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“Patentino antifascista” alla fiera dell’editoria: scontro politico su libertà culturale e Costituzione

La polemica nasce dalla dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Carta che gli espositori dovrebbero firmare per partecipare alla fiera romana della piccola e media editoria

by Redazione
14 Giugno 2026
in Cultura
Una imamgine di un evento che si è tenuto nell'edizione del 2025 della fiera della piccola editoria, Più Libri, Più Liberi

Il caso del “patentino antifascista” per gli editori di “Più libri più liberi” finisce dritto nel punto più delicato del dibattito pubblico italiano: dove passa il confine tra libertà culturale, regole di accesso e richiamo alla Costituzione. La polemica nasce dalla dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Carta che gli espositori dovrebbero firmare per partecipare alla fiera romana della piccola e media editoria.

ImagesLa presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha attaccato la scelta parlando di censura. Le opposizioni e una parte del mondo progressista, invece, difendono il richiamo all’antifascismo costituzionale. Al di là dello scontro politico, resta la domanda di fondo: una fiera del libro può legare l’ingresso a un impegno ideologico preventivo, o così rischia di restringere proprio lo spazio che dovrebbe aprire?

La nuova clausola per gli espositori di “Più libri più liberi”

La vicenda riguarda “Più libri più liberi”, la fiera nazionale della piccola e media editoria organizzata a Roma, da anni uno degli appuntamenti più vivaci per il mercato librario indipendente. Secondo quanto emerso nel dibattito politico, agli espositori verrebbe chiesto di firmare una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione. Per i critici, è una sorta di patentino antifascista.

Non è un dettaglio, perché una fiera editoriale non seleziona solo aziende, stand e cataloghi: decide anche quali voci entrano in uno spazio pubblico di confronto. Chi difende la clausola la considera un argine contro apologie, revisionismi e ambiguità incompatibili con l’ordinamento repubblicano. Chi la contesta, invece, vede un filtro politico messo all’ingresso, prima ancora che un editore presenti libri, autori e contenuti. Alcuni esponenti politici richiamano precedenti già visti nei regolamenti comunali, come a Milano, dove dichiarazioni simili vengono richieste da anni per patrocini, concessioni o uso di spazi pubblici. Qui però pesa la natura dell’evento: il libro è merce, certo, ma è anche opinione, ricerca, provocazione, memoria e dissenso.

L’attacco di Meloni: “Censura mascherata da antifascismo”

Giorgia Meloni ha scelto un intervento diretto su X e ha trasformato il caso in uno scontro nazionale. Secondo la premier, per partecipare alla fiera le case editrici dovrebbero ottenere un “patentino antifascista”, firmando una dichiarazione apposita. Nel suo ragionamento, questa scelta mostrerebbe un’idea selettiva della libertà di pensiero: si è liberi, è l’accusa, solo se si accettano parole, categorie e limiti stabiliti da una parte politica.

Meloni ha parlato di “cancellazione delle idee non di sinistra” mascherata da lotta antifascista, usando un linguaggio duro e riconoscibile, tutto giocato sul tema della censura culturale. La sua tesi è che la cultura debba reggere anche lo scontro, non eliminarlo con dichiarazioni d’ingresso. Nella stessa area politica, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha usato toni meno frontali, ma la sostanza è simile: ha ribadito di non essere fascista e di riconoscersi nell’antifascismo, aggiungendo però che non si può bollare come fascista chi esprime posizioni diverse.

La frase chiave è la più semplice: “dare a tutti la possibilità di parlare”. È su questo terreno che il centrodestra prova a spostare il confronto: dal giudizio sul fascismo alla libertà di espressione.

Le reazioni politiche tra maggioranza, Pd, M5S e Verdi

La maggioranza si è mossa sulla linea indicata da Palazzo Chigi. I parlamentari di Fratelli d’Italia in Commissione Cultura e la senatrice Cinzia Pellegrino hanno descritto la clausola come un passo verso una cultura sorvegliata. Nel lessico di FdI tornano parole come pluralità, confronto e libero pensiero, ma anche formule più polemiche, dalla “dittatura del politicamente corretto” ai riferimenti a un controllo preventivo su libri, autori e traduttori.

L’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano ha alzato ancora il tono, parlando di una scelta da “eredi di Berija” e rilanciando il tema dell’anticomunismo, con un richiamo alla risoluzione del Parlamento europeo del 2019 sui totalitarismi. Dall’altra parte, il senatore del Partito Democratico Marco Meloni ha risposto ricordando alla premier il giuramento sulla Costituzione antifascista, punto identitario della sinistra e del campo progressista. Dal Movimento 5 Stelle, Sergio Costa ha difeso il riferimento ai valori costituzionali, sottolineando che l’Associazione Italiana Editori avrebbe chiesto una dichiarazione di adesione a quei principi, non una prova di appartenenza politica.

Il leader dei Verdi Angelo Bonelli ha accusato la premier di negare l’antifascismo. La frattura sta tutta nella cornice: per le opposizioni è un richiamo alla Carta; per il centrodestra è una barriera ideologica.

Il nodo giuridico e culturale: libertà editoriale, Costituzione e requisiti di accesso

Il caso del patentino antifascista mette in luce una tensione mai davvero risolta nella democrazia italiana. L’antifascismo è un principio storico e costituzionale, ma quando diventa requisito amministrativo o contrattuale può aprire un terreno scivoloso, soprattutto se incide sull’accesso a spazi culturali.

La Costituzione vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista e le leggi puniscono apologia e istigazione. Un’altra cosa, però, è chiedere a un editore una dichiarazione preventiva per entrare in una fiera. Il punto è la misura: si vuole impedire la propaganda neofascista o si vuole valutare l’affidabilità politica di un soggetto culturale? La risposta cambia tutto.

Una fiera del libro non è un luogo neutro, fuori dalla storia, e nessuno può fingere che il fascismo sia un’opinione qualsiasi nel percorso repubblicano. Allo stesso tempo, l’editoria vive anche di cataloghi scomodi, tesi minoritarie, conflitti di lettura, libri che disturbano e spesso irritano. Se il requisito diventa una formula di rito, rischia di non servire a nulla. Se diventa un filtro politico, rischia di fare danni.

La strada più solida sarebbe un criterio chiaro sui contenuti illegali, non sulle identità presunte degli editori. Perché la cultura, quando funziona, non chiede prima il permesso di esistere: si espone, viene discussa, contestata, comprata o lasciata sugli scaffali. Una prova più dura di qualsiasi modulo, ma anche più coerente con una democrazia adulta.

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Redazione

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