“Sapevamo tutti”: come è nato e ha proliferato il sistema Weinstein

Da una parte le donne che denunciano Weinstein, dall’altra gli uomini che prendono le distanze: ma come ha potuto resistere per anni questo situazione?

Cinema
di Marco Villa facebook 18 ottobre 2017 15:59
“Sapevamo tutti”: come è nato e ha proliferato il sistema Weinstein

Harvey Weinstein  Harvey Weinstein

 

Da una parte le accuse di chi ha subito, dall’altra la presa di distanza di chi non vuole più avere niente a che fare. Da una parte le donne, dall’altra gli uomini: è più o meno questa la divisione che si sta verificando a Hollywood dopo l’esplosione del caso Harvey Weinstein, il potentissimo produttore accusato di molestie e stupro da diverse attrici che hanno lavorato con lui.

Il mare di accuse che sono arrivate e stanno arrivando testimoniano l’esistenza di uno schema chiaro e preciso: sono tantissime le donne che raccontano la stessa storia, lo stesso percorso che partiva dalla cena al tavolo di un ristorante e finiva in una camera d’albergo con la richiesta di un massaggio. L’evidenza di questa ripetizione è la prova più chiara dell’esistenza di una routine, di una prassi consolidata, che si svolgeva sotto gli occhi di tutti quelli che erano in quel giro. Per questo motivo, non si può non parlare di un “sistema”, un sistema che permetteva a Harvey Weinstein di essere nella posizione di porre un numero esagerato di ragazze di fronte a una scelta: subire o rischiare di non lavorare più.

Questa situazione è andata avanti per decenni ed è durata così a lungo per un semplice motivo: tutti quelli che avrebbero potuto parlare, avevano un motivo per non farlo. Chi subiva le molestie e le avances perché prese in una morsa di paura, tutti quelli che erano in una immaginaria stanza accanto, per convenienza. Se nei giorni successivi alle rivelazioni del New York Times e del New Yorker si sono registrate centinaia di dure prese di posizione nei confronti di Harvey Weinstein, fino a sfiorare il parossismo in alcuni casi: nessuno, però, ha avuto l’onestà di mettersi in gioco in prima persona, ammettendo se non una corresponsabilità diretta, almeno una complicità morale.

 

Scott Rosenberg  Scott Rosenberg

 

Per questo motivo, il post pubblicato dallo sceneggiatore Scott Rosenberg sul proprio profilo Facebook è particolarmente importante, perché per la prima volta getta delle colpe non solo sul mostro, ma su tutti quelli che hanno permesso che il mostro prosperasse. Rosenberg è uno sceneggiatore che ha lavorato a lungo con The Weinstein Company e che ha ammesso una cosa semplice, ma ancora poco affrontata: tutti sapevano.

Il post è stato rimosso da Facebook, ma è stato riproposto da vari siti, tra cui Mashable. Rosenberg ammette che tutti conoscevano il modus operandi di Weinstein: ignoravano che si spingesse fino allo stupro, ma era evidente quello che succedeva, quindi far finta di non sapere nulla è il modo più sbagliato di affrontare queste rivelazioni.

Scrive Rosenberg, tradotto su Dagospia:

“Per me, se il comportamento di Harvey è la cosa più disgustosa che uno possa immaginare, al secondo posto (di poco) c’è l’attuale ondata di condanne ipocrite e smentite che si infrange su queste coste di rettitudine come una marea di virtù farlocca.
Perché tutti sapevano, cazzo.
E sapete perché sono sicuro che sia così?
Perché io c’ero.
E vi ho visto.
E ne abbiamo parlato insieme.
Voi, i grandi produttori; voi, i grandi registi; voi, i grandi agenti; voi, i grandi finanzieri.
E voi, i capi dei grandi studios rivali; voi, i grandi attori; voi, le grandi attrici; voi, le grandi modelle.
Voi, i grandi giornalisti; voi, i grandi sceneggiatori; voi, le grandi rockstar; voi, i grandi ristoratori; voi, i grandi politici.
Vi ho visti.
Tutti.
E che dio mi aiuti, io ero là con voi.

[…]

Con Harvey abbiamo passato i momenti migliori.
Produceva i nostri film.
Organizzava le feste più pazzesche.
Ci portava ai Golden Globes!
Ci presentava le persone più incredibili (incontri con il vicepresidente Gore! In discoteca con Quentin e Uma! A bere con Salman Rushdie e Ralph Fiennes! A cena con Mick Jagger e Warren-oh mio dio-Beatty!).

[…]

Era glorioso.
Tutto.
Quindi che sarà mai stato se era un po’ prepotente con qualche giovane modella che aveva smosso le montagne pur di entrare a una delle sue feste?
Quindi che sarà mai stato se mostrava i genitali in qualche stanza di hotel a cinque stelle, come gli esibizionisti del parco in qualche vignetta di “MAD Magazine” (basta sostituire l’accappatoio con l’impermeabile!).
Perché avremmo dovuto noi fermare il gioco?
La gallina dalle uova d’oro non capita molte volte nella vita di un uomo.
E torniamo al discorso principale:
Tutti sapevano, cazzo.
Ma tutti si stavano divertendo troppo.
E stavano facendo un gran lavoro; stavano facendo ottimi film”

Quello di Rosenberg è un discorso meschino e per certi versi tragico, ma potente nella sua onestà, perché si stacca in maniera netta dal coro di tutte le reazioni maschili al caso Weinstein. Ci riferiamo ovviamente a chi vive in quel mondo, a chi in qualche modo ha mangiato negli stessi tavoli, ha dormito negli stessi alberghi del produttore. È questo il sistema che ruotava intorno a Weinstein e – probabilmente – a molti altri produttori come lui. Un sistema che nel corso degli anni ha costretto centinaia di donne a subire pressioni e molestie. E anche di più. Un sistema che continuava ad auto-alimentarsi perché continuava a produrre denaro. Denaro su denaro su denaro e tutto quello che si trova a monte e a valle, ovvero lavoro, carriera, opportunità, possibilità. O come ha scritto Rosenberg: divertimento. Un divertimento che ora fa vergognare, ma che nel corso degli anni è sembrato irrinunciabile.

Le denunce delle donne molestate, aggredite, stuprate e il riconoscimento da parte di chi sapeva ma non ha fatto. È da questi due punti che va portato avanti qualsiasi ragionamento, qualsiasi tipo di discorso.

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