vignetta terremoto charlie hebdo
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di Gabriele Ferraresi 2 Settembre 2016

La vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto in centro Italia è orrenda, ma…

…ma non si può essere Charlie a giorni alterni: perché la satira può tutto, o non è più satira

sisma_allitaliana CharlieHebdo - “Terremoto all’italiana – Penne al pomodoro, penne gratinate, lasagne”

 

Non fa molto ridere vero? No. La vignetta sul terremoto in centro Italia pubblicata oggi dal settimanale satirico francese Charlie Hebdo sta scatenando la consueta indignazione da “non si può fare satira su tutto!”, ed è normale che sia così.

Ma è una di quelle indignazioni che almeno qualche testolina dovrebbero mandarla in runtime error. Già, perché fino a ieri se non tutti, almeno moltissimi “erano” Charlie e i #JeSuisCharlie ingorgavano le bacheche Facebook di chiunque, con tutti grandi paladini voltairiani della libertà di satira, della libertà in generale, uniti a difendere l’espressione artistica contro il fondamentalismo. Oggi pare che il vento sia cambiato, e non si sia più tanto tutti Charlie.

Era accaduta la stessa cosa anche con la vignetta di Aylan, per chi se la ricorda.

Aylan Kurdi, il bambino siriano di tre anni annegato nel Mediterraneo mentre era in fuga dalla guerra con i familiari, diventando per qualche settimana il simbolo della crisi umanitaria, per Charlie Hebdo diventava una volta adulto un palpatore di culi in Germania, perché del resto eravamo nel periodo successivo alle molestie del capodanno di Colonia.

 

vignetta charlie hebdo aylan  “Migranti – Cosa sarebbe diventato da grande Aylan? Palpatore di culi in Germania”

 

Anche lì, se ben ricordo, si era stati tutti un po’ meno Charlie. Ricordo bene? Ricordo bene. Anche lì: faceva ridere? Sorridere? Pensare? Probabilmente no, probabilmente scatenava qualcosa di diverso in tutti noi, è complicato standardizzare le reazioni emotive. Ma al di là del contenuto quello che è importante è la cornice: la cornice che delimita fino a che punto è lecito per la satira prendersi gioco degli eventi. Quella cornice che non deve esistere: arriva fino a quello che decide l’autore. Altrimenti, è sterile ribadirlo ogni volta, non è più satira.

Senza stare ad andare sempre oltralpe sono anche recenti le occasioni in cui si è ricreato questo frame, per cui “la satira sì, bella, ma fino a quando non colpisce qualcosa che ci tocca”. Era accaduto nell’agosto scorso a Riccardo Mannelli per una vignetta pubblicata sul Fatto Quotidiano in cui ritraeva le grazie del Ministro Maria Elena Boschi, ritenuta sessista.

Mannelli in un’intervista a Repubblica spiegava, costretto a giustificarsi, quasi all’abiura, che “I disegni possono anche offendere. Come può offendere un certo giornalismo, una certa letteratura, una certa poesia, una certa forma d’arte. La cosa importante, essenziale, è prendersene la responsabilità (…) Un artista non ha nessun limite, sennò sei fritto. Sennò non lo fai (…) La polemica di oggi è l’ennesima dimostrazione di un’ipocrisia profondissima tutta italiana, curiale“.

La versione breve di tutto questo in fondo è una sola: se la satira ha dei limiti, non è più satira, anche se in Italia quei paletti su cosa sia la satira li ha addirittura fissati la Corte di Cassazione. Ne scrive Tonio Troiani, in un lungo e approfondito pezzo su Fumettologica, un pezzo davvero da leggere se vi sta a cuore l’argomento, in cui ricorda anche un altro episodio celebre della storia di Charlie Hebdo, la pubblicazione delle vignette di Maometto nel 2006, ormai una decina di anni fa.

Rinata nel 1992, Charlie Hebdo enfatizzò la sua anima dissacrante. Sul celebre numero dell’8 febbraio del 2006, dove comparivano le arcinote immagini che deridevano il Profeta, il grande vecchio Cavanna si esprimeva così riguardo la censura: “Si può ridere di tutto salvo di una cosa sola, l’immagine di un certo profeta, fondatore di una certa religione. “Si può ridere di tutto salvo…”, […] Là dove c’è “salvo”, non c’è più niente. La libertà può essere solamente totale, altrimenti non è. […] Bisogna ricordare che astenersi dal pubblicare queste famosissime vignette danesi, vietarle di difenderle, doversi auto-censurarsi, è una cosa meschina! E’ abbandonare la laicità, è rinnegare le dure lotte dell’inizio del XX° secolo

Oppure potete semplicemente indignarvi e non essere più Charlie, va bene uguale.

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