Art
di Emanuele Rosso 13 Marzo 2016

Bologna non è più Blu

Il celebre street artist cancella tutte le sue opere in città. Cronaca per immagini e parole di una giornata che ricorderemo per molto tempo

Blu cancella le sue opere a Bologna  Foto di Emanuele Rosso

Nelle ultime settimane ci siamo occupati spesso delle polemiche riguardo la mostra di prossima apertura a Bologna “Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano”. Discussioni dovute alla particolare natura dell’evento che voleva esporre al pubblico opere di famosi street artist staccate dai muri in cui erano state dipinte in origine. Abbiamo intervistato uno dei curatori per conoscere le ragioni del gesto e abbiamo ospitato una riflessione sul tema del collettivo Art Lane. Poi all’improvviso ieri la notizia: Blu, forse il nome più noto tra quelli coinvolti nella mostra, ha deciso di coprire tutte le proprie opere in città prima che queste potessero finire di essere staccate, due sono già state prese e faranno parte della mostra. Un gesto clamoroso che per molti versi segna la fine di un’era di arte nelle città italiane. Emanuele Rosso ha passato la giornata di sabato seguendo l’amaro lavoro di Blu e lo racconta qui di seguito per immagini e parole.

 

Bologna. Sabato 12 marzo. Mattina. Mi sveglio. Faccio colazione. Accendo il computer. Un giro rapido su Facebook prima di mettermi a disegnare. Trovo già i primi post sull’argomento. Blu, il noto street artist, ha deciso di cancellare tutte, ma proprio tutte, le proprie opere disseminate nel corso degli anni sui muri di Bologna. Il percorso di cancellazione non può non terminare con le pareti (in buona parte dipinte da lui) dell’XM24, il centro sociale occupato nel quartiere della Bolognina, ultimo avamposto che resiste, grazie agli eventi che da sempre organizza, al mercato della terra, ai concerti, contro il massiccio rinnovamento edilizio che sta totalmente cambiando il panorama (estetico ma anche sociale) del quartiere.

L’ultima opera a essere cancellata (ma in precedenza era passato anche sopra alla serranda della libreria Modo Infoshop, storico ritrovo bolognese, che colpo al cuore) non può che essere quella parete, realizzata nel 2013: un’enorme battaglia che trasforma Bologna nella terra del Signore degli anelli, #OccupyMordor. L’occhio di Sauron veglia da sopra la torre degli Asinelli, mentre schiere di esseri umani si scontrano per il dominio sulla città. Una battaglia estremamente metaforica, che contrappone due concezioni antitetiche del modo di vivere una città (provo a riassumerla superficialmente in: borghesia, affari, speculazione VS ecologia, progressismo, nuove forme di socialità). L’ultimo colpo, in realtà “l’ordigno di fine di mondo”, l’ha sferrato lo stesso Blu.

 

 

Il perché di questo gesto estremo si deve alle polemiche sorte in città negli ultimi mesi all’annuncio che si sarebbe fatta una grande mostra dedicata alla Street Art: “Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano” promossa da Genus Bononiae con il sostegno della Fondazione Carisbo. Il problema non era tanto la mostra in sé (o forse anche sì), ma soprattutto il fatto che le opere messe in mostra fossero state recuperate attraverso degli stacchi operati sui muri della città di Bologna senza preventiva richiesta a nessuno degli autori coinvolti (tra i quali per l’appunto Blu, o anche Ericaeilcane). Numerose le diatribe riguardo la correttezza e il diritto, ma soprattutto l’opportunità, di compiere un’azione simile: considerazioni che tirano in ballo la proprietà dei muri, delle opere, il diritto d’autore inalienabile, lo sfruttamento commerciale dell’opera, e via dicendo. Insomma tutta una serie di questioni che la street art per sua natura stimola, esplora e mette in discussione. Si potrebbe anzi riflettere su come la street art sia forse uno dei pochi settori dell’arte a poter (dover?) continuare a esistere fuori dal mercato dell’arte. Blu spiega tutto questo, e la propria posizione, attraverso un post sul sito di Wu Ming Foundation.

Leggo tutto. Guardo un po’ di foto. Mi si stringe lo stomaco. Mi sento vagamente oppresso. Mi ricordo di abitare a neanche 500 metri dall’XM24. La naturale pigrizia del sabato mattina mi porterebbe a stare in casa, e accontentarmi di quanto leggo online. Ma non si può. Devo vedere con i miei occhi, devo prendere parte in qualche modo a un atto così estremo. Esco di casa. Pochi minuti a mezzogiorno. Già un po’ di persone si stanno radunando davanti al centro sociale. Il lavoro procede alacremente. Chiunque può prendere parte alla distruzione. Una ragazza mi consegna un volantino con la rivendicazione che avevo letto prima di uscire di casa. La banda Roncati suona i propri strumenti a fiato. Come a un funerale a New Orleans. Si festeggia la morte, si festeggia che noi siamo ancora in vita. Si festeggia un’epoca che finisce. Un paio di pattuglie di vigili controllano che le persone non blocchino il traffico della rotonda antistante. Più che controllare però anche loro guardano spaesati la gente e il murales che se ne va. La maggior parte delle persone convenute però se ne sta lì, semplicemente guarda, fa foto, un sacco di foto, e video. Io pure. Ci si sorride amaramente. Si scambiano convenevoli. Ci si conosce, almeno di vista, praticamente tutti.

 

Blu cancella le sue opere a Bologna  Foto di Emanuele Rosso

 

L’unico che non riconosco è Blu, perché, pur stando a Bologna da ormai quindici anni, ancora non ho capito chi è. Mi sento impotente. Vorrei fermare tutto questo ma è troppo tardi e comunque non potrei. Posso solo ammirare la bellezza di un gesto estremo. Resto una ventina di minuti. Cos’altro posso fare lì? Niente, come nessun altro. Poi me ne torno a casa. Mi ri-perdo nel flusso di informazioni che sta montando sull’evento. Le condivisioni aumentano, iniziano a essere scritte opinioni, di tutti i i tipi, le discussioni generano rivoli continui, come accade sui social network per ogni fatto significativo.

Quasi tutti appoggiano il gesto di Blu, ma si cominciano ad avvertire i primi distinguo. E tutto gira ancora attorno al ruolo della street art e al valore del gesto, alla comunicazione dell’artista, alla possibilità nel 2016 di essere fuori dalle logiche di mercato. Quello che penso è che Blu abbia agito in un’ottica da “Muoia Sansone con tutti i filistei”. Legittima, in fondo è lui l’autore, ma non sono sicuro che sia anche l’unica scelta possibile. Quanta proprietà mantiene uno street artist su un’opera fatta più o meno legalmente su un muro altrui? Di certo la sua protesta nega a tutti gli abitanti del quartiere, e a chiunque si trovi a passare di lì la possibilità di ammirare qualcosa di bello. È giusto? La street art non è forse anche una specie di regalo, non va accettata la sua deperibilità, o anche la naturale evoluzione del contesto in cui è stata prodotta? Questa azione violenta, a una settimana dall’inaugurazione della discussa mostra, che effetti provocherà? La mostra avrà ancora più visitatori? In fondo le uniche opere rimaste di Blu in città sono proprio quelle staccate dai muri che verranno esposte. Blu ha sempre dimostrato di essere coerente fino alla totale intransigenza, e di questo gli va dato atto e merito, ma davvero non si poteva fare altrimenti? Magari, come dice il mio amico Filippo Dionisi, mettendo in discussione il senso di unicità e di paternità dell’opera, facendone o facendone fare altre mille uguali? E che ne sarà dell’XM24, ora che non ha più neanche il supporto della riconosciuta artisticità delle opere di Blu a difenderlo da un esproprio perennemente minacciato?

Aggiungo anche le parole di Sarah Mazzetti, perché io non ne avrei di migliori: “Se al tempo aveva senso denunciare certe situazioni e certi meccanismi attraverso un disegno per un pubblico totale e indifferenziato che ne riconosceva il messaggio e lo faceva suo, oggi probabilmente “dipingere i muri per toglierli dal grigiore” è sintomo di qualcosa che non funziona più, un messaggio che il contesto sociale ha digerito facendone rimanere solo la contemplazione estetica (perché al di là del disegno bellissimo il lavoro di Blu semmai te lo aumenta, in grigiore nell’anima), e quando si arriva al livello di storpiatura di quella mostra, probabilmente la cosa più attuale, più vicina a quello che Blu ha sempre fatto, e più forte a livello comunicativo, è proprio un muro grigio”.

Se c’è una cosa che Blu ci ha dimostrato, è che si può ancora comunicare qualcosa di forte attraverso l’arte, che l’arte può ancora essere davvero politica (perfino nel senso etimologico della parola), e che la cancellazione stessa è un gesto artistico, un gesto, che per come è giunto, sono certo che ci troveremo a studiare sui manuali di storia dell’arte tra qualche decennio. Quando il grigio di Blu ha più valore del blu Yves Klein, per dire.

Nel mio piccolo, e ci pensavo con stupore mentre rientravo a casa, sono felice di aver condotto neanche due settimane fa i ragazzi della scuola professionale in cui insegno comunicazione fotografica a vedere quelle opere su i muri. Chi poteva immaginare che avrei mostrato loro un pezzo di Bologna che sarebbe a breve scomparso per sempre?

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