Amy Schumer
TV e Cinema
di Eva Cabras 10 Agosto 2018

Come ti divento bella: non è un’altra stupida commedia americana

C’era una volta una bionda giovane donna insoddisfatta del proprio aspetto. Un giorno cadde da una bici da spinning e batté la testa, iniziando magicamente a vedersi nello specchio come la più bella mai esistita nel vasto reame della città di New York. Le premesse di Come ti divento bella fanno pensare alla più classica delle fiabe moderne, magari anche alla più banale, ma Amy Schumer ci mette qualcosa in più, discretamente, e trasforma la classica commedia di autorealizzazione americana in un film divertente, piacevole e con qualche spunto di vera discussione.

Abbiamo visto Come ti divento bella in anteprima con un po’ di timore nel cuore, perché il pensiero di una donna che inizia ad amare il proprio corpo dopo aver subito una commozione celebrale era insostenibile. Come sempre, bisogna vedere tutto per poter commentare tutto (auspicabilmente) e infatti il nuovo progetto cinematografico della stand-up comedian Amy Schumer va oltre il colpo in testa e il topos quasi esclusivamente femminile del make over esteriore che migliora anche la vita interiore.

Ne abbiamo viste a decine di queste commedie, quelle dove la ragazza sciatta e timida viene ricostruita a suon di trucco e vestiti, quelle in cui il potenziale da gnocca viene sbloccato togliendo gli occhiali e sciogliendo i capelli, alla Kiss Me con tanto di discesa delle scale a rallentatore o alla Ragazze a Beverly Hills, alla The Breakfast Club, alla Mean Girls. Il filo conduttore di queste commedie e di molte altre è sempre comunque l’adattamento del corpo femminile alla brama dello sguardo maschile. Ne abbiamo un esempio anche nella cinematografia italiana con Come tu mi vuoi e raggiunge l’apice con Amore a prima svista, dove a prendere la botta in testa è Jack Black.

Con Come ti divento bella, originariamente I Feel Pretty (Mi sento bella), lo sguardo trasformatore è quello della stessa trasformata, Renee, la sola a vedere il fantomatico cambiamento. Lo scarto è quindi puramente percettivo, una questione di autosuggestione, solo apparentemente frutto di una rinnovata fiducia in se stessa. In realtà, la sicurezza che la protagonista sfoggia con il suo nuovo ego è fallata alle fondamenta, poiché si basa su un’immagine di sé che non esiste, su un modello canonizzato imposto. Mentre Renee sembra mangiarsi il mondo con la sua riconquistata autostima, la menzogna associata a un ideale di bellezza stereotipato le corrode la personalità. Renee diventa una stronza, autocompiaciuta, superficiale, egoista e pretenziosa.

Vi lasciamo il gusto di scoprire il finale con la parabola fiabesca che ne consegue e soffermiamoci un attimo sugli elementi più peculiari di Come ti divento bella. Innanzitutto, Renee non è la classica ragazza bruttina da make over. Non ha gli occhiali, non si veste da scaricatore di porto, cura la propria immagine, va in palestra, il suo corpo è quello di miliardi di donne, imperfetto ma perfettamente normale. E quel corpo non cambia mai, subisce una trasformazione senza trasformazione, si lancia nel mondo con passione e il mondo, purtroppo, lo accoglie con sospetto. Intorno alla nuova Renee le persone adottano un atteggiamento condiscendente, quasi intenerito, come se avessero appena guardato un video con un gattino che pensa di essere un leone.

Il corpo di Renee è quello di Amy Schumer, che fuori dal mondo del cinema ha una consapevolezza e un’attitudine che ha poco da spartire con la protagonista di Come ti divento bella. Schumer è una delle più affermate eroine della stan-up comedy americana, che in Italia abbiamo scoperto su larga scala negli ultimi anni grazie alla collezione di spettacoli targati Netflix. La Schumer comedian è sboccata, volgare, chiassosa, una che non chiede scusa neanche se rutta nel microfono, rivendicando una libertà di performance per la comicità femminile pressoché inedita. Nel 2017 alle origini della stand-up comedy femminile è stata anche dedicata una stupenda serie tv prodotta da Amazon Studios, The Marvellous Mrs Maisel, ma è sui palchi di tutto il mondo che si sta facendo la rivoluzione.

Nel 2015 Ali Wong registrò Baby Cobra mentre aspettava il suo primo figlio. Lo spettacolo fu un tale successo che nel 2018, alla sua seconda gravidanza, Wong è tornata sul palco con il pancione per Hard Knock Wife, per raccontarci la maternità senza la stucchevole maschera della madre perfetta. Molte barriere sono venute giù grazie alla stand-up comedy, compreso lo stigma per la malattia mentale, anche grazie agli speciali di Sarah Silverman, A speck of dust, e di Maria Bamford, Old Baby. Tra gli ultimi acquisti di Netflix c’è lo show di commento politico di Michelle Wolf e poi c’è Nanette di Hannah Gadsby, forse il picco più alto nella parabola ascendente della comedy femminile contemporanea. Nanette non è soltanto uno spettacolo pienamente radicato nell’era del movimento #metoo, non è soltanto un’analisi spietata della società australiana, un racconto doloroso di sopruso, abuso, sofferenze, sconfitta. È un saggio critico sui meccanismi interni della stand-up comedy e, più in generale, della comicità femminile, incancrenita nell’auto-ironia che si fa auto-distruzione, perché il mondo non può tollerare una donna che accetta i propri difetti. Guardando Nanette si ride raramente e quando si ride ci si rende conto di quanto lerciume rimanga sepolto dietro a quella risata.

Come ti divento bella è un ottimo inizio per chi volesse scoprire il ricchissimo mondo della comicità femminile, il giusto avvio soft buono per tutte le età. Andate a vederlo e poi passate alla roba forte. Lunga vita alla commedia.

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Serigrafia a due colori, dimensioni 20×30 cm Edizione limitata di 40 esemplari Giò Pistone Gio Pistone è nata a Roma. La scelta dei soggetti, spesso figure di fantasia tendenti al mostruoso, caratterizzati da colori molto forti, nasce prestissimo a seguito di incubi notturni. Disegnarli il mattino seguente fu un’idea della madre per affrontare la paura. Presto gli incubi si sono trasformati in vere e proprie visioni da cui ancora oggi attinge. Si è appassionata alla scenografia di teatro dove ha continuato ad approfondire i suoi sogni e il suo innato amore per il grande. In seguito ha lavorato e viaggiato con La Sindrome Del Topo, un gruppo di creatori di strutture di gioco e sogno, con cui si occupava di disegnare, costruire e progettare giostre e labirinti. Ha cominciato a lavorare in strada nel ‘98 attaccando in giro per Roma i suoi disegni fotocopiati. Ha collaborato con varie realtà italiane e internazionali. Ha partecipato a mostre in tutta Europa in particolare presso il Museo MADRE di Napoli, l’Auditorium di Roma, il Museo Macro di Roma e partecipato ad eventi di Street Art quali «Scala Mercalli», «Pop up», «Subsidenze», «Visione Periferica», «Alterazioni», «M.U.Ro». Tratto dal catalogo della mostra La bellezza fa 40  
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