A Roma, dal 27 maggio al 5 giugno, la galleria Antonacci Lapiccirella Fine Art di via Margutta 54 ospita la mostra “Vernet incontra Piranesi”, che mette a confronto il fotografo newyorkese Marshall Vernet e il grande incisore del Settecento Giovan Battista Piranesi. Al centro ci sono le vedute di Roma e una domanda che, in fondo, resta sempre aperta: perché questa città continui a farsi raccontare con linguaggi diversi. L’idea, presentata dalla gallerista Francesca Antonacci, parte da un’affinità molto netta: il rigore del bianco e nero, il peso dell’architettura, quella sensazione di grandezza che nelle tavole di Piranesi passava dall’incisione e qui invece arriva dalla fotografia.
Due epoche, una stessa Roma: perché Vernet incontra Piranesi
Il cuore della mostra è tutto qui: un confronto tra tempi lontani che però, a guardarli bene, si parlano. Da una parte c’è Piranesi, che ha fissato una delle immagini più forti e riconoscibili della Roma monumentale. Dall’altra c’è Marshall Vernet, autore contemporaneo che posa sulla stessa città uno sguardo controllato, rigoroso, quasi severo, ma senza cedere alla nostalgia. Francesca Antonacci ha spiegato ad askanews che il progetto è nato proprio osservando il lavoro di Vernet, definito “molto affascinante, molto rigoroso”, capace di dare alle immagini una monumentalità che rimanda in modo diretto al maestro veneziano.
Non è però una semplice citazione, né un omaggio costruito a tavolino. La mostra si muove per richiami, contrasti, somiglianze. Vernet non copia Piranesi: ne riprende semmai l’eredità e la porta dentro il presente, dove la fotografia contemporanea continua a interrogare il rapporto tra luce, pietra e prospettiva. È in questo passaggio che il dialogo funziona davvero. Le architetture romane, dalle facciate agli spazi vuoti della città, continuano a produrre immagini dense, solide, quasi da toccare.
Cinque scatti, una sola immagine: la tecnica e la carta cotone
Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Marshall Vernet riguarda proprio il modo in cui costruisce l’immagine. Come ha raccontato la gallerista, il fotografo realizza cinque scatti dello stesso luogo, ognuno con una diversa esposizione alla luce, e poi li unisce in postproduzione. Non c’è l’idea dell’effetto facile, né quella di un intervento pensato per stupire. C’è piuttosto un lavoro lento, calibrato, che cerca profondità e continuità nei toni.

Antonacci ha voluto chiarire anche un punto preciso: Vernet “lavora in post produzione, ovviamente non in Photoshop”. Una precisazione che dice molto sul taglio della mostra, perché allontana subito l’idea di una manipolazione digitale pesante e riporta l’attenzione sul procedimento fotografico. Poi c’è la stampa su carta cotone, scelta che dà alle opere una superficie morbida, materica, e avvicina la fotografia alla consistenza dell’incisione. È anche lì che si gioca una parte importante del progetto: non solo il richiamo a Piranesi, ma una vera parentela visiva, concreta, visibile da vicino.
Roma in bianco e nero: la monumentalità secondo il fotografo newyorkese
Nelle immagini di Vernet, le vedute di Roma sembrano stare fuori dal traffico, dai passanti, dal rumore che di solito si porta dietro la città. Restano le linee, i volumi, i tagli della luce. E soprattutto resta quella monumentalità in bianco e nero che la galleria ha indicato come il tratto più vicino a Piranesi. Qui il bianco e nero non è un abbellimento. Serve, al contrario, a togliere tutto il superfluo.
Così Roma cambia faccia. Diventa più scultorea, a tratti persino più dura. Le architetture acquistano peso, le ombre si distendono, i dettagli si stringono. Il fotografo newyorkese non va in cerca della città-cartolina, e forse è proprio questa la scelta più convincente. Cerca una Roma più profonda, che non coincide con lo sguardo rapido del turismo ma con la durata della forma. In questo senso la sua fotografia resta pienamente contemporanea, anche se guarda a un autore del Settecento: lavora nel presente, ma sa bene da dove viene.
Via Margutta, la scelta della galleria e le date della mostra
Per Antonacci Lapiccirella Fine Art, da anni impegnata nella valorizzazione di opere tra il XIX secolo e la prima metà del XX, l’apertura al contemporaneo non è una scelta consueta. Ed è proprio per questo che l’operazione pesa di più. Francesca Antonacci lo ha detto in modo chiaro: quando la galleria entra nel campo dell’arte contemporanea, deve esserci “sempre un rimando al nostro mondo classico”. In questo caso il rimando è Piranesi, ma anche un’idea di continuità romana che passa dalle tecniche e arriva fino allo sguardo.
La mostra “Vernet incontra Piranesi” è allestita negli spazi di via Margutta 54, un indirizzo che a Roma mantiene un legame quasi naturale con il lavoro artistico e con un pubblico abituato a cercare esposizioni raccolte, senza dispersioni. L’esposizione è aperta al pubblico fino al 5 giugno. Il tempo, quindi, è breve. Quanto basta però per vedere da vicino come la fotografia di Marshall Vernet provi a rileggere l’immaginario di Piranesi senza rifugiarsi in un confronto accademico. Sullo sfondo, ancora una volta, c’è Roma. E resta lei la vera protagonista.

