Il Festival di Sanremo non è mai solo una questione di canzoni, è una questione di equilibri. E quando la macchina dell’Ariston si prepara a cambiare timoniere, i terremoti non si limitano quasi mai solo al nome del conduttore.
Il Sanremo 2027 affidato a Stefano De Martino, infatti, potrebbe passare alla storia non tanto per il debutto del volto nuovo della Rai in prima serata, quanto per una vera e propria rivoluzione copernicana della sua struttura. L’indiscrezione che circola con insistenza nei corridoi della discografia e di Viale Mazzini ha del clamoroso: la storica, amatissima serata delle cover e dei duetti potrebbe essere cancellata per fare spazio a una serata interamente dedicata all’Eurovision Song Contest.
Non si tratterebbe di un semplice restyling, ma di una scissione profonda nel DNA della kermesse. L’idea sul tavolo è quella di creare due binari paralleli. Da una parte, la gara tradizionale che porta al leoncino d’oro del sabato sera; dall’altra, una competizione autonoma all’interno della settimana festivaliera per decidere, senza automatismi, chi rappresenterà l’Italia in Europa. Una mossa che cambierebbe radicalmente il volto della manifestazione, allineandola ai grandi festival di selezione europei.
Il pressing delle major: perché la discografia vuole cambiare le regole del gioco
Dietro questa potenziale svolta non c’è solo una scelta autoriale, ma una forte spinta commerciale che arriva direttamente dai piani alti delle case discografiche e della Fimi. Le major, infatti, spingono da tempo per slegare la vittoria sul palco dell’Ariston dal pass automatico per l’Eurovision. Attualmente, chi trionfa a Sanremo ha il diritto di prelazione sulla competizione europea, un meccanismo che non sempre sposa le reali strategie di mercato degli artisti o le esigenze di una messa in scena pensata per il pubblico internazionale.

Con la nuova formula della “gara nella gara“, i ventiquattro artisti (un numero ridotto rispetto alle ultime oceaniche edizioni, pensato proprio per snellire lo show) sarebbero chiamati a riproporre il proprio brano con una veste completamente nuova. Una versione “formato ESC“, caratterizzata da coreografie d’impatto, effetti scenici tridimensionali e una regia ad altissimo budget, decisamente più vicina al linguaggio iper-tecnologico della competizione europea. In questo modo, il televoto e le giurie sceglierebbero il rappresentante italiano valutando non solo la canzone, ma la sua reale spendibilità su un palco internazionale. Questo sdoppiamento avrebbe anche un enorme risvolto strategico: alleggerire la pressione sui “Big”. Sapere che si può vincere Sanremo senza l’obbligo di volare all’Eurovision, o viceversa, potrebbe convincere molti pesi massimi della musica italiana, finora restii, a rimettersi in gioco all’Ariston.
Il fattore rischio: tra il fantasma della confusione e l’addio ai duetti
Se dal punto di vista industriale l’operazione ha una sua logica ferrea, sul piano televisivo il rischio di un autogol è dietro l’angolo. La serata del venerdì, storicamente riservata ai duetti e alle reinterpretazioni dei grandi classici, è diventata negli anni l’appuntamento più pop, leggero e redditizio in termini di share dell’intera settimana. Rinunciarvi significa privare il pubblico di quel fattore nostalgia e di quegli incontri generazionali che spesso hanno ridefinito l’andamento del Festival.
C’è poi un problema di comprensibilità per il grande pubblico. Sanremo si rivolge a una platea nazionalpopolare che va dai bambini ai nonni, un target molto più ampio e meno settoriale rispetto alla bolla degli appassionati di Eurofollie. Gestire due classifiche diverse, due sistemi di voto e due obiettivi distinti nella stessa settimana rischia di generare un enorme cortocircuito comunicativo.
Spiegare al telespettatore medio perché il cantante X ha vinto la serata del venerdì ma non può vincere il Festival il sabato richiederà uno sforzo di scrittura televisiva non indifferente. Stefano De Martino e la sua squadra sono avvisati: il Sanremo 2027 potrebbe essere il più moderno di sempre, a patto di non dimenticare che l’Ariston, prima di parlare all’Europa, deve saper parlare all’Italia.






