Facciamola breve, ma occorre ripeterlo come le tabelline alle elementari: basta condividere Salvini, basta amplificare ogni sua provocazione come se fosse un servizio pubblico. Sappiamo che ormai è un riflesso pavloviano: Matteo Salvini ne spara una grossa e scatta immediata la voglia di debunkarla — smascherare la bufala, correggere l’esagerazione costruita ad arte per seminare odio, alimentare la polemica e spostare l’attenzione dalle questioni serie. Il problema è che questo meccanismo, ogni volta, lavora esattamente per lui.
Perché condividere Salvini fa il suo gioco
Abbiamo letto della proposta di legge leghista per rendere obbligatorio il crocifisso in ogni luogo pubblico e persino nei porti. A chi importa davvero della croce? A pochi, basti guardare quante persone frequentano la messa la domenica. Il target della proposta non è favorire i cattolici osservanti: è far arrabbiare tutti gli altri — laici, atei, buddisti, induisti, rastafariani, pastafariani, e soprattutto i musulmani, designati nemico numero uno di questo governo insieme agli elettori del PD. Ogni condivisione indignata è un megafono gratuito, un’amplificazione non richiesta di un messaggio che non merita tanto ossigeno.
Matteo Salvini sa come funziona la comunicazione — lo sa meglio di chi crede di padroneggiarla e un giorno sì e uno no ne condivide le gesta. Ricordate la favola morale Al lupo al lupo (attribuita a Esopo, ma poi vai a sapere)? Ogni notte che Dio metteva in terra, un pastorello svegliava la famiglia al grido di Al lupo! Al lupo!. Poi il lupo arrivò davvero, ma la famiglia si era rotta le scatole e non accorse. Il pastorello venne divorato.
L’indignazione quotidiana non scalfisce i suoi fan
Non che Matteo Salvini stia scherzando o che il suo operato sia innocuo: il punto è un altro. Mostrare ogni giorno il suo volto con la nuova provocazione non scalfisce di un millimetro la fede che i suoi sostenitori ripongono in lui. Al contrario, infiamma mediaticamente gli avversari, gonfia le sue metriche di visibilità e, in sostanza, non cambia nulla della realtà delle cose. L’indignazione condivisa è carburante, non antidoto.
Come batterlo davvero: ignorare le provocazioni, agire sul piano politico
Per costringere Matteo Salvini ad affrontare i problemi reali del paese, dovremmo ignorarne le provocazioni: altrimenti rischiamo di creare uno Sgarbi versione Hulk con il potere nelle mani, un Mourinho che accentra su di sé l’attenzione per celare alla vista tutto il resto. Salvini va battuto sul piano politico, nelle sedi opportune. I meme e l’indignazione fanno il suo gioco, e benché stiamo sottolineando l’ovvio, vista la massiccia presenza del suo volto nelle bacheche dei suoi stessi detrattori, evidentemente serve ripeterlo ancora una volta.
FAQ: Basta condividere Salvini — le domande più frequenti
Perché non bisogna condividere i post su Salvini?
Ogni condivisione — anche critica, anche ironica — aumenta la visibilità organica dei suoi messaggi, premia l’algoritmo e consolida la sua presenza nell’agenda pubblica. Il risultato è che si parla di lui invece che delle politiche concrete che andrebbero contrastate.
Il debunking non serve a niente?
Il debunking ha valore quando raggiunge chi è ancora indeciso. Ma quando viene condiviso ossessivamente tra chi è già convinto, si trasforma in un rituale di indignazione collettiva che non convince nessun nuovo interlocutore e regala visibilità gratuita al bersaglio.
Cosa fare invece di condividere le sue provocazioni?
Concentrarsi sulle proposte alternative, sostenere il giornalismo d’inchiesta che analizza i provvedimenti concreti, partecipare al dibattito politico nelle sedi istituzionali. La battaglia si vince sui contenuti, non sui meme.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.






