza ostentata e punizione ultraterrena. Nello stesso quadrante si tramanda la storia di Costanza Conti De Cupis, nobildonna ricordata soprattutto per la bellezza delle sue mani, quasi celebrate come un oggetto di culto. Poi arrivano una profezia, una ferita minuscola, l’infezione, l’amputazione, la morte. Un racconto cupo, da pieno Seicento romano, in cui il corpo è insieme ornamento, rango sociale e fragilità assoluta. Ancora oggi, secondo la tradizione, la sua mano pallida comparirebbe dietro le finestre del palazzo che si affaccia su piazza Navona.
Qui il fantasma non nasce da un delitto o da un’esecuzione, ma da un dettaglio quasi domestico. Forse è proprio questo a renderlo più vicino: una paura irrazionale che diventa destino, il prestigio che si trasforma in condanna, il corpo che da segno di ammirazione diventa luogo di rovina. E così piazza Navona smette di essere solo una cartolina barocca: diventa anche uno dei luoghi in cui il potere e la vanità hanno lasciato un segno più duro delle facciate.
Da vicolo delle Grotte a Muro Torto, il lato più inquieto di Roma tra Cagliostro, Lorenza e anime senza pace
Dietro piazza Farnese, in vicolo delle Grotte, la leggenda si fa più torbida, più sfuggente. Succede spesso quando Roma incrocia l’esoterismo. Qui, secondo il racconto popolare, tornerebbe di notte Cagliostro, al secolo Giuseppe Balsamo: alchimista, guaritore, massone, truffatore, imputato. E proprio a Roma conobbe arresto, processo e poi il carcere a vita. La sua figura continua a restare in piedi perché racconta bene una città dove il confine tra santone e impostore, tra fascino e inganno, è sempre stato sottilissimo. Accanto a lui compare Lorenza Feliciani, la moglie che lo accusò e che poi, stando alla leggenda, avrebbe vagato velata di nero tra Trastevere e piazza di Spagna in cerca di un marito perduto e forse tradito. Anche qui non tutto torna, non tutto è limpido. Ma a Roma le storie che durano sono spesso proprio queste, quelle che lasciano aperto un margine di dubbio. Più avanti, verso Muro Torto e i margini di Villa Borghese, il tono cambia ancora e diventa corale. In quella zona, un tempo legata a sepolture marginali, la tradizione colloca anime senza pace: ladri, vagabondi, prostitute, condannati, figure respinte due volte, dalla vita e poi dalla memoria ufficiale. Tra queste compaiono anche i carbonari Targhini e Montanari, avvistati con la testa sotto il braccio, e perfino i poeti Keats e Shelley, immaginati a passeggio, come se Roma avesse trattenuto anche le sue malinconie letterarie. In fondo è questo che rende così resistente il catalogo dei fantasmi romani: non parla solo di morti illustri, ma del modo in cui la città trattiene tutto. Imperatori e boia, nobildonne e truffatori, vittime e colpevoli. E continua a farli camminare negli stessi posti in cui oggi si torna a casa, si aspetta un autobus, si attraversa una piazza senza farci troppo caso. Finché arriva la notte, Roma si svuota un po’, e ricomincia a raccontarsi da sola.




