First Cow – Un piccolo sogno americano

First Cow è un film che, nonostante la totale assenza di altisonanza, si sviluppa consapevole della propria grandezza epica. Una storia di amicizia ed espedienti, nell’Oregon del 1850

“The bird a nest, the spider a web, man friendship”. Con questo estratto di William Blake inizia First Cow, nuovo lungometraggio di Kelly Reichardt. Una frase semplice, forse addirittura banale, che si sposa alla perfezione con la natura e il tenore del racconto della storia – ambientata circa a metà dell’800 – di Otis “Cookie” Figowitz e King-Lu. Il primo è un cuoco in viaggio con una banda di cacciatori da cui viene disprezzato, mentre il secondo è un immigrato cinese che vuole reinventarsi sul territorio statunitense. Rifugiatosi tra gli alberi dopo un inseguimento da parte di un gruppo di russi, viene messo in salvo dallo stesso cuoco.

I due si reincontrano in un piccolo villaggio dell’Oregon, alla fine di una rissa in una taverna. Decidono di dormire sotto lo stesso tetto, facendo così nascere un’amicizia fatta di lunghi cammini e di racconti in mezzo ai boschi gelidi e ai fuochi accesi nelle stradine. Tutto cambia quando in una radura scorgono una mucca. Non è una normale visione, perché si tratta del primo esemplare approdato su quel suolo, portata in barca, probabilmente da San Francisco. Appartiene a un sovrintendente Chief  Factor, che l’ha voluta a tutti i costi per avere del latte da mescolare col suo tè.

Attraverso furtive mungiture notturne, con King-Lu appollaiato di vedetta, Cookie comincia a preparare delle frittelle tonde, che giorno dopo giorno iniziano a far impazzire gli abitanti del villaggio, grazie al sapore inedito dato da quello che i due spacciano come “ingrediente cinese”. La nomea di questi dolci raggiunge le orecchie dello stesso sovrintendente, il quale, quasi in preda alla commozione, commissiona a Figowitz un Clafoutis ai mirtilli, per un’occasione più che speciale.

Un frame del film tratto dall’autore  Un frame del film tratto dall’autore

First Cow comincia con il ritrovamento odierno di due scheletri, magari appartenenti agli stessi protagonisti, la cui morte però non avviene durante il tempo del racconto. Fin dalle prime sequenze è la bellezza dello stile registico di Kelly Reichardt a trascinarci. L’essenza delle immagini è quasi documentaristica, in forza anche di un ritmo narrativo che va a passo d’uomo, senza alcuno strappo. Tuttavia il formato in 4/3 riporta subito tutto nel mondo del taglio artificiale, nell’espediente artistico. Grazie a questo uso splendido della camera la regista statunitense riesce a trasmettere le temperature dei luoghi che uniscono e separano Cookie e King. Si può dire che First Cow sia un film termico, perché tutto quello che accade passa attraverso uno stato determinato dai gradi centigradi. La fortuna arriva dal latte caldo della mucca, così come dall’ardere della piastra su cui cuociono i dolciumi, in contrasto con il freddo umido e fastidioso emanato dalla boscaglia.

I vecchi saggi parlano poco e piano, aprendo leggermente la bocca per non fare eccessiva fatica. Così fanno i nostri due personaggi, apparentemente privi di spinta emotiva se letti con i canoni umani dell’oggi, occidentalmente inteso. La saggezza della pellicola risiede anche in questo, nell’avere creato due figure ritagliate su carta semi-trasparente, risparmiatrici di energia per sopravvivere. Senza farsi troppe idee su come potessero essere due uomini del 1850 Kelly Reicherdt li ha mostrati nel loro flebile istinto. Eroi arrabattatori, che fino alla fine riescono in qualche modo a ricongiungersi.

Un frame del film tratto dall’autore  Un frame del film tratto dall’autore

Eroi arrabattatori, per i quali la presenza del bovino nelle loro vicinanze porta un vantaggio che seppur grande  – grazie a lei infatti riescono a tirare su qualche soldo per campare – ha come margine la loro individualità. Ma il senso di questa loro nuova fortuna apre a una riflessione che abbraccia l’intera storia della civiltà. Apre un discorso di tipo geografico, riguardante le conseguenze del diffondersi di mammiferi di grossa taglia nei diversi continenti. Ecco il secondo lato della saggezza di questo straordinario racconto. Con la lente di ingrandimento, concentrato su un minuscolo chicco di sabbia, il soggetto di Raymond – anche co-sceneggiatore – riesce a espandersi verso una universalità, e trova come canale espressivo l’occhio attentissimo della regista, e le sue sequenze, fotografiche e per niente immediate, piene di elementi sparsi che vengono a risaltare uno alla volta. Gran parte di questi elementi sono raccolti dalle mani di Cookie, che siano funghi o salamandre. I suoi occhi sono costantemente rivolti verso la terra, pronti a trovare qualcosa da utilizzare, perché un cuoco è colui he sa sempre improvvisare, come gli viene ricordato in modo ironico da uno dei cacciatori. Non passano inosservati nemmeno gli esseri umani, e la varietà etnica e linguistica che l’Ovest degli Stati Uniti presentava già all’epoca. Inglesi e irlandesi, afro-discendenti e nativi americani, ognuno coi suoi accenti e le sue gestualità, mostrati spesso in una strana fissità plastica, dal sapore enciclopedico, quasi a voler soltanto manifestarne l’esistenza.

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First Cow è un film che, nonostante la totale assenza di altisonanza, si sviluppa consapevole della propria grandezza. L’epica di Kelly Reichardt risuona ancora più forte perché incisa nella lentezza con cui questo micro sogno americano è diventato reale, soltanto grazie a un po’ di latte, l’inventiva di due uomini, e la loro amicizia genuina, anch’essa costruita un pezzo alla volta. La narrativa con la N maiuscola passa dai villaggi dell’Oregon.

 

 

 

 

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