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Home TV e Cinema

Il sistema Pixar, tutti i segreti della più grande casa d’animazione del mondo in un libro

by Mattia Nesto
12 Giugno 2017
in TV e Cinema
Il sistema Pixar, tutti i segreti della più grande casa d’animazione del mondo in un libro
https://media.licdn.com
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Una delle grandi industrie culturali del nostro tempo, un nome che è già entrato nella storia del cinema. Stiamo parlando di Pixar, che nel corso di quasi trent’anni di vita e di più venti di film d’animazione, ha sfornato vere e proprie opere generazionali che hanno profondamente segnato il nostro immaginario e, perché no, il nostro modo di concepire il mondo e la vita. Per questo motivo abbiamo raggiunto Christian Uva, docente di Storia del cinema e Tecnologia del cinema e dell’audiovisivo al Dams dell’Università Roma Tre e autore de “Il sistema Pixar“, fuori per Il Mulino.

 

 

La Pixar è un brand capace di sintetizzare un solido e corposo immaginario. Oggi infatti non si va a vedere solo The Incredibles, Ratatouille o Inside Out, si va a vedere un film della Pixar: come siamo arrivati a questo punto?
Un po’ come nell’epoca d’oro di Hollywood era successo per studios come la Warner Bros., la Paramount o la MGM, le cosiddette “big five”, la Pixar sintetizza un solido modo di produzione e insieme un preciso sistema di pensiero. La Pixar insomma è un caso paradigmatico di brand immediatamente riconoscibile e riconosciuto per la propria qualità: quando si va in sala a vedere un film della Pixar si nutrono precise aspettative sull’orizzonte estetico e narrativo in cui si verrà calati. Al contempo il caso della Pixar è interessante perché si colloca sia all’esterno che all’interno del sistema hollywoodiano: quello della Pixar, per usare un’espressione utilizzata nel libro, è una specie di “concorso esterno ad Hollywood”, ovvero si tratta di un sistema industriale per molti aspetti vicino a Hollywood eppure, nello stesso tempo, del tutto “eccezionale” e orgogliosamente distante da quel mondo. La stessa sede della Pixar è sì in California, ma non a Los Angeles bensì a Emeryville, un sobborgo di San Francisco.

 

 

I quattro fondatori: un figlio di Disneyland, John Lasseter, un apostolo della “californian ideology”, Steve Jobs, un hippy della West Coast, Alvy Ray Smith e un mormone cresciuto a Salt Lake City, Ed Catmull: quali sono stati i singoli contributi di ognuno di loro?
C’è un elemento che sembra accomunare i quattro “padri fondatori” della Pixar: la questione identitaria. Le classiche domande “chi siamo?”, “da dove veniamo?” e “dove stiamo andando?” sono una sorta di mantra per i creatori della Pixar. In questo senso il caso di John Lasseter è lampante, ovvero quello di una persona letteralmente cresciuta a Disneyland e nella Disney che rappresenta il collante tra passato e futuro, attingendo da un bacino identitario in cui non c’è solo la grande tradizione del cartoon statunitense, ma anche quella della cultura automobilistica dell’America profonda che, come ben noto, informa un prodotto come Cars (il padre di John Lasseter era d’altra parte un manager di una concessionaria della Chevrolet). Il caso di Ed Catmull è poi chiarificatore per un altro dei leitmotiv dei film Pixar: ovvero quello del viaggio per scoprire/conoscere le proprie origini facilitato/aiutato dalle scoperte tecnologiche. Infatti proprio la religione di Catmull, quella mormona, è una delle più attente e interessate alla tecnologia quale strumento al servizio della genealogia (basti pensare che a Salt Lake City, nel mezzo del deserto dello Utah, i mormoni hanno creato il più grande archivio di alberi genealogici del pianeta…). Se pensiamo ai tanti eroi della Pixar, compreso l’ultimo in arrivo, il protagonista di Coco, vediamo che quasi tutti sono impegnati in viaggi alla (ri)scoperta delle proprie origini e quindi della propria reale identità (non tanto in senso psicologico quanto soprattutto culturale). Smith invece porta con sé la ventata libertaria della controcultura americana degli anni Sessanta e Settanta che interpretava la tecnologia come strumento di liberazione dell’umanità. È su questo terreno che si innesta anche la figura di Steve Jobs, ideale incarnazione della “californian ideology” in quanto vero e proprio trait d’union tra il liberalismo sociale degli hippy e quello economico degli yuppies. Il tutto, naturalmente, sempre all’insegna di una ricerca tecnologica vissuta come una sorta di missione spirituale.

 

 

Un capitolo del suo libro è intitolato “Umano, troppo umano, perturbante”, perché questa definizione per i personaggi Pixar?
Da un lato l’universo Pixar si è configurato da subito come un orizzonte “postumano”, ovvero come un mondo dove gli esseri umani, come già succedeva in parte nella tradizione Disney, sembra abbiano delegato gran parte delle proprie funzioni e persino emozioni ad altri esseri, artificiali e/o animali. In tal senso l’esempio più luminoso è quello di Wall-E, dove gli umani, tutti obesi e incapaci ormai di deambulare autonomamente, delegano quasi tutte le proprie funzioni ai robot. A ciò si aggiunga che la rappresentazione artificiale dell’essere umano è da sempre un rischio perché per lo spettatore può risultare disturbante o, in termini freudiani, perturbante, a meno che, come succede appunto nel cinema d’animazione, non si percorra la strada dell’estremizzazione dei tratti, ossia della caricatura (o fumettizzazione). Ed ecco allora, nella filmografia della Pixar, il primo esempio di protagonisti umani (o meglio, super umani): Gli Incredibili.

 

 

L’era Trump influenzerà temi e personaggi della Pixar?
Per rispondere posso citare Coco, uno dei prossimi film in uscita della Pixar. Coco è un film con al centro della narrazione un ragazzino messicano che si ritrova protagonista di un viaggio alla ricerca delle proprie origini. È una storia messicana scritta con il contributo di autori messicani. Ovvio che in un momento storico nel quale il presidente degli USA dichiara di voler costruire un muro tra Messico e Stati Uniti questo è un segnale forte. Anche se il progetto del film è nato ben prima che Donald Trump diventasse presidente, la sua gestazione si è completata proprio nel periodo in cui il tycoon newyorkese, durante la sua campagna elettorale, faceva scalpore con simili annunci. Se anche la Pixar, in fondo, con i suoi film ha contribuito a mantenere “grande” (per citare lo slogan trumpiano) l’America, perlomeno sul piano dell’immaginario, la sua visione degli Stati Uniti, contrariamente al pensiero dell’attuale presidente degli USA, è quella che si incarna idealmente nelle comunità eterogenee protagoniste dei suoi film: a loro modo simboli forti di una dimensione multiculturale e multietnica. Fin da Toy Story, con la sua accozzaglia di giocattoli tanto diversi tra loro eppure legati dal senso di appartenenza ad un’unica comunità, è l’unità nella differenza a interessare i pixariani perché questa, da sempre, è la vera natura dell’America.

 

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Una delle più forti novità degli ultimi film Pixar è la narrazione intorno al tema del gender, al punto che lei ha definito alcuni personaggi “nuovi maschi”.
Sebbene solo con Ribelle – The Brave la Pixar sia giunta finalmente a porre quale protagonista di una sua storia una ragazzina, da sempre i ruoli femminili hanno ricoperto nelle narrazioni dello studio di Emeryville funzioni nevralgiche. A parte i casi eclatanti della Riley di Inside Out o di Dory in Alla ricerca di Nemo e nel suo sequel Alla ricerca di Dory,ma anche molte altre. D’altro canto le figure maschili dei film della Pixar, dagli stessi Woody e Buzz a Saetta McQueen fino a Mr Incredibile, vivono tutte un percorso che le conduce dalla tradizionale posizione del maschio alfa, a quella del maschio beta (il cosiddetto “new man”), cioè ad una dimensione caratterizzata da insicurezza, fragilità e instabilità identitaria rispetto alla quale è proprio la riscoperta del senso di appartenenza alla comunità di riferimento a costituire un fondamentale antidoto.

 

 

Undici anni fa la Disney ha acquistato per 7,4 miliardi di dollari gli studi di animazione della Pixar: cosa ha comportato nella produzione? Quanto insomma la Pixar si è “disneyzzata” e quanto la Disney si “pixarizzata”?
Questo è il quesito dei quesiti. Non credo si possa dare una risposta univoca e definitiva. Se la Pixar da un lato si è certamente “disneyzzata” a livello tematico e soprattutto per la tendenza sempre più spinta alla serialità, d’altro canto la Disney si è inevitabilmente “pixarizzata” sul piano estetico, ma anche per un maggiore approfondimento dei profili psicologici dei suoi personaggi. Ad ogni modo, non dimentichiamoci che due dei fondatori della Pixar, cioè Catmull e Lasseter, oggi sono ai vertici dei Walt Disney Animation Studios, lavorando proprio nel “cervello” della casa madre.

 

 

Dopo questa lunga immersione, può dirci qual è il suo film Pixar del cuorE?
Sono sempre un po’ in difficoltà a rispondere, per l’imbarazzo della scelta. Comunque, sulla base di quanto ci siamo appena detti, credo che la saga di Toy Story sia inarrivabile per la sua capacità di rappresentare il sistema Pixar in tutti i suoi aspetti. Se poi dovessi proprio indicare un singolo film, probabilmente sceglierei Inside Out, non solo per la soddisfazione che mi ha dato da spettatore ma, anche in questo caso, per il suo carattere emblematico: considerando che la Pixar è una delle industrie creative più capaci di produrre emozioni mediate dalla tecnologia, quale film migliore di questo infatti per rappresentarla?…

 

 

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Mattia Nesto

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Fa che la morte mia, Signor, la sia comò 'l score de un fiume in t'el mar grando

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