Musica
di Simone Stefanini 26 ottobre 2018

L’album dei Maneskin e X Factor che succhia l’anima

L’album dei Maneskin risente delle troppe anime che spesso vengono affibbiate ai cantanti che escono da X Factor

Durante il ritorno dei Maneskin in diretta tv al primo live di X Factor, i 4 ragazzi hanno annunciato l’uscita del loro primo, attesissimo album e non voglio mentirvi, non ho atteso la mezzanotte per metterlo in streaming su Spotify, perché a quell’ora c’era Strafactor, programma ben più interessante di quello precedente, noioso fino alla morte.

Ah X Factor!, Il programma in cui se ci vai con una tua impronta ben definita tentano di snaturarti perché  non si sa mai come vanno le cose nella vita, magari c’è un’alluvione e a te cantautore col chitarrino toccherà cantare la trap oppure spalare il guano a son di arembì e balletti. No, non va così nella vita vera, se qualcuno ha già un’anima propria, viva dio.

Detto questo, i Maneskin sono la riprova che si può fare musica diversa in Italia, anzi, se ne possono fare di tutti i tipi e usare l’album come un best of di canzoni che non hanno niente a che spartire l’una con l’altra se non nell’abbondare del nome Marlena. L’album dei Maneskin s’intitola Il ballo della vita e conta 12 brani in soli 34 minuti di musica, probabilmente per venire incontro all’attenzione drasticamente ridotta dei teenager. Mi interessa analizzare pezzo per pezzo perché la questione non è solamente musicale, ma strutturale.

New Song: pezzo in inglese, classico funky rock con una bella melodia e un ritornello che fa muovere il culo come fosse un Bruno Mars a braccetto coi RHCP. Sono preso, supera le mie aspettative.

Torna a casa: primo pezzo in italiano, prima Marlena dell’album. Lentone che sembra un po’ Guerriero di Mengoni, ballad che funziona, commuove e ci presenta Marlena, il nome che significa libertà artistica. Ok, ma nessun legame col pezzo precedente, tanto che l’album sembra già una compilation.

L’altra dimensione: il terzo pezzo mi fa storcere la bocca più che al povero Stephen Hawking (che amava le battute). Di nuovo Marlena, che alla fine dell’album vi avrà rotto i coglioni più dei singoli di Rovazzi, ma la musica non è né funky né lenta, bensì una cosa mezzo latina/patchanka/Manu Chao/Gogol Bordello come fosse suonata da Alvaro Soler per un effetto bolle su tutto il corpo.

Shit Blvd: altro pezzo in inglese che funziona ben meglio di quelli in ita, di nuovo il funk che ok, è trito e ritrito ma almeno gira. Nessun legame coi pezzi in italiano, nessun indizio di Marlena, e per ora la chiameremo felicità.

Fear for Nobody: inglese, funky, più movimentato del precedente, fatto anche questo con lo stampino ma almeno trova legami con gli altri pezzi in inglese, che funzioneranno anche meno come singoli ma almeno hanno un senso insieme.

Le parole lontane: come volevasi dimostrare. Di nuovo in ita, di nuovo un lento drammatico, tipicamente pop, che non c’entra un cazzo con tutto l’album ascoltato finora, alla faccia del percorso organico. Torna Marlena, e con essa le bestemmie.

Immortale: pezzo in ita che strizza l’occhio al rap e alla trap grazie all’apporto di Vegas Jones. Autotune, ritmi elettronici, un oggetto non identificato, privo di senso ma molto accattivante per gli under 13.

Lasciami stare: altro ita, che inizia come un pezzo qualsiasi dei RHCP e a un certo punto dice “Scrivo le canzoni esprimo la mia mente, voi poveri coglioni chiusi con le manette” che mi fa venire la voglia di chiedergli come si permette?

Are You Ready?: pezzo in inglese con l’accento giamaicano e il reggaeton, che mi sembra sia messo lì per farci capire quanto siano istrionici, in realtà più offensivo del “coglioni” di prima, perché l’appropriazione culturale dell’accento fake è fastidio puro.

Close to the top: hard rock, ma certo, mancava nella lista delle cose da fare prima di finire l’album. Ritmo, energia, sembrano i Maneskin delle audizioni di X Factor, quelli che la produzione artistica ha rovinato.

Niente da dire: torna l’italiano, funky electro innocuo con basetta elettronica e Marlena, anche stavolta con bestemmia incorporata. Non capisco dove quale direzione vogliano prendere i quattro ragazzi, né quanta colpa abbiano loro per le scelte scellerate nell’album. Per il resto, mi dice quanto il titolo.

Morirò da Re: il singolone che ci ha fatto conoscere Marlena e che ci è stato somministrato fino alla morte, tanto che se sulle prime nutrivo dubbi sulla sostanza, oggi ne conosco tutti i pertugi e gli anfratti. Chiedimi se sono felice.

Fine.

Un disclaimer e un consiglio non richiesto, entrambe pratiche antipatiche: benché mi sia già trovato a parlare dei Maneskin, non ho niente di personale coi 4 ragazzi che stanno vivendo uno dei momenti più belli della loro vita. Ne parlo solo perché il fenomeno è enorme e l’arroganza con cui hanno scelto di mostrarsi all’esterno altrettanto. Dopo tutto si parla di una band che ha già un film biografico nei cinema, prima ancora di aver pubblicato il quarto inedito. Non discuto che i 4 si vogliano bene e amino suonare, ma il progetto dietro questo album sembra inesistente: le canzoni sono slegate, parlano linguaggi diversi e sembrano esattamente come le puntate di X Factor in cui una volta a un concorrente tocca il lento di Tiziano Ferro e la volta dopo gli AC/DC, alla faccia della voglia di esprimere qualcosa di personale, che abbia un’anima propria e un percorso organico.

 

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