Russian Doll serie
TV e Cinema
di Eva Cabras 11 Febbraio 2019

Russian Doll e Il Giorno della Marmotta disfunzionale

Se avete amato Ricomincio da Capo don Bill Murray, vi piacerà Russian Doll su Netflix

Netflix ha superato se stessa, è riuscita a isolare l’esemplare perfetto di serie tv da binge watching e ci è riuscita aggiungendo un nome di tutto rispetto al catalogo dei suoi personaggi borderline chic. Russian doll ha la velocità di fruizione di The End of the Fucking World e i personaggi mentalmente incasinati di Maniac, il tutto confezionato in 8 pratici episodi di circa mezzora dominati dal carisma di Natasha Lyonne, che insieme ad Amy Poehler e Leslye Headland è anche creatrice dello show. La meravigliosa Nicky di Orange Is The New Black qui è Nadia Vulvocov. Vulvocov? Non suona un po’ come vulva? Non sarebbe strano, visto che Russian Doll è ideata, prodotta, scritta e girata quasi interamente da donne.

In breve, Nadia si trova alla sua festa di compleanno, si diverte, beve, fuma un sacco e si porta a casa un tipo viscidissimo. Poco dopo, attraversa la strada e viene investita da un’auto. Muore e in qualche modo si trova nuovamente alla sua festa, di nuovo nel bagno di fronte allo specchio, prima di portarsi a casa il viscido. Prova ad andarsene, ma muore ancora, e ancora, e ancora. Cadendo dalle scale, finendo in una botola in strada, di infarto, mangiando pollo, di freddo e molto altro. Tentando di capirci qualcosa, Nadia cambia strategia in continuazione, chiede aiuto agli amici più fidati, e in uno dei loop incontra Alan, intrappolato come lei nell’eterno ritorno della propria morte, ma che lo affronta attenendosi alla più rigida delle scalette, nella speranza di uscire dall’incubo a suon di buone azioni e autocontrollo, più o meno l’opposto del caotico approccio strafottente di Nadia.

Russian Doll Netflx

Russian Doll è uscita il giorno precedente al celeberrimo Giorno della Marmotta, quello raccontato con Bill Murray in Ricomincio da capo. Con il film ha in comune buona parte dell’ossatura narrativa e anche una certa parabola edificante di self improvement dettato dall’altuismo. Per non parlare del personaggio principale: burbero, cinico, tendenzialmente egoista, ma anche sofferente, smarrito. Nadia sembra uscita da una fan fiction su Io e Annie, con l’acume disincantato di Woody Allen e il guardaroba di Diane Keaton. I suoi splendidi e divertentissimi interventi sembrano fatti apposta per diventare meme per persone che amano lamentarsi della propria vita (ho una cartella apposita con almeno venti screenshot) e si sposano perfettamente con la recitazione di Lyonne, la sua voce roca, l’attitudine di chi vive la vita per l’ironia della situazione, ma che a tratti non sa più neanche perché. Nadia stessa si definisce “the girl with a death wish“, forse perché invece la sua migliore amica la paragona a uno scarafaggio, che può mangiare, sniffare, bere qualsiasi cosa e non morire mai. Magari ha paura di essere come uno degli strati della matrioska, coloratissima fuori ma vuota dentro.

Parlando esclusivamente della trama, in sostanza, il tasso di originalità di Russian Doll si riduce drasticamente, ma per fortuna il Diavolo sta nei dettagli. Ogni volta che Nadia torna dal mondo dei morti e riparte da capo ci sono una miriade di dettagli variabili ad attenderci. Ogni volta che cambia il corso della propria serata ci sono elementi che entrano in scena, che vengono evitati o che si rivelano fondamentali dopo decine di volte in cui rimanevano sullo sfondo. Oggetti spariscono (oh, guarda, quella cosa è svanita perché simboleggiava una parte negativa della sua vita) e poi ricompaiono (oh, no, avevo frainteso proprio, era qualcosa che aveva perso!), ma non si è mai troppo sicuri di averli interpretati nel modo corretto. C’è un modo corretto?

Ma parliamo del finale.

SPOILEEEEEEEEER

Russian Doll Nadia

Il finale è dolce come un intero pacchetto di Big Babol mangiato in un colpo solo, ovvero troppo. All’inizio è piacevole, da overdose da zuccheri, ma poi arriva il down e iniziano a fare male i denti. Nadia e Alan si salvano a vicenda, intrecciano le proprie time line e si mettono al servizio dell’altro tirandolo fuori dall’abisso. Che teneri. Ma questo finale è davvero tutto miele e unicorni? Se non ci pensiamo troppo probabilmente sì, ma pensiamoci. Nadia ha degli evidenti complessi da abbandono causati dalla madre, dei sensi di colpa per la sua escalation autolesionista, problemi di intimità emotiva e dipendenze di varia natura. Alan è un ossessivo compulsivo che non sa gestire la fine della relazione con la fidanzata storica, tanto da preferire il suicidio a una lenta ricostruzione dell’autostima e dell’autonomia. È veramente una cosa positiva che questi due personaggi siano stati salvati dal deus ex machina che il loop delle morti ha rimediato loro? Cosa succede dopo? Tornano entrambi alle proprie vite disfunzionali e fanno perennemente affidamento su colui che è intervenuto nel momento del bisogno? Non sono forse diventati un idilliaco ritratto di codipendenza su più piani temporali? Il finale lieto potrebbe quindi non essere così lieto, dopo tutto. Ma è questione di prospettive. In generale, Russian Doll funziona, intrattiene, si lascia guardare con una facilità incredibile e propone spunti che vanno oltre l’immediato consumo. Per cogliere tutti i piccoli slittamenti, le sfumature e la completa psicologia dei suoi personaggi va vista più volte, e poi ancora, e ancora, e ancora.

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Serigrafia a due colori, dimensioni 20x30 cm Edizione limitata di 40 esemplari DEM Come un moderno alchimista, DEM crea personaggi bizzarri, creature surreali abitanti di un livello nascosto nel mondo degli umani. Eclettico e divertente, attraverso muri dipinti, illustrazioni e installazioni ricche di allegorie, lascia che sia lo spettatore a trovare la chiave per il suo enigmatico e arcano mondo. Oltre ad avere vecchie fabbriche ed edifici abbandonati come sfondo abituale ai suoi lavori, DEM è stato anche ospite alla Oro Gallery di Goteborg e ha preso parte a esposizioni importanti come «Street Art, Sweet Art» (PAC, Milano), «Nomadaz» (Scion Gallery, Los Angeles), «Original Cultures» (Stolen Space Gallery, London) and «CCTV» (Aposthrofe Gallery, Hong Kong). Tratto dal catalogo della mostra La bellezza fa 40
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Serigrafia a due colori, dimensioni 20×30 cm Edizione limitata di 40 esemplari Ester Grossi Nata ad Avezzano (AQ) nel 1981. Diplomata in Moda, Design e Arredamento presso l’Istituto d’Arte Vincenzo Bellisario, nel 2008 ha conseguito la laurea specialistica in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale presso il DAMS di Bologna. Si dedica da anni alla pittura e ha all’attivo diverse mostre in Italia e all’estero; è vincitrice del Premio Italian Factory 2010 e finalista del Premio Cairo 2012. Nel 2011 è stata invitata alla 54° Biennale di Venezia (Padiglione Abruzzo). Come illustratrice ha realizzato manifesti per festival di cinema e musica (Imaginaria Film Festival, MIAMI, Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto) e cover per album di band musicali (A Classic Education, LIFE&LIMB). Collabora frequentemente con musicisti per la realizzazione di mostre e installazioni pittoriche-sonore. Tratto dal catalogo della mostra La bellezza fa 40
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Serigrafia a due colori, dimensioni 20×30 cm Edizione limitata di 40 esemplari VitoManoloRoma Attualmente vive a Milano e lavora come freelance in qualità di grafico, illustratore, animatore e fumettista. Si forma presso il Liceo Artistico statale di Busto Arsizio, poi la compagnia di teatro sperimentale Radicetimbrica e termina gli studi al Politecnico di Milano dove si avvicina al Graphic Design. Durante i primi anni di professione come progettista e illustratore in alcuni studi di grafica milanesi, continua a disegnare e partecipa a mostre collettive di illustratori, fra le quali «Spaziosenzatitolo» (Roma), «Doppiosenso» (Beirut) e «Manifesta» (Milano). Con il collettivo di satira a fumetti L’antitempo fonda l’omonima rivista con la quale vince il Premio Satira 2013 come miglior realtà editoriale italiana. Appassionato di musica africana, afroamericana e jamaicana, colleziona vinili che seleziona con i collettivi Bigshot! e Soulfinger nei locali neri e non di Milano. Tratto dal catalogo della mostra La bellezza fa 40
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Serigrafia a due colori, dimensioni 20×30 cm Edizione limitata di 40 esemplari Giò Pistone Gio Pistone è nata a Roma. La scelta dei soggetti, spesso figure di fantasia tendenti al mostruoso, caratterizzati da colori molto forti, nasce prestissimo a seguito di incubi notturni. Disegnarli il mattino seguente fu un’idea della madre per affrontare la paura. Presto gli incubi si sono trasformati in vere e proprie visioni da cui ancora oggi attinge. Si è appassionata alla scenografia di teatro dove ha continuato ad approfondire i suoi sogni e il suo innato amore per il grande. In seguito ha lavorato e viaggiato con La Sindrome Del Topo, un gruppo di creatori di strutture di gioco e sogno, con cui si occupava di disegnare, costruire e progettare giostre e labirinti. Ha cominciato a lavorare in strada nel ‘98 attaccando in giro per Roma i suoi disegni fotocopiati. Ha collaborato con varie realtà italiane e internazionali. Ha partecipato a mostre in tutta Europa in particolare presso il Museo MADRE di Napoli, l’Auditorium di Roma, il Museo Macro di Roma e partecipato ad eventi di Street Art quali «Scala Mercalli», «Pop up», «Subsidenze», «Visione Periferica», «Alterazioni», «M.U.Ro». Tratto dal catalogo della mostra La bellezza fa 40  
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