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Tales from the Loop non è Black Mirror e neanche Stranger Things, fortunatamente

Tales from the Loop è un’esperienza poetica e filosofica che, per essere tale, non può permettersi il lusso di essere un prodotto di massa

Quando è uscita Tales from the Loop, la serie tv di Amazon Prime ispirata alle opere di Simon Stålenhag, è stata subissata di paragoni online e opinioni molto discordanti. Chi la ama, come il sottoscritto, ne vorrebbe vedere mille episodi e non si stancherebbe mai. Chi la odia, porta comparazioni che non stanno in piedi: Black Mirror e Stranger Things le più usate. La cultura pop che più pop non si può, senza il background, porta a prendere cantonate di questo tipo, ma TFTL è una cosa a sé, che non ha alcun punto di contatto con le serie Netflix.

È distopica, ma non tutta la distopia può essere paragonata a Black Mirror, che è il prodotto più famoso per la rappresentanza di un certo tipo di futuro alternativo e dei suoi pericoli. È ambientata negli anni ’80 ma ci sono robot e altre cose incomprensibili, ma non può essere paragonata a Stranger Things, perché non è un sunto di mille film americani e ha una storia del tutto differente.

Andiamo indietro di 7 anni: nel 2013, qui su Dailybest, ho parlato dell’arte di Simon Stålenhag in questi termini: “Simon Stålenhag è un artista svedese. I suoi quadri sono intrisi di malinconia, sembrano uscir fuori da un romanzo di formazione. La caratteristica principale delle sue opere è il sorprendente elemento fantascientifico. Dipinge una contemporaneità parallela, frutto di un diverso sviluppo tecnologico che include elementi che sembrano uscir fuori dai libri di Urania. Questo è il suo sito, a me apre il cuore, giudicate voi”.

Non avevo ancora letto il libro Tales from the Loop, da cui la storia della serie è parzialmente tratta, quindi mi sono basato solo su quello che percepivo dalle immagini: scenari verosimili, tipici del nord Europa e bambini, ragazzi vestiti alla moda degli anni ’80 che interagiscono con macchinari, sfere, robot, costruzioni futuristiche di metallo arrugginito, resti di esperimenti che sono stati abbandonati. Ben presto è diventato uno dei miei artisti digitali preferiti, ho pure una sua stampa un metro per un metro nel mio studio, giusto per farvi capire quanto sia fan e quanto la serie avrebbe potuto deludermi.

Tutt’altro: ogni episodio è come un dipinto impressionista, che veicola emozioni più che scrittura. Si parla degli abitanti della città  che anni prima ha fatto esperimenti di fisica quantistica, per muovere tempo e spazio a proprio modo. Non si parla degli esperimenti e neanche dell’età dell’oro degli stessi, ma di decenni dopo, in un luogo nordico che mischia gli anni ’80 più rustici e i resti di una civiltà futuristica, diventata nostalgicamente distopica. Le storie che ruotano attorno al nucleo centrale sono tutte collegate ma stanno in piedi anche da sole, lente e dilatate, malinconiche, girate come fossero piccoli film del Sundance. Più che a Stranger Things o Black Mirror  lo paragonerei a The OA o The Leftovers, serie tv che la maggior parte degli spettatori ignora, ma che hanno un pubblico di fan di culto, hanno adorato ogni istante.

La scrittura è elementare, fa accadere una cosa una ad episodio e spesso non è neanche così inaspettata, ma non è la sorpresa il motore della serie, piuttosto l’emozione, e lì c’è da perdersi. Siamo nel passato, in un passato alternativo che si sposa col futuro come se lo immaginavano in URSS più che con quello che siamo abituati a vedere. Non vorrei dire niente riguardo la serie tv, niente che possa spoilerare anche minimamente, perché Tales from the Loop è un’esperienza poetica e filosofica che, per essere tale, non può permettersi il lusso di essere un prodotto di massa. Di questi tempi, la magia è merce rara.

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Serigrafia a due colori, dimensioni 20×30 cm Edizione limitata di 40 esemplari Checko's art Nato nel 1977 a Lecce. Uno degli esponenti della Street Art italiana. Il suo percorso artistico ha inizio a Milano nel 1995 come writer. Attualmente abita al 167B «STREET», uno spazio fisico dedicato all’arte che, partendo dalla periferia (la 167B di Lecce, noto quartiere popolare), si propone come centro espositivo in continua mutazione. I suoi lavori si basano prettamente su murales, realizzati negli spazi pubblici, non solo con intento di riqualificare le zone grigie, ma per comunicare con le nuove generazioni. Ha partecipato a numerose mostre d’arte e contest collettivi in Italia e all’estero. Tratto dal catalogo della mostra La bellezza fa 40
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