Society

Elezioni 2018: gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano

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La notte delle elezioni è appena finita e si potrebbe riassumere parafrasando il titolo di un album degli Area di quarant’anni fa: 2018, gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano. In questo caso, gli dei, gli intoccabili sono il Partito Democratico guidato da Matteo Renzi e tutti i discendenti del defunto Partito Comunista, mentre gli arrabbiati sono i partiti che si sono letteralmente spartiti l’Italia: al Nord la Lega di Salvini e al Sud il Movimento 5 Stelle.

Il nostro lavoro è quello di intrattenere, quindi le analisi strettamente politiche le lasciamo a giornalisti più competenti di noi. Una riflessione però possiamo farla, a livello sociologico, di comunicazione, che è quello che ci riguarda più da vicino.

Un po’ come l’America degli artisti schierati con Hillary Clinton che si fa battere dal popolo votante Trump, così pare che in Italia certi diritti e certe priorità, al momento, siano proprie di un’elite di benestanti, sentimentali, intellettuali e nostalgici, che vivono nelle proprie filter bubble sui social e si danno ragione tra di loro.

Oggi in molti (della mia filter bubble) si chiedono come sia possibile che il primo partito in Italia sia il Movimento 5 Stelle, segno che negli ultimi 5 anni sono stati concentrati più sulla ricerca della battuta ad effetto per il like, senza mai prendersi la briga di tastare il polso del paese reale, di cercare un contatto con chi la pensa diversamente.

Al momento, nonostante l’ingovernabilità, il paese ha scelto la via da seguire. Tra i votanti dei due schieramenti vincitori, un sacco di delusi proprio dal Partito Democratico. Nel momento storico più buio dagli anni ’70, la battaglia è stata combattuta puntando alla pancia degli arrabbiati e col senno di poi, del duello comunismo contro fascismo, agli arrabbiati non gliene frega niente (lo dimostrano le misere percentuali prese da CasaPound e Potere al Popolo).

Il PD che per anni ha giocato la sua politica sull’antiberlusconismo è stato vittima del suo stesso gioco, l’antirenzismo che ha fatto del (presto ex?) segretario il bersaglio e il capro espiatorio di ogni male in Italia.

Non importa che la legge che regola l’immigrazione sia stata firmata da Bossi e Fini, che l’Italia dopo il ventennio Berlusconi sia stata a un passo dal default in stile Grecia, senza un briciolo di credibilità internazionale, che sotto il Governo Gentiloni sia cresciuto il PIL, che i crimini siano diminuiti. Non importano neanche i passi avanti fatti in materia di diritti e di uguaglianza, di fine vita, di unioni gay o di coppie di fatto.

Come nel caso degli Stati Uniti di Trump, i meme cinici e spietati del web hanno aiutato la causa della destra, così come gli idoli di molti giovani da Fedez e J-Ax (Comunisti col Rolex) a Ghali hanno accompagnato i propri fan verso il populismo.

“Ma che politica è questa? Qual è la differenza tra sinistra e destra? Cambiano i ministri ma non la minestra. Il cesso è qui a sinistra, il bagno è in fondo a destra” canta il trap king italo tunisino e questa comunicazione per i neo votanti è stata più forte di ogni slogan stantio.

I maratoneti elettorali, per farsi coraggio, hanno switchato senza sosta dal 7 all’8, dove in chiaro si poteva vedere la Notte degli Oscar. Per l’Academy il miglior film dell’anno è stato La forma dell’acqua di Guillermo del Toro, la storia di un amore tra una donna e un “mostro acquatico”, una favola di pace e unione che travalica tutte le possibili differenze. Un barlume di speranza che durante lo zapping affievoliva sempre di più ad ogni nuova proiezione di Camera e Senato, dove hanno vinto le forze che rappresentano la paura nei confronti dell’altro, la sovranità ottenuta innalzando le barriere, la legittimazione del discorso da bar come analisi politica, la credulità alle fake news e tutte le pericolose derive razziste, anti scientifiche, bigotte, bulliste. Unica soddisfazione, Mentana che blasta Di Stefani di CasaPound mentre frigna per il poco minutaggio in tv.

Ha vinto la rabbia, quella accecante. Ha vinto l’auto sabotaggio, ha vinto la percezione diffusa che dalle ceneri del PCI sia nato un partito di radical chic, eletti che si sentono superiori a quelli che troppo spesso etichettano come analfabeti e razzisti, quando è chiaro che sotto ci sia di più. Ha vinto un popolo stanco, che si è sentito tradito e ha reagito nel peggiore dei modi, uccidendo il presunto traditore.

Gli altri, i perdenti, da oggi sono l’opposizione, la minoranza del paese e tocca alla maggioranza costruire. Al momento, l’Italia è ingovernabile e nel prossimo futuro i vincitori dovranno rendere conto al paese reale delle proprie promesse elettorali, molte delle quali sembrano uscite dalle pagine di Cronaca Vera. Noi, che ci siamo lasciati una nottata di merda alle spalle, adesso torniamo a lavorare.

 

Simone Stefanini

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