Jodorowsky’s Dune – Il fallimento di un affronto agli dei

Finalmente  anche in Italia è stato distribuito il documentario sul più grande film mai realizzato, il racconto di un fallimento artistico ma sopratutto umano.

Dopo anni di attesa, visioni dalla qualità discutibile con sottotitoli in lingue strane, finalmente  anche in Italia è stato distribuito il documentario sul più grande film mai realizzato, il racconto di un fallimento artistico e forse anche umano. Il fallimento che ha cambiato la vita di Alejandro Jodorowsky, facendo diluire nel futuro la sua attività come cineasta, e facendogli intraprendere anche la strada della letteratura, forse come palliativo per quello che non era riuscito a farsi produrre.

La trasposizione di Dune di Frank Herbert era un’idea scellerata, ma Jodo, parzialmente ignaro di cosa trattasse esattamente, aveva un’idea che trascendeva i significati stessi del romanzo. Creare un profeta, dare le sensazioni dell’assunzione dell’LSD senza cartoni. Cose che se non fosse lui a dirle farebbero oltremodo ridere. Ma a seguito dei duelli de El Topo, dopo i diversificati deliri de La montagna sacra, tutto era possibile, o almeno immaginabile. E questa possibilità sconfinava i limiti delle follie di sceneggiatura, per arrivare nel campo della creazione di un kolossal che avrebbe dovuto cambiare per sempre la storia del cinema. C’è chi dice che in parte ci sia riuscito, pur rimanendo soltanto un’ombra.

Il documentario di Frank Pavich, abilissimo nel districarsi in questo magma di storie e aneddoti, con stile asciutto tenta di ripercorrere le tappe salienti della pre produzione di Dune, dando tanto spazio alle parole del suo regista, che con un inglese dalla forte cadenza spagnoleggiante, continua a compiacersi di quello che la sua mente era pronta a partorire. Nonostante le solite affermazioni discutibili e gli svarioni a cui nei decenni ci ha abituati, gli occhi di Alejandro Jodorowsky nascondono un velo triste dietro al rinnovato entusiasmo. Nonostante il suo desiderio costante di essere un guru, siamo pronti a credere che in qualche modo non si sia mai davvero ripreso dalla grande delusione del 1975.

Una tavola presente in un frame del film tratto dall’autore  Una tavola presente in un frame del film tratto dall’autore

Oltre alle sue parole – di certo le più adatte per dare al film una forma narrativa avvincente – sentiamo quelle dei protagonisti di quell’anno e mezzo di speranze. Presentati uno alla volta, possibilmente con un aneddoto legato al primo incontro, vengono messi sul tavolo come le figurine di un album preziosissimo, grazie all’aiuto mnemonico di svariati membri della squadra di lavoro. Le storie più belle e divertenti riguardano gli interpreti desiderati. Salvador Dalì, il tentativo di Jodorowsky di farsi “leggere” dall’artista come uno all’altezza ma non presuntuoso, e il modo furbo con cui si riuscì a farlo prendere parte al progetto nonostante la paga esagerata richiesta. Orson Welles e le manie di cibo, e l’incontro mondano con Mick Jagger. E poi i veri artefici di quello che sarebbe dovuto essere il linguaggio – in termini estetici – di Dune. Jean Giraud, in arte Moebius – con cui successivamente Jodo collaborerà alla creazione di un fumetto con le tavole dello storyboard del film -, il pittore svizzero Hans Ruedi Giger, famoso in futuro come art designer di Alien, che già nel ’75 era conosciuto per i suoi caratteristici teschi neri, e ancora Chris Foss, autore dei modelli delle navi spaziali.

L’altra voce autenticamente sognante è quella del produttore Michel Seydoux. Il suo approccio è più pacato, e il suo punto di vista arriva a constatare in modo obiettivo le ragioni del rifiuto ricevuto da Hollywood per il finanziamento. E la ragione pareva essere una sola: il regista. Jodorowsky era troppo in anticipo sulla tabella di marcia dello sviluppo estetico degli Studios, era arrivato – insieme alla sua squadra di menti sopraffine – almeno tre o quattro anni prima ad abbozzare idee visive, soluzioni scenico-registiche che avrebbero fatto la fortuna di gran parte del cinema di fantascienza, da Star Wars in poi. E tutto questo possiamo vederlo direttamente perché durante lo svolgimento del film il montaggio è disposto in modo tale che scorrano sullo schermo un gran umero di tavole tratte dagli storyboards abbozzati a matita.

Jodorowsky, Giger e Seydoux in una foto tratta dal film  Jodorowsky, Giger e Seydoux in una foto tratta dal film

Dune era pronto ad esplodere, nella “tremenda ambizione” che Alejandro Jodorowsky sentiva di avere. Sarebbe stata un’opera esagerata e quasi tracotante, un tentativo di andare oltre le colonne d’Ercole del desiderio di un’artista cinematografico, che vuole avere attorno a sé i suoi idoli più grandi al lavoro, compresi musicisti del calibro dei Pink Floyd o dei Magma. Tutto al plurale, tutto allargato ed agognato. Certamente per questo il tonfo ha fatto più rumore del dovuto, infrangendosi anche negli occhi di Brontis Jodorowsky, all’epoca appena adolescente, già scritturato per la parte di Paul, eroe buono della storia. Nel ripetuto gesto di mangiarsi le mani per la voglia di sapere come sarebbe cambiata la storia del cinema – in meglio o in peggio rispetto alle pieghe che effettivamente ha preso – ci vien quasi da pensare cinicamente che in fondo si astato meglio così. Di questa follia è rimasto un enorme libro, zeppo di bozze, disegni di personaggi e ambientazioni, di snodi di sceneggiatura divergenti dal romanzo originale che testimonia il “quasi esserci stato” di Dune. Un catalogo-tesoro, che lo stesso Jodorowsky si augura possa essere preso in mano prima o poi da qualcuno, per realizzare questo affronto agli dei.

 

 

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