TV e Cinema
di Simone Stefanini 6 Settembre 2017

Dunkirk, perché la guerra è bella anche se fa male

Ecco perché per l’ultimo film di Christopher Nolan, usare la parola capolavoro non è esagerato, a patto che andiate a vederlo al cinema

 

Le aspettative per il nuovo film di Christopher Nolan sul salvataggio dei soldati inglesi assediati dai nazisti sulle spiagge di Dunkerque durante la Seconda Guerra Mondiale (di cosa è successo davvero, ne abbiamo già parlato qui) erano altissime.

Annunciato come un capolavoro dai molti della stampa che l’hanno visto mesi fa e che, nonostante l’embargo, hanno lasciato trapelare il loro entusiasmo, il primo film di guerra del regista di Interstellar, Memento, la Trilogia del Cavaliere Oscuro e Inception, ha messo d’accordo praticamente tutti. Capolavoro vero. Vediamo perché.

 

Punto uno: quadri in movimento.

Non appena inizia il film, capiamo subito che abbiamo di fronte una forte ricerca stilistica, di composizione dell’immagine, alla quale siamo sempre meno abituati. I soldati inglesi che tentano di trovare una via di fuga sotto gli spari del nemico, mentre dal cielo piovono volantini: una scena talmente forte che rimane impressa sulla retina per la sua potenza visiva. Il cielo piange, la terra sputa fuoco, lo sguardo del protagonista è impaurito ma anche risoluto e già capiamo che farà di tutto per sopravvivere. Durante tutto il film, scene iconiche come questa ce ne saranno talmente tante che viene da chiedersi perché gli studios non investano i loro soldi negli autori, invece che nei progetti situazionisti usa e getta.

 

Punto due: non abbiam bisogno di parole.

Infatti non ne abbiamo che il necessario, forse meno. Pochi dialoghi, si entra subito nell’azione. Come ci immaginiamo succeda in guerra, dopo un po’ che combatti per sopravvivere, non hai più tanta voglia di fare bla bla. Lasci che i tuoi occhi segnati per sempre dagli orrori, parlino per te. L’azione è nemica del pensiero e questo film rende il concetto in pieno: più fai meno pensi, e se in guerra pensi troppo, muori.

 

Punto tre: uno, nessuno centomila.

Chi è il protagonista? Chi il civile pronto a dare la propria vita per salvare i soldati? Chi il pilota che non si dà per vinto neanche quando tutto sembra finito? Nessuno spiegone, questo non è un film americano. Gli attori principali interpretano uno dei tanti soldati, uno dei tanti civili, uno dei tanti piloti, senza farci carico della propria storia (beh il civile un po’ sì), sempre per il discorso che sotto tiro, che tu sia figlio del sindaco o del senzatetto, devi correre forte, avere buona mira, trovare un riparo e (in questo caso) saper nuotare bene.

 

Punto quattro: l’uomo che saltava nel tempo.

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Per Christopher Nolan, i paradossi temporali sono molto importanti, ma quando esagera ci manda il cervello in pappa, vedi Interstellar, con l’astronave che viaggia nel tempo alimentata dall’amore. Stavolta i tre punti di vista del film (soldato X, civile X, pilota X) sono sfasati solo di poche ore o al limite pochi giorni, e tutto torna perfettamente nel finale. Nessun dubbio che distragga dalla meraviglia delle immagini.

 

Punto cinque: gli spari sopra.

La musica di Hans Zimmer è fatale, fa salire un’ansia incontrollata. È ipnotica, greve, ricalca la sirena che annuncia la bomba, la morte dall’alto, la vera minaccia durante tutto il film. Zimmer è il compositore di fiducia di Nolan, senza di lui, alcune scene iconiche di Interstellar o dei vari Batman sarebbero molto meno efficaci. Poi vabé, se vedete su Wikipedia l’elenco delle sue colonne sonore dal 1982 a oggi, non potete non pensare che sia il più grande compositore contemporaneo di musica per film.

 

Punto sei: la guerra è bella anche se fa male.

Muoiono in tanti, altrettanti vengono salvati, ma a Nolan non interessa la pornografia della morte. Quando cade una bomba, i soldati sembrano birilli colpiti dalla palla da bowling. Nessun close-up su ferite, arti squartati, mutilazioni, persino poche urla. La sua guerra è estetica, concettuale, diversa da quelle americane super tragiche a cui siamo abituati. È una minaccia da cui dobbiamo scampare, come rocamboleschi Indiana Jones nel giorno dell’Apocalisse.

Conclusione: andate a vederlo al cinema. Non sul computer, non scaricato di merda sulla tv full hd. Al cinema, con lo schermo enorme e il surround a palla. Perdetevi dentro l’estetica e il concetto, dentro un film molto bello, che potrebbe essere un punto di partenza importante per rifondare un’industria spesso alla frutta.

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