Il ciclone di Pieraccioni compie 20 anni. Ecco perché avrebbe dovuto vincere l’Oscar

Visto oggi, ha tutte le carte in regola per sbancare gli Oscar, senza se e senza ma

Cinema
di Simone Stefanini facebook 13 settembre 2016 12:54
Il ciclone di Pieraccioni compie 20 anni. Ecco perché avrebbe dovuto vincere l’Oscar

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Uh che titolone roboante e iperbolico, diranno i miei fedeli lettori, che hanno studiato e conoscono le parolone. Sono passati vent’anni dall’uscita de Il ciclone, il capolavoro di Leonardo Pieraccioni del 1996, quello in cui un pullman di ballerine di flamenco spagnole si ferma  in un casale di campagna toscano, facendo impazzire gli abitanti del vicino paese e facendo innamorare il Pieraccioni attore.

Il film è stato campione d’incassi in quella stagione, guadagnando oltre 75 miliardi di vecchie lire e consentendo a Pieraccioni di dirigere un’altra dozzina di film copia carbone, in cui lui ha un nome strano, fa un mestiere strano, s’innamora di una modella/attrice/spagnola/sua moglie e lei ricambia non senza qualche difficoltà, poi alla fine va tutto bene e nel mezzo qualcuno ha riso perché c’era Ceccherini che diceva le parolacce con quella faccia lì.

Ma l’opera omnia di Pieraccioni oggi non c’interessa, poteva tranquillamente un regista da one hit wonder,  di quelli che gira un solo film perfetto e poi se ne va in Argentina a fare le cene segrete con Elvis e Hitler. Perché come sapete, Il ciclone è un film perfetto.

Prima di incazzarvi, state a sentire: nel 1997 ha vinto l’Oscar Il Paziente Inglese, un film che oggi serve per far addormentare i bambini iperattivi (nella cinquina finale c’era anche Fargo dei fratelli Coen, ma si sa che l’Academy ama  film pallosi). Miglior film straniero Kolya, di Jan Sveràk (Repubblica Ceca), un drammone sulla rivoluzione che ha fatto meno incassi totali di Rovazzi la prima settimana di giugno. Capite da soli che Il Ciclone, con una concorrenza così, avrebbe dovuto sbancare. Ecco i premi:

 

Miglior attore: Leonardo Pieraccioni

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Nel film è Levante, un contabile, un working class hero che vive col padre Osvaldo, il fratello mezzo matto Libero e la sorella lesbica Selvaggia in un casolare nella campagna toscana. Non era bello ma accanto a sé aveva mille donne se, avrebbe detto Gianni Morandi, perché vuoi non vuoi, alla fine le sue protagoniste se le limona tutte, e questa è una dote di cui l’Academy tiene conto. Positivo, moderato, con la faccia un po’ addormentata, dolcemente malinconico, un incrocio tra Renzi e Neruda. Mi scuso coi lettori per quest’ultima similitudine.

 

Miglior attrice: Lorena Forteza

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La spagnola caliente che balla e non dice niente. Ve la ricordate in qualche altro film? Claro que no, perché lei ha saputo quando fermarsi, al massimo splendore della sua carriera, mentre si dimena nella campagna toscana facendo spruzzare il ramato a Ceccherini. Una dea cometa.

 

Miglior attore non protagonista: Massimo Ceccherini

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Il Charles Bukowski di Firenze raggiunge il suo climax quando si sdraia nella bara dà il via a questo epico scambio di battute, in cui c’è tutto lo spleen e la tragedia umana di chi è condannato a vivere una vita senza amore:
Libero: Tappami Levante, tappami.
Levante: Vien fuori di lì, ma che c’hai sempre voglia di scherzare? Forza.
Libero: No, voglio morire…se stanotte non ne trombo neanche una su cinque voglio morire…e siccome so già che non ne tromberò neanche una, tappami Levante…tappami se tu mi vo’ bene!

 

Miglior attrice non protagonista: Natalia Estrada

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Farà innamorare la sorella Selvaggia grazie alla sua avvenenza. L’Oscar qui è alla carriera, perché una che ha lavorato con Gigi Sabani, ha partecipato al film degli 883, ha amato Giorgio Mastrota e Paolo Berlusconi, ha cantato Banane e lampone in spagnolo, se non dai un Oscar a lei, cosa deve fare una povera showgirl? Scindere l’atomo?

 

Miglior sceneggiatura originale

“Questo motorino serie Lux immatricolato 1979, è l’orgoglio della mia vita. Mai un colpo di tosse, un filo di ruggine, una sbandata fuori posto, niente. Un santo! E pensare che di motivi per lasciarsi andare a ferro vecchio, e’ ce n’avrebbe avuti parecchi. Quando gli si montò sopra in cinque per festeggiare la vittoria dell’Italia a’Mondiali del ’82, quando ci caricai sopra du’damigiane, una d’olio e una di morellino per portarle a Don Luigi, quando, per una scommessa idiota, gli bloccai la manopola del gas e lo lasciai andare da solo a diritto lungo un viottolo per vedere quanto restava in equilibrio. Ma soprattutto, ha sopportato l’avvento dei nuovi scooter. Quei moderni mostri neri a punta, che fannno 130 in salita e 160 in discesa, con quei nomi assurdi MKW, WW, KK, KK, WWF, e icché sono, una specie protetta? Insomma, il mio motorino un volea morire, ‘un gli facea paura nulla e l’è sempre andaho ‘n culo a tutti. Ma il ciclone che soffiò nell’estate del ’96, e’ portò via anche lui. Sì, perché il ciclone, quando arriva, non è che t’avverte. Passa, piglia e porta via. E a te, ‘un ti rimane altro che restare lì, bòno bòno a capire che, forse, se ‘un fosse passato, sarebbe stato parecchio, ma parecchio peggio.”

Non troverete niente quell’anno scritto meglio. Di certo, non nel Paziente Inglese.

 

Miglior colonna sonora

Ciao a tutti.

 

Miglior film

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In sostanza è un film perfettamente bilanciato, che si prende cura del pubblico LGBT (la sorella omosessuale) e lo sdogana in un contesto campagnolo, culla i sogni d’amore che nascono dalla storia estiva a termine, si preoccupa per le problematiche dei malati di mente (Ceccherini), dei maniaci sessuali (Paolo Hendel) e degli stalker (Tosca D’Aquino) e ti lascia dentro una speranza che non si prova più da almeno 20 anni. Vi risulta che Il Paziente Inglese faccia stare altrettanto bene?

 

Premio alla carriera: Mario Monicelli

La voce di Gino, il signore con cui Levante parla tutti i giorni senza vederlo mai, è di Mario Monicelli. Qui chiudiamo tutto, non c’è bisogno di parole.

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