Età dell’oro, la lotta quotidiana dei giovani creativi raccontata in una webserie

Dedicate un paio d’ore a Età dell’oro: si guarda su Dplay ed è una vera chicca firmata La Buoncostume

 

“Stiamo crescendo”. Il mantra autopersuasivo di Fabri e Carlo, squattrinati creativi milanesi all’eterna ricerca del contatto giusto che dia una svolta alla loro partita Iva a regime forfettario, è lo stesso dei due attori che li interpretano. Fabri e Carlo infatti sono Fabrizio Luisi e Carlo Bassetti: con i loro soci Simone Laudiero e Pier Mauro Tamburini formano La Buoncostume e insieme hanno realizzato Età dell’oro, webserie diffusa online sulla piattaforma DPlay. Per chi ha buona memoria, non è altro che la naturale prosecuzione di Klondike, web-serie autoprodotta lanciata un paio di anni fa, che riuscì a crearsi un suo seguito di appassionati, pur senza raggiungere numeri enormi.

Merito sicuramente del ritmo e della regia, dell’umorismo ma anche delle situazioni raccontate, in cui molti ventitrentaquarantenni possono facilmente ritrovarsi: il lavoro che non c’è, se c’è è pagato due lire e in nero oppure mai, i colloqui truffaldini, le marchette, i miraggi di grandi produzioni ma sempre a zero budget ecc. ecc. Età dell’oro, dicevamo, resta in questo campo ma, complice anche la produzione di Indiana per Discovery/Dplay, trasporta gli stessi temi (e gli stessi personaggi: Fabri e Carlo, la sua fidanzata Chicca, l’inquieta Camilla, l’adorabile asciugone Harry) in una narrazione più di ampio respiro: meno comicità immediata, anche se rimane qualche bel siparietto (“il mio è uno studio rispettabile, niente minimi, forfettari, agevolati… sono sgradevoli” dice il commercialista ai due copy), più sviluppo della trama e approfondimento dei personaggi.

 

Così Fabri si trova ad essere sfrattato dai due coinquilini – non pagando l’affitto, d’altronde! – mentre Carlo e Chicca hanno appena traslocato, sperando che il nuovo lavoro di lei possa aiutarli a ingranare, se non fosse che per accettarlo ha dovuto fingersi lesbica. La mancanza cronica di soldi e prospettive a lungo termine è una delle costanti dei personaggi (verrebbe da dire: anche delle nostre vite, ma meglio non pensarci), a volte per casualità a volte per scelta. È il caso di Camilla, cameriera in un bar con fidanzato expat in procinto di tornare per aprire un agriturismo, o dello stesso Fabri, che si troverà di fronte a più di un bivio, lavorativo ma anche sentimentale. A complicare il tutto, fatture non pagate, barbecue vip in posti irraggiungibili, cellulari perduti, tavoli da costruire, feste in discoteca e la promessa di un film da grande schermo, complice quel Marcello di Roma che era uno dei tormentoni preferiti dei fan di Klondike e che qui per la prima volta svela il suo volto in un tripudio di fumosità capitolina.

Insomma, carne al fuoco ce n’è molta, soprattutto contando che le otto puntate durano tutte poco più di 20 minuti: chi aveva amato la web-serie ritroverà la simpatia e l’assoluta informalità dei personaggi e ne seguirà le tragicomiche vicissitudini, senza trascurare anche un tocco di romance che per una volta è tutto fuorché scontato e/o smielato: Chicca e Carlo hanno un rapporto splendido, pur nelle avversità e tentazioni e la confusione eterna nel cuore di Camilla è una situazione nella quale è difficile non ritrovarsi. Così come molte delle vicende raccontate sono davvero realistiche, ma non in senso pesante: c’è sempre un’ironia, una “cazzoneria” di fondo nel raccontarsi e nel prendersi in giro che è uno dei punti di maggior forza de L’età dell’oro. Rispetto a Klondike la nuova serie ha il pregio di essere più coerente e lineare nella trama, non più solo raccolta di gag e il tempo per approfondire maggiormente quelle tematiche che scandiscono la nostra quotidianità e delle quali è probabilmente meglio ridere.

 

 

Un piccolo appunto si può fare sulla recitazione, in particolare di alcuni dei personaggi secondari, che appaiono tanto forzati e fuori parte quanto Fabri, Carlo, Chicca, Camilla e Harry sembrano a proprio agio nei panni di se stessi. Divertenti alcuni cammei (il sempre grande Bebo Storti, Sergio Rubini), meno altri, e la colonna sonora affidata ad alcuni nomi dell’indie italiano (Go Dugong, L’Orso, Camillas tra gli altri) è efficacissima in alcuni frangenti e tremendamente fuorviante in altri. Si tratta comunque di difetti minori, perché il risultato finale è una serie veramente godibile, che conferma il talento – per chi scrive assoluto – nella scrittura ma anche nell’interpretazione dei ragazzi de La Buoncostume e che regala finalmente al pubblico italiano una comedy (o dramedy?) originale per cui vale veramente la pena di investire un paio d’orette in un sereno binge-watching.

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