© Warner Bros
TV e Cinema
di Simone Stefanini 11 Settembre 2019

Tornare a casa non è mai facile: il secondo capitolo di IT

La nostra recensione sul secondo capitolo di IT

SPOILER – SE NON AVETE VISTO “IT CAPITOLO DUE” NON PROSEGUITE LA LETTURA

Un paio d’anni fa abbiamo parlato di IT di Andrés Muschietti, tratto dalla Bibbia horror di Stephen King come di una dichiarazione d’amore nei confronti dell’adolescenza, che coi suoi mostri fa sempre paura. Poi si diventa grandi e, per andare avanti, si dimenticano un sacco di traumi. È quello che capita al Club dei Perdenti, che tornano dopo 27 anni a Derry, il luogo in cui avevano affrontato Pennywise il clown ballerino e tutte le incarnazioni di IT, della paura stessa.

Tornare a casa però non è facile, nella vita vera come nella narrazione di King. Ancor meno lo è se decidi di dividere un film in due parti in cui, nettamente, si affrontano due parti della vita molto diverse tra loro: la gioventù e il diventare grandi, che nel libro sono mischiate a dovere. Ecco, per affrontare il secondo capitolo di IT occorre dimenticare il libro e seguire la storia in un modo nuovo, altrimenti tocca dare un giudizio negativo a priori.

Partiamo da una sicurezza: adattare IT, un libro di mille e passa pagine, in un’impresa cinematografica non è facile per nessun regista, non lo sarebbe stato neanche per Cary Fukunaga che avrebbe dovuto dirigere il film prima di Muschietti.  Ognuno ha il suo stile, ognuno mette in risalto scene ed emozioni diverse. In questo caso, il lunghissimo film (quasi 3 ore) che conclude il dittico è meno convincente del primo, ma sembra quasi che il montaggio fin troppo didascalico sia figlio della decisione futura di un super cut di quasi 6 ore che mischierà il primo e il secondo film, rendendo tutto più simile al libro. Non sarà tecnicamente semplice, perché nei flashback i Perdenti giovani sono ringiovaniti con una CGI molto invadente, che non li rende proprio identici ai loro stessi di due o tre anni prima. Staremo a vedere.

© Warner Bros  © Warner Bros

Iniziamo coi contro del film, così concludiamo più dolcemente: Muschietti ha deciso di mostrare un sacco di scene in cui i Perdenti da grandi si confrontano, scherzano, parlano e annoiano lo spettatore, togliendo minutaggio a Pennywise, la vera star del film, quello per cui il pubblico paga il biglietto. Quando il clown è presente, è sovrastato dalla CGI, ma il suo effetto lo fa lo stesso. Gli attori scelti per i ruoli dei Perdenti da grandi non funzionano tutti allo stesso modo: sottotono i due grandi nomi, Jessica Chastain che fa Beverly (tutte le volte che si vede un flashback di Sophia Lillis nello stesso ruolo da adolescente si ha come un brivido) e James McAvoy nei panni di Bill, che senza l’importantissima storyline della moglie Audra è fuori fuoco e sembra lì solo come alter ego di Stephen King scrittore, con tutte le battute sui finali deludenti dei suoi romanzi. Bill Hader è un Richie spettacolare, il vero protagonista del film per il quale viene scritta una storia diversa, più toccante. James Ransone interpreta Eddie molto bene, sembra davvero lui cresciuto, così come le poche volte che vediamo Andy Bean nei panni di Stanley. Jay Ryan è un Ben super fisicato ma non esattamente indimenticabile, così come Isaiah Mustafa nel ruolo di Mike.

Alcune backstories sono decisamente tirate via e non fanno innamorare gli spettatori dei nuovi interpreti. Bill Skarsgård come Pennywise non stupisce più,  si limita a fare il compitino e le faccette ormai note: l’occhio storto e il ghigno da orso affamato e bavoso. Tutto lì. Il film non fa mai paura, nel senso dell’angoscia che ti prende le viscere, manca la Derry oscura e terrificante come ogni cittadina di provincia sa essere. Tanti jumpscare, pure troppi ma poca sostanza e alcune storie, tipo quella del bullo Henry Bowers, sembrano messe lì per caso. Il finale è reinventato, quindi se siete amanti ortodossi di IT libro ne rimarrete delusi. Ad essere sinceri, anche la colonna sonora è un po’ troppo blanda e fantasy per un horror totale. Film da buttare, quindi? Non allarghiamoci.

© Warner Bros  © Warner Bros

Di pro ce ne sono anche per gli amanti di Stephen King, a partire dal cameo del Re nei panni di uno scorbutico robivecchi che rivende la bici Silver a Bill (e indulge ancora nella battuta sui finali mediocri dei suoi libri), ma non è l’unica sorpresa. Il regista Xavier Dolan interpreta Adrian, il ragazzo che fa una brutta fine all’inizio del film, il regista Peter Bodganovich interpreta il regista del film di Bill (e rifà la battuta sui finali mediocri. Abbiamo capito.), lo stesso Muschietti è presente come avventore della farmacia nella scena di Eddie e, inception, il ragazzone che viene inquadrato nel segmento dedicato a Ben Hascom è Brandon Crane, l’attore che nella miniserie del 1990 interpretò proprio Ben da piccolo. A parte le curiosità, il film non è un horror, piuttosto un dark fantasy (che a volte ricorda Piccoli Brividi), ma le scene di rimpatriata tra vecchi amici e quelle conclusive, se siete stati svegli fino alla fine, commuovono perché parlano di noi e di tutto quello che abbiamo perso nel tragitto. Tornare a casa non è facile, specie se si è sempre stati Perdenti, ma come scrive Stanley nella lettera finale, i Perdenti non hanno niente da perdere; quella è una trovata originale, non presente nel libro e piuttosto forte. Strano che tra gli adulti non ci sia mai sesso, mentre sarebbe stato davvero difficile mettere in scena Beverly adolescente che permette a tutti i suoi amici Perdenti di fare sesso con lei per uscire dalle fogne dopo aver sconfitto per la prima volta IT, come avviene nel libro.

© Warner Bros  © Warner Bros

IT è il male metafisico, cosmico, tipico di H.P. Lovecraft e quello incarnato, figlio dei serial killer come John Wayne Gacy (assassino di ragazzi che si travestiva da clown). In questo senso, il Pennywise di Tim Curry dell’adattamento per la tv del 1990 è più umano e più inquietante, ma sommando i due film di oggi ne esce fuori un 6 rotondo sulla fiducia per il montaggio galattico da 6 ore che, vi confesso, attendo molto. Per una trasposizione fedele del libro servirebbe una serie tv super prodotta tipo HBO da minimo 3 stagioni e 10 episodi a stagione da 50 minuti, ma poi, vista la stagione finale di GoT con tutte le perplessità del caso, chissà se potrebbe davvero far rivivere le pagine più famose della storia moderna dell’horror.

Nell’attesa di fare la maratona col primo e il secondo capitolo, di riguardare il fim per la tv del 1990, il montaggio gigante o il possibile prequel su Pennywise che sembra già si pari all’orizzonte, lasciamoci con le parole di Stephen King, che non deludono mai:

“Be true, be brave, stand. All the rest is darkness.”

TENIAMOCI IN CONTATTO
>
Iscriviti alla newsletter, niente spam, solo cose buone
>
CORRELATI >