Via Bernardo Celentano, nel cuore del Flaminio, è davvero un piccolo caso a parte: una strada privata e pedonale che spunta quasi all’improvviso tra via Flaminia e via del Vignola, chiusa dai cancelli e riparata dal traffico. Dentro, in pochi metri, cambia tutto: villini bassi, colori pastello, portoni in legno, ferro battuto, un’atmosfera raccolta che sembra stare fuori dal rumore della città. Ma il punto non è solo l’immagine. Questa via conserva un’idea precisa di Roma, nata quando la capitale provava a diventare moderna senza ridursi a un cantiere a cielo aperto.
Via Bernardo Celentano oggi, il rifugio dei 26 villini liberty tra cancelli, giardini e set fotografici
Molti ci passano davanti senza notarla. Via Bernardo Celentano resta appartata, quasi nascosta nel movimento del quartiere. Però basta sbirciare oltre i cancelli per capire perché negli ultimi anni sia diventata così cercata, fotografata, scelta come sfondo per spot, videoclip e riprese. I 26 villini liberty, costruiti lungo questa striscia pedonale nata nel 1910, hanno un’eleganza discreta: scale in pietra, fregi, balconcini, piccoli giardini, dettagli che a Roma è difficile trovare tutti insieme. L’effetto “british” c’è, ed è evidente, ma fermarsi alla cartolina sarebbe poco. La forza di questa strada è un’altra: è a misura d’uomo, abbassa il tono monumentale della città e fa vedere un modo diverso di abitare Roma, più intimo, quasi domestico. E così, in una zona oggi piena di luoghi simbolo, tra impianti sportivi, Auditorium, MAXXI e architetture note, la Piccola Londra continua a restare un’isola silenziosa. Forse è proprio questo contrasto a renderla così riconoscibile.
Il piano regolatore del 1909, Ernesto Nathan e la Roma che cresceva fuori dalle Mura Aureliane
Per capire da dove viene questa eccezione bisogna tornare alla Roma dei primi del Novecento, quando la città stava crescendo oltre le Mura Aureliane e doveva decidere in che direzione andare. Il piano regolatore del 1909, firmato da Edmondo Sanjust di Teulada, nasce in quel passaggio e porta con sé il segno politico di Ernesto Nathan, sindaco dal 1907 al 1913. Nathan, figura anomala per la Roma di allora, era lontano dagli interessi della grande proprietà e dei vecchi equilibri nobiliari.
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Aveva in mente una capitale più ordinata, più laica, più europea. E il piano andava proprio in quella direzione: dare regole chiare all’espansione urbana, distinguendo le zone più fitte, le aree di villini con giardino e quelle più esclusive immerse nel verde. Non era solo una questione di stile. In una città dove gran parte dei terreni edificabili era concentrata in poche mani, quel disegno provava anche a frenare la speculazione e a costruire quartieri più vivibili. Letta oggi, la Piccola Londra racconta esattamente questo: non un capriccio architettonico, ma il frammento di una Roma che cercava di crescere seguendo un’idea pubblica di città.
Quadrio Pirani e il laboratorio del Flaminio tra architettura sociale, decoro e memoria
A tradurre quella visione in case e strade fu anche Quadrio Ferruccio Pirani, ingegnere e architetto che ha lasciato un segno concreto, anche se spesso poco ricordato, nella Roma del Novecento. Pirani lavorò su case popolari, interventi per il ceto medio impiegatizio, pezzi di città dove il decoro urbano non veniva considerato un lusso, ma una parte della qualità dell’abitare. Al Flaminio, che allora era ancora una zona marginale rispetto ad altri cantieri cittadini, trovò uno spazio di libertà progettuale raro. E via Bernardo Celentano resta il suo esperimento più particolare: una sequenza di villini anglo-italiani pensati all’inizio per funzionari di alto livello dell’amministrazione pubblica, con un linguaggio che mescolava gusto liberty, misura borghese e attenzione al luogo. Oggi quei villini sono stretti tra palazzi più alti, dentro un quartiere che nel frattempo ha cambiato pelle più volte: dal Palazzo della Marina alle opere di Nervi, dal Villaggio Olimpico fino ai segni contemporanei di Renzo Piano e Zaha Hadid. Eppure non danno l’idea di un semplice residuo decorativo, né di una nostalgia ferma nel tempo. Restano piuttosto la prova che a Roma, qualche volta, l’urbanistica ha provato a tenere insieme bellezza quotidiana, funzione pubblica e memoria. Anche se poi la città, come spesso succede, ha mantenuto solo una parte di quella promessa.




