Poi sono arrivati anche il dimagrimento progressivo e una diarrea continua. A quel punto un uomo di 60 anni è tornato all’ospedale Sant’Andrea di Roma, dove gli è stata diagnosticata la malattia di Crohn, una patologia infiammatoria cronica dell’intestino che spesso si presenta in modo sfumato, a fasi alterne, e proprio per questo può restare a lungo senza un nome.
Dolori, diarrea e calo di peso: la lunga storia clinica emersa in ambulatorio
Il punto più evidente, in questa vicenda, non è soltanto la diagnosi arrivata dopo tanto tempo. È che il quadro, almeno sulla carta, era abbastanza riconoscibile. La gastroenterologa Flavia Baccini, che ha seguito il caso nell’ambulatorio dedicato alle malattie infiammatorie croniche intestinali, ha parlato di una storia clinica fortemente indicativa di Crohn: dolore addominale, diarrea, perdita di peso. Disturbi che il paziente raccontava di avere fin da giovane. C’era poi un altro elemento tutt’altro che secondario: la familiarità di primo grado, con un fratello più anziano già colpito dalla stessa malattia. Presi uno alla volta, questi segnali possono essere scambiati per colon irritabile, gastrite, stress, intolleranze o cattiva alimentazione. Ma quando vanno avanti per anni, e nel frattempo le condizioni peggiorano, il rischio è che la sottovalutazione diventi parte del problema. Il Crohn può interessare qualsiasi tratto del tubo digerente, non sempre all’inizio dà segnali forti e compare spesso tra i 15 e i 35 anni: proprio l’età in cui, con ogni probabilità, erano iniziati anche i disturbi di quest’uomo. È qui che il caso del singolo parla anche ad altri. Chi ha sintomi ricorrenti spesso si abitua, tira avanti, rimanda. E intanto la malattia continua il suo corso.
L’ecografia delle anse intestinali che ha confermato il sospetto di malattia di Crohn
Al Sant’Andrea il passaggio decisivo è stato l’uso dell’ecografia delle anse intestinali, un esame che in gastroenterologia viene usato sempre di più perché permette di vedere, senza procedure invasive, se nell’intestino ci sono segni di infiammazione compatibili con il Crohn. Nel caso romano è servita a dare conferma al sospetto nato in ambulatorio, mostrando quello che i sintomi raccontavano da tempo ma che fino ad allora nessuno era riuscito a mettere bene a fuoco. L’esame usa gli ultrasuoni e consente di valutare lo spessore della parete intestinale, la morfologia e anche la microvascolarizzazione: elementi utili per capire se c’è un’infiammazione attiva. Quando necessario, può essere completato con un mezzo di contrasto orale acquoso, che aiuta a leggere meglio l’estensione del tratto coinvolto e a individuare eventuali complicanze come stenosi, ascessi o fistole. Non è un dettaglio per specialisti: è uno dei passaggi che segnano la differenza tra una malattia solo ipotizzata e una malattia finalmente definita. Nell’ambulatorio Mici del Sant’Andrea vengono eseguite ogni anno oltre mille visite e in più del 20 per cento dei casi la valutazione viene integrata proprio con questa metodica. I numeri raccontano anche che oggi le diagnosi arrivano prima rispetto al passato, con un’incidenza stimata di circa 10 nuovi casi ogni 100 mila persone l’anno. Ma vicende come questa dicono che il ritardo diagnostico non è affatto scomparso.
Dal fumo alla terapia biotecnologica: il percorso di cura seguito al Sant’Andrea
Una volta individuata la causa, le condizioni del paziente hanno cominciato a migliorare. Ha recuperato parte del peso perso, ha corretto l’alimentazione e soprattutto ha smesso di fumare. Un aspetto che pesa, perché il fumo è considerato un fattore di rischio noto nella malattia di Crohn, sia per l’esordio sia per l’andamento della patologia. Oggi è seguito con un farmaco biotecnologico, una terapia usata quando c’è bisogno di tenere sotto controllo l’infiammazione in modo più mirato. Dietro questa definizione, che può sembrare distante, c’è però qualcosa di molto concreto per chi convive con la malattia: meno riacutizzazioni, più stabilità, la possibilità di tornare a mangiare, lavorare, uscire di casa senza sentirsi sempre in lotta con il proprio corpo. Resta però un punto che questo caso rimette al centro. Se un uomo arriva a 60 anni con una diagnosi che con ogni probabilità poteva essere fatta molto prima, significa che non bastano strumenti più efficaci. Servono anche attenzione clinica, ascolto e la capacità di non liquidare come “soliti disturbi intestinali” segnali che, col passare del tempo, possono cambiare la vita molto più di quanto si pensi.
