Dal 9 giugno al 13 dicembre 2026, a Roma, i Musei Capitolini – Villa Caffarelli ospitano “Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo”, una mostra dedicata al grande pittore messicano e alla generazione di artisti che ha dato un volto al Messico moderno. In tutto, circa 140 opere arrivate dal Messico: al centro ci sono 30 lavori di Diego Rivera, insieme a opere di Frida Kahlo, Rufino Tamayo, José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros e fotografie di Tina Modotti. Un viaggio tra muralismo, avanguardie europee e rivoluzione politica.
Villa Caffarelli apre al Novecento messicano: date, opere e istituzioni coinvolte
Nelle sale di Villa Caffarelli arriva per la prima volta a Roma, con un’ampiezza simile, un racconto serrato sul Novecento messicano. Una stagione difficile da incasellare, in cui pittura, politica e identità nazionale si sono intrecciate di continuo. La mostra è curata da Miguel Fernández Félix, direttore del Museo Kaluz di Città del Messico, e da Alberto González Torres, direttore del Museo Robert Brady. In esposizione ci sono dipinti, disegni e fotografie provenienti da collezioni messicane. Raccontare il muralismo messicano in un museo, però, non è semplice: quelle opere nascono sui muri degli edifici pubblici, non si staccano e non si trasportano. Il percorso sceglie allora un’altra strada: opere da cavalletto, studi, immagini e documenti che restituiscono il clima di quegli anni. La mostra è promossa da Roma Capitale, con MetaMorfosi Eventi e Museo Kaluz, con il supporto di Zètema Progetto Cultura e il patrocinio dell’Inbal e dell’Ambasciata del Messico in Italia. Il biglietto solo mostra costa 15 euro. Apertura tutti i giorni, dalle 9.30 alle 19.30.

Rivera prima del muralismo: l’autoritratto, Parigi, il cubismo e il viaggio in Italia
Il percorso prende avvio, idealmente, da un Autoritratto di Diego Rivera del 1906. È un’opera giovanile, ma già attraversata da una certa inquietudine. Siamo prima che Rivera diventi il nome più noto del muralismo. Nato nel 1886 e morto nel 1957, l’artista non fu soltanto il pittore dei grandi cicli pubblici e dell’arte civile. Prima del ritorno in Messico, e prima del legame con la rivoluzione, Rivera attraversò l’Europa delle avanguardie. A Parigi, nei primi decenni del Novecento, frequentò l’ambiente di Picasso, Braque e Modigliani, si misurò con il cubismo e con una pittura che teneva insieme forme scomposte e radici popolari. Alcuni lavori esposti, datati alla prima decade del secolo, raccontano proprio questa fase. C’è anche un segno del suo passaggio in Italia: un disegno tratto da un busto di Epicuro conservato ai Musei Capitolini. Un indizio piccolo, ma non secondario, di quel viaggio italiano che per molti artisti del tempo era quasi una tappa obbligata.
Da Orozco a Siqueiros e Tamayo: il mosaico di una stagione tra rivoluzione e avanguardie
Accanto a Rivera, la mostra allarga lo sguardo alla pittura messicana del XX secolo. E prova a non ridurre tutto, anche se sarebbe facile, alla figura del grande protagonista del muralismo messicano. Ci sono José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros, compagni e rivali in una stagione segnata dalla rivoluzione, dal rapporto con il popolo e da un’idea molto forte dell’arte come fatto pubblico. Ma c’è anche Rufino Tamayo, più lontano dalla retorica politica dei muralisti e più vicino a una sintesi personale fatta di tradizione indigena, colore e modernità internazionale. Nel percorso compaiono inoltre opere di María Izquierdo, José María Velasco, Dr. Atl, Saturnino Herrán, Roberto Montenegro e altri autori. Ne esce un Messico tutt’altro che compatto. Folclore indigeno, richiami metafisici, echi surrealisti, accademia ottocentesca e avanguardia convivono senza sciogliersi in una sola linea. È proprio questa tensione a raccontare meglio l’epoca: un Paese in cerca della propria immagine, mentre guardava all’Europa e agli Stati Uniti.
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Frida Kahlo e Tina Modotti: biografie leggendarie, immagini e opere nel percorso romano
Nel percorso romano entrano anche due figure diventate, nel tempo, quasi leggenda: Frida Kahlo e Tina Modotti. Di Frida sono esposti quadri e disegni, tra cui “Vista de Nueva York” del 1932, dedicato all’attrice messicana Dolores Del Rio, volto luminoso della Hollywood di quegli anni e vicina alla cerchia di Rivera e Kahlo. Frida sposò Diego Rivera due volte, nel 1929 e poi nel 1940, dentro una relazione fatta di passione, rotture, politica e tradimenti. Una storia che ha nutrito libri, film e una mitologia ancora fortissima. Di Tina Modotti, nata a Udine come Assunta Adelaide Luigia Modotti, arrivano invece fotografie di Rivera. Immagini che aggiungono al racconto un taglio più intimo e documentario. Attrice nel cinema muto, fotografa, militante comunista, esule politica, Modotti attraversò Messico, Stati Uniti ed Europa con una vita difficile da separare dalla storia del Novecento. In mostra la sua presenza non è un semplice contorno. Ricorda che l’arte messicana di quegli anni nacque anche da incontri, amicizie, scontri politici e vite spesso vissute sul filo. Proprio lì, tra rivoluzione, atelier e strade di Città del Messico, prese forma una modernità ancora riconoscibile.






