Justice League. Sono quattro ore, che faccio signora lascio?

Siamo sopravvissuti alla maratona del nuovo Justice League diretto da Zack Snyder, lo stesso regista dello spot della Citterio con Sylvester Stallone

La domanda posta da amici, conoscenti, colleghi e addetti ai lavori è stata, più o meno, sempre la stessa: vale la pena investire quattro ore della propria vita nello visione della Zack Snyder’s Justice League? La risposta è no. No, se siete persone che non amano i cinecomic (e fin lì ok, semplice), e no se amate il cinema d’autore, ne uscireste con le ossa troppo rotte. Se invece appartenete a un altro fenotipo o, come il sottoscritto, avete amato troppo il libro di Sacher-Masoch (e magari siete anche dei soggetti un pochino masochisti) allora sì, ne vale la pena. A vostro rischio e pericolo.

Già la versione “vanilla”, gravata dalla lentezza degli snodi narrativi (che erano lenti per il gusto di esserlo e non perché particolarmente complessi o drammatici), non è stata propriamente un trionfo, ma questo nuovo capitolo, se possibile, amplifica i difetti già riscontrati nel precedente. Vero e proprio marchio di fabbrica del cinema di Zack Snyder, in questa pellicola abbondano sequenze di slow-motion assolutamente superflue. Nel linguaggio cinematografico, di solito, una scena in slow-motion serve a sottolineare la drammaticità o l’acrobaticità di un’azione. Non è questo il caso, nella Zack Snyder’s Justice Leage lo slow-motion è usato per qualunque passaggio: Wonder-Woman fa un salto con la spada? Rallentiamo! I componenti della Justice League si muovono per la città? Rallentiamo! Il cattivo di turno distrugge un portone a caso? Rallentiamo! Ecco, questi sono alcuni degli esempi di come una particolare tecnica (che già di per sé si usa il meno possibile) sia stata non solo utilizzata ma letteralmente abusata.

In quella che dovrebbe essere un’epica, per quanto scontatissima, lotta tra le forze della luce e quell’ombra, la ZSJL porta avanti una e un’idea sola: per combattere le tenebre non devi diventare più luminoso ma farti ancora più oscuro. E infatti su questo che batte, e ribatte, la costruzione dei diversi protagonisti della vicenda -chi più, Cyborg, chi meno, Wonder Woman (ma lei ha già due film dedicati)- nelle settimane immediatamente precedenti al grande scontro con Steppenwolf, uno dei villain classici dell’universo DC, una specie di enorme carpa in armatura con due cornoni sulla testa che lo rendono immediatamente espressivo come un sottosegretario della Democrazia Cristiana del 1972.

Nonostante gli attori, dal punto di vista della performance puramente personale, non lavorino neppure male, ciò che davvero ci avvilisce in ZSJL è la  sceneggiatura, costantemente volta a iper-diluire il corso degli eventi rendendo tutto fumoso. Facciamo un esempio così è tutto più chiaro. Quando la compagine di supereroi si trova in una grande torre d’acciaio alla ricerca del covo dei nemici, come di consueto, si avvale del supporto di Alfred (un discreto Jeremy Irons) che tenta di guidarli. Peccato che la Justice League possa avvalersi di Cyborg. Quindi la domanda è scontata: perché diamine farsi guidare da un maggiordomo distante chilometri dal luogo dello scontro quando, sul campo di battaglia, hai l’entità più tecnologica di tutte? Ma il senso dov’è?

Un altro vero e proprio punto dolente sono i combattimenti, che in un action-cinecomic, insomma, non è che sia roba da poco. Per tutto il film, assisteremo a estenuanti e poco stimolanti battaglie contro i grunt del nemico principale che, senza una vera e propria motivazione, quando decide di attaccare è talmente superiore da non essere scalfito neppure da mezzo colpo, in altre circostanze, risulta completamente inferiore ai supereroi. Eppure le forze in campo, almeno per tre quarti del film, sono sempre le stesse, semplicemente i livelli di potenza sono sballati e la pellicola adatta le forze soltanto per portare avanti la trama.

E la fotografia, ne vogliamo forse parlare? Se avete visto Watchmen, dello stesso, ehm, “regista” sapete già di cosa sto parlando. Non c’è una e una scena che abbia un’illuminazione che non faccia apparire i vari protagonisti come abitanti di Saturno. Ogni frame è iper-saturo e virato con colori talmente bizzarri da non sembrare neppure possibili. Ne consegue che le azioni e i momenti, per quanto drammatici perdano ogni peso emotivo: bene che vada sembrano dei videoclip musicali degli anni Novanta, male che vada degli spot pubblicitari tipo quello della Citterio. Ah, chi era il regista? Giusto…

Infine: i riferimenti cristologici e cristiani in generale. Sappiamo benissimo quanto  Snyder  ami inserire delle citazioni, più o meno esplicite, di dipinti ed iconografie legate alla passione di Cristo, ma in questo caso, Zack ci va giù ancora più pesante con una vera e propria operazione di “resurrezione” che in periodo pasquale è proprio “il cacio sui maccheroni”. Anche qui però l’ex regista dello spot di Citterio inciampa su una buccia di banana, perché questa trovata narrativa, viene così ribadita da perdere potenza nel corso del film e, fatto ancor più grave, il momento nel quale si compie non viene mostrato. Tenetevi forte sulla sedia: senza sapere chi, senza sapere come, vi basti un movimento di macchina talmente breve e impercettibile da non farci vivere il dannato momento centrale di tutto un film di quattro ore.

Anche le tanto decantate scene extra, in particolare la seconda, sono di portata talmente nulla nell’economia generale del film da chiedersi perché abbiano fatto tutto questo rumore. Forse la spiegazione è un’altra e risiede nel motivo per cui ZSJL va comunque visto. Infatti, esattamente come gli zombie di Romero, gli Spartitati di Erodoto o i Vigilanti di Alan Moore, i supereroi della DC sono personaggi immortali che neppure Zack Snyder  riuscirà a uccidere. E questo, amiche e amici, è forse uno dei poteri più super di tutti. Sipario. Applausi. Tutti ridono.

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