La morte di Luke Perry e Keith Flint, quegli insopportabili status del tipo “La mia cultura pop è migliore della tua”

La generazione dei trentenni e quarantenni poggia solidamente sulla cultura pop e quando essa viene meno, si sente abbandonata

Lunedì 4 marzo 2019 ce lo ricorderemo per un po’ di tempo, perché a distanza di poche ore abbiamo pianto il suicidio di Keith Flint, vocalist dei Prodigy e mentre eravamo ancora frastornati dal lutto, si è sparsa la voce della morte di Luke Perry, colto da un terribile ictus la settimana scorsa. La morte del liceo, dei poster di Beverly Hills 90210 con Dylan e Brenda (o Dylan e Kelly), dei ricordi dell’era pre internet, delle prime ribellioni ascoltando Firestarter in cameretta e pensarsi punk inglesi quando, se ci azzardavamo a chiedere il permesso un piercing o un tatuaggio, l’unico che avremmo potuto rimediare era un 5 dita con la rincorsa da parte di mamma che non si riconosceva nel metodo Montessori.

Un giorno di lutto per i trentenni e quarantenni che, come tutti, non amano particolarmente invecchiare e si ritrovano a fare i conti con lo sgretolarsi della cultura pop, che spesso li ha cresciuti più dei genitori. Un momento di unione nel dolore per le memorie da archiviare, per l’amarezza con cui da domani guarderemo foto, poster, puntate di BH 90210 (o Riverdale), video musicali, copertine di CD etc. etc.

Un suicidio e un malore improvviso, due storie terribili, due tragedie che riguardano in primis chi conosceva i due e poi, di riflesso, gran parte del mondo occidentale che con i due è cresciuto. Probabilmente Keith Flint e Luke Perry avevano poco in comune ai tempi, punk raver inglese il primo, attore americano col look alla James Dean il secondo, eppure nei ricordi di tanti,  fanno entrambi parte di quella scatola dei ricordi con l’etichetta “Anni ’90” scritta sopra. Nonostante la partecipazione di massa al cordoglio per un’epoca che sta svanendo troppo in fretta, anche stavolta sui social ci sono stati i distinguo, le accuse, i “not in my name” e, come abbiamo già scritto in passato, non importa a nessuno se non vi piaceva qualcuno che è morto.

Stavolta però è stata addirittura gara: un sacco di status copia incolla per sottolineare che Beverly Hills 90210 e i Prodigy stavano su due pianeti diversi, che non sarebbero mai entrati in collisione tra loro nei 90s e quindi, chi piange entrambi è un poser. Non solo, ci sono quelli che si dissociano da entrambi i lutti e fanno capire che i loro 90s erano differenti, una nozione di cui le famiglie Flint e Perry faranno sicuramente tesoro.

Noi di Dailybest abbiamo sempre trattato la cultura pop allo stesso modo, senza fare distinzioni a posteriori tra alta o bassa, nobile o plebea, perché la cultura pop dei decenni scorsi vive di ricordi soggettivi, di foto scolorite nella mente di quelli che ancora non sapevano cosa volesse dire social o screenshot, è fatta di sentimenti e quelli sono insindacabili.

Nel film Una Storia Vera (David Lynch, 1999) si narra il viaggio di un settantatreenne su di un trattorino tosaerba, che si fa 386 km a una velocità di marcia di 8 km/h per andare a trovare il fratello, anch’egli anziano, colto da infarto. A un certo punto del viaggio, Alvin Straight (il protagonista sul trattorino) dice: “La cosa peggiore della vecchiaia è il ricordo di quando eri giovane”. Triste, deprimente quanto volete, ma vero. Dunque, se abbiamo capito che la nostra generazione, cresciuta con poco Dio, nessuna guerra e tanta TV, poggia solidamente su certezze che derivano dalla cultura pop, andare a fare il predicozzo o il distinguo narciso nel giorno del lutto, ci sembra davvero privo di classe.

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