Le permette di raccontarsi con una libertà che nel cinema italiano non è così scontata. Sorride, scherza, non si prende troppo sul serio. Ma quando tocca temi come l’amore, i ruoli e il modo in cui stanno cambiando i rapporti tra le persone, il tono cambia: si fa più preciso, più netto, più personale.
Tre film, un romanzo e il ritorno con Dario Argento: per Pastorelli è un passaggio che pesa
Due commedie sentimentali già arrivate in sala, “L’amore sta bene su tutto” di Giampaolo Morelli e “Innamorarsi e altre pessime idee” di Simone Aleandri. Poi un terzo film in uscita in autunno, “A prova d’amore” di Emiliano Corapi. In mezzo, un romanzo pubblicato a gennaio, “Non so come è successo”. E ancora un thriller ancora tenuto sotto traccia, “Carne della mia carne”, con soggetto, sceneggiatura e supervisione di Dario Argento. Per Ilenia Pastorelli, che con Argento aveva già lavorato in Occhiali neri, non è soltanto una fase intensa. È un momento in cui si toccano due strade che in Italia spesso restano distanti: il cinema che cerca il grande pubblico e quello che prova a stare un passo di lato. Lei lo chiama un momento “importante”, più che magico. E la differenza non è da poco, perché dentro c’è l’idea di un percorso costruito nel tempo, film dopo film, da “Lo chiamavano Jeeg Robot” in avanti. Anche passando sopra ai pregiudizi che per anni hanno accompagnato chi arrivava dalla televisione generalista e, nel suo caso, dall’etichetta del Grande Fratello, vissuta nell’ambiente come un marchio duro da scrollarsi di dosso.
«Le etichette pesano»: così legge il boom delle storie d’amore nel cinema italiano
Pastorelli non fa finta che il rischio non ci sia: quello di essere legata soprattutto alle commedie romantiche esiste. Però sposta il discorso e lo fa con chiarezza. Se oggi le propongono tanti film d’amore, dice, è perché intorno c’è una fame di storie sentimentali che non nasce dalla leggerezza, ma dalla fatica di stare al mondo. La sua lettura è semplice, ma tutt’altro che morbida: viviamo in una società che alimenta diffidenza, paura di scoprirsi davvero, relazioni consumate in fretta e finite, spesso, con un messaggio. Quando osserva che la sua generazione, quella dei quarantenni, è stata forse l’ultima a mettere il confronto diretto prima della comunicazione filtrata dagli schermi, non sta facendo nostalgia facile. Sta raccontando un cambiamento che il cinema ha intercettato benissimo. E allora il successo delle storie d’amore, per lei, non è una moda da liquidare in fretta. È una risposta a una solitudine che si allarga. Il fatto che nello stesso momento lanci un appello agli autori “di nicchia” perché la chiamino dice bene dove vuole stare: a metà tra il film che consola e quello che rischia.
Dall’amore «disastroso» all’educazione sentimentale: il privato che entra nei suoi ruoli
Quando parla di sé, Pastorelli resta ironica, ma quello che dice ha poco di leggero. Si definisce “un disastro” in amore, smonta senza troppi giri l’idea del “per sempre” e ragiona sulla coppia come su uno spazio da lasciare aperto, dove contano fiducia, rispetto e libertà reciproca. Non è la classica risposta da intervista promozionale. C’è una visione precisa, che tocca anche uno dei nervi scoperti del presente: il possesso nei rapporti tra uomini e donne. Il punto più forte è proprio questo: secondo lei nelle scuole servirebbe educazione sentimentale, perché certe distorsioni non spuntano dal nulla e non si sistemano da adulte. Anche il racconto dell’adolescenza va nella stessa direzione: il corpo cambiato troppo in fretta, gli sguardi maschili addosso, l’imbarazzo, il bisogno di coprirsi. Poi, col tempo, la difesa imparata, fino alla capacità di stare sola senza viverla come una sconfitta. In casi come questo, la biografia non resta fuori dal lavoro. Entra nei personaggi, nei film che sceglie e perfino in quella passione quasi viscerale per i K-drama coreani, guardati di notte sulle piattaforme, dove amore, dolore, attesa e goffaggine continuano a mescolarsi come se fossero ancora cose da prendere sul serio.




