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Home Cronaca

Il gip: da Lavitola un attentato per aumentare la popolarità di Ranucci

by Toobeedev
11 Agosto 2026
in Cronaca
Due investigatori in abiti civili entrano in tribunale con fascicoli; in primo piano una valigetta con reperti

Investigatori con fascicoli e reperti all’ingresso del tribunale, immagine simbolica dell’inchiesta sull’attentato.

Il gip di Roma ha disposto oggi, 11 agosto 2026, il carcere per Valter Lavitola, 60 anni, ritenuto il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci dell’ottobre scorso, perché — secondo l’ordinanza — l’azione dinamitarda sarebbe stata commissionata per aumentare la popolarità del giornalista e favorire progetti politici dell’indagato.

L’ordinanza del gip di Roma sull’attentato a Ranucci

Nelle carte dell’inchiesta, il giudice ricostruisce una vicenda dai contorni anomali: l’attentato a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report e volto noto del giornalismo d’inchiesta, non sarebbe stato pensato — secondo l’impostazione accusatoria accolta dal gip di Roma — per colpirlo fisicamente, ma per produrre un effetto pubblico. Un gesto costruito per apparire come una minaccia, un avvertimento legato alle sue inchieste, e invece orientato, nella lettura degli investigatori, a rafforzarne l’immagine.

L’ordinanza parla di un’azione “commissionata da Valter Lavitola esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i progetti” dell’arrestato “in ambito politico”. Una frase che pesa, perché rovescia la chiave di lettura iniziale dell’episodio: non una ritorsione diretta contro il cronista, ma una messa in scena criminale, almeno secondo la ricostruzione finora emersa. Resta fermo, nelle carte, che non risultano elementi per sostenere un coinvolgimento di Ranucci.

Secondo il giudice l’obiettivo era la crescita politica

Il passaggio centrale dell’ordinanza riguarda il presunto movente. “Se infatti lo scopo era quello di favorire l’ascesa politica del giornalista Ranucci ed evidentemente assicurarsi per sé un ruolo di primo piano nel nuovo scenario politico ipotizzato”, scrive il gip, l’evento doveva apparire “agli occhi della vittima e dell’opinione pubblica” come un atto intimidatorio o ritorsivo. Un messaggio, dunque. Ma costruito, secondo il giudice, senza l’intenzione di mettere davvero in pericolo la vita del giornalista.

È un punto delicato dell’indagine, perché separa il piano dell’effetto cercato da quello del rischio concreto. L’azione dinamitarda dell’ottobre scorso, nelle intenzioni attribuite a Lavitola, avrebbe dovuto generare allarme, attenzione mediatica, solidarietà pubblica. Solo allora, nella prospettiva ipotizzata dagli inquirenti, si sarebbe aperto lo spazio per un progetto politico nel quale l’arrestato ambiva a ritagliarsi “un ruolo di primo piano”. Una costruzione, annota il giudice, che avrebbe dovuto sembrare altro da sé: un’intimidazione legata al lavoro giornalistico.

Le frasi di Lavitola e l’assenza di elementi su Ranucci

Nell’ordinanza compare anche un altro passaggio, relativo alle parole pronunciate da Valter Lavitola dopo l’attentato. Il gip scrive che l’indagato “più volte” avrebbe commentato l’episodio sostenendo che, se fosse stato lui il mandante, allora voleva dire che anche Ranucci era d’accordo. Una frase riferita nelle carte, e valutata dagli inquirenti nel quadro complessivo dei rapporti e delle ipotesi investigative.

Ma il giudice mette un punto netto: “allo stato non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola”. È una precisazione non marginale. Serve a delimitare il perimetro dell’accusa e a escludere, sulla base degli atti disponibili, qualunque indicazione di una partecipazione consapevole del conduttore di Report. Ranucci, nella ricostruzione giudiziaria, resta la persona verso cui l’episodio doveva apparire diretto. Non un complice, dunque, ma il destinatario apparente di una minaccia costruita per ingannare anche l’opinione pubblica.

Il quadro dell’inchiesta e i prossimi passaggi giudiziari

La misura cautelare in carcere per Valter Lavitola, 60enne di origini campane, segna un passaggio rilevante nell’inchiesta sull’attentato dell’ottobre scorso. Gli investigatori hanno lavorato sui movimenti, sui contatti e sulle dichiarazioni successive all’episodio, ricostruendo un possibile disegno che, secondo il gip di Roma, avrebbe intrecciato ambizioni personali, calcolo mediatico e prospettive politiche. Tutto, però, resta nel quadro delle accuse, che dovranno essere vagliate nei prossimi passaggi processuali.

La difesa dell’indagato potrà ora chiedere il riesame della misura e contestare la lettura proposta dalla procura e recepita dal giudice. Sullo sfondo resta il peso simbolico dell’episodio: un attentato presentato, nella percezione immediata, come un attacco al giornalismo d’inchiesta e poi riletto dagli inquirenti come un’operazione pensata per produrre consenso e visibilità. Una vicenda ancora aperta, con molti atti da verificare e un punto che l’ordinanza mette in chiaro: al momento, per il gip, non esistono elementi che colleghino Sigfrido Ranucci a un accordo con Lavitola.

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