TV e Cinema
di Marco Villa 22 Ottobre 2013

Il Quinto Potere, il film su Wikileaks che sembra girato vent’anni fa [recensione]

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Il Quinto Potere, di Bill Condon. Con Benedict Cumberbatch, Daniel Brühl, Anthony Mackie, David Thewlis, Alicia Vikander. Nelle sale da giovedì 24 ottobre.

Il Quinto Potere racconta l’ascesa di Wikileaks, del suo creatore Julian Assange (Benedict Cumberbatch, ovvero Sherlock), smanettone con problemi di ego grossi così, e del suo sodale Daniel Berg (Daniel Bruhl). Wikileaks è stato uno dei fenomeni più grossi e significativi di questi anni, manifestazione diretta di cosa può fare internet negli anni dieci del XXI secolo. Un fenomeno fortemente contemporaneo, che non si sarebbe mai potuto verificare in precedenza, per evidenti limiti tecnologici (e non solo). Il Quinto Potere è invece un film vecchio, simile a quelli girati negli anni ‘90, quando la rete era una specie di versione digitale dell’Africa nera, piena di misteri e animali strani. Le grafiche del film sono datate e sciatte (tipo la foto qui sopra) e gli smanettoni sono messi in scena con quel grottesco battere fortissimo sui tasti che rimanda, appunto, ai film sulla rete degli anni 90. Fuori dal tempo è anche la messa in scena dell’architettura di Wikileaks, rappresentata come uno stanzone senza tetto, né pavimento, pieno di scrivanie messe in fila.

Un tentativo di spiegazione estremamente didascalico, che risulta posticcio visto l’andamento del film. Il Quinto Potere non è un film facile da seguire: i fatti accadono a velocità rapidissima e quasi senza dare aiuti o spiegazioni a chi guarda. A livello di scrittura, però, il problema maggiore risiede nella totale mancanza di una narrazione vera e propria: Il Quinto Potere è una messa in fila di scene e fatti, senza alcuna progressione drammatica o di tensione. Si vedono personaggi esaltati o preoccupati, ma nulla di questo arriva allo spettatore, che finisce per sentirsi coinvolto solo in occasione di una scena da spy story, legata peraltro a un personaggio senza importanza.

Al termine della visione resta in testa solo Benedict Cumberbatch,  impressionante nel suo calarsi nelle ambiguità di Julian Assange. Un’ottima interpretazione che però non salva un film confusionario e scritto male.

 

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